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Home - Approfondimenti - Analisi - I “servizi collettivizzanti” come occasione di mutualismo e nuova sindacalizzazione

I “servizi collettivizzanti” come occasione di mutualismo e nuova sindacalizzazione

di Ilaria Lani
25 Febbraio 2022
in Analisi
Il Sindacato e “I miserabili” della topaia Gorbeau

I servizi innovativi, o collettivizzanti come li hanno definiti Bellini, Betti e Gherardini nel progetto di ricerca progetto BreakBack, promosso dalla Cisl Nazionale e coordinato da Francesco Lauria, si collocano nell’alveo delle sperimentazioni portate avanti dalle confederazioni sindacali volte ad organizzare i segmenti più fragili ed esposti del mondo del lavoro.

Per molti questa affermazione può apparire un ossimoro, considerato che negli ultimi trent’anni l’apparato dei servizi individuali dei sindacati confederali, dai patronati ai Caaf per intenderci, sono stati visti come la risposta alla crisi di proselitismo mediante l’istituzionalizzazione del sindacato, disposto a sacrificare la propria vocazione negoziale.

Di fronte alla crisi di rappresentanza la letteratura ha individuato due strategie apparentemente opposte, quella dell’organizing di matrice anglo-americana, identificata con un sindacato movimentista alla “Bread and Roses”,  e quella del cosiddetto modello Ghent di area scandinava, in cui il sindacato svolge una funzione istituzionale occupandosi della gestione del welfare, a partire dalle pratiche di disoccupazione.

In verità queste strategie, al di fuori dagli stereotipi, non sono altro che il portato di culture politico-sindacali in fasi storiche e contesti differenti.

Se guardiamo al nostro Paese il sindacato ha avuto origine da forme mutualistiche con un modello organizzativo orizzontale e territorializzato, per poi trovarsi a cambiare pelle con l’arrivo della grande industria che negli anni 60/70 ha spinto l’acceleratore sulla contrattazione nazionale gestita dalle Federazioni di categoria.

Il sindacato è un’organizzazione che, seppur lentamente, sa adattarsi ai cambiamenti del mondo del lavoro e della società e anche oggi sta cercando, con faticose ed innumerevoli sperimentazioni, di riorganizzarsi.

Nel momento in cui, tra digitalizzazione e frantumazione del lavoro, i grandi agglomerati della produzione si ridimensionano, ritorna la centralità delle sedi sindacali nel territorio e dello spazio digitale, come nuove arene di socializzazione anche per le organizzazioni di rappresentanza.

Così come i contorni del lavoro salariato diventano meno chiari e appare decisivo intercettare le nuove forme di lavoro e mantenere forte un legame anche nella discontinuità occupazionale.

E allora nei settori emergenti ed esposti a fenomeni di sfruttamento e precarietà, spesso orfani di luoghi di socializzazione e magari della copertura data dalla contrattazione collettiva, l’offerta di servizi e strumenti di assistenza diventa l’unica risposta possibile per avviare un percorso di sindacalizzazione, che poi dovrà individuare i tipici strumenti sindacali di rappresentanza e contrattazione.

Come Nidil Cgil Firenze, all’interno del progetto di ricerca BreakBack, abbiamo portato l’esperienza di servizi, più o meno innovativi, che avevano l’ambizione di intercettare il lavoro autonomo, per poter far partire un processo individuazione di bisogni e di organizzazione collettiva.

In verità, a riprova di quanto dicevo sopra, la visione che ci ha mosso è perfettamente in linea con gli insegnamenti del community organizing poiché il servizio diventa l'”ancora” per avviare una relazione, individuare obiettivi condivisi e “leadership autoctone” e costruire battaglie che puntino a risultati concreti. L’obiettivo è sempre quello di riequilibrare il potere e consentire agli esclusi di organizzarsi per migliorare la propria condizione. E abbiamo potuto vedere bene come non ci siano barriere, se non di tipo logistico, alla sindacalizzazione del lavoro precario e frammentato che invece ha grandi potenzialità di organizzazione e costruzione di vertenze, se si imboccano i percorsi giusti.

Per questo la dicotomia tra servicing e organizing perde di senso, a patto che il servicing sia finalizzato non solo a dare assistenza a coloro che ne hanno bisogno, ma anche a mettere a valore questa relazione dando significato all’approccio mutualistico. Così come l’organizing non va visto solo come l’espressione di battaglie settoriali, senza la visione compiuta e strutturata del sindacato confederale.

Ad esempio nella nostra esperienza un ruolo determinante lo ha giocato lo “sportello legale” per i lavoratori autonomi, servizio non scontato poiché gli uffici vertenze tradizionalmente sono convenzionati con legali di diritto del lavoro e invece in questo caso c’è bisogno di competenze in materia di diritto civile.

Ebbene questo servizio nel nostro caso è stato promosso da una avvocatessa militante di Nidil Cgil Firenze che ha deciso di mettere a disposizione volontariamente le proprie competenze per gli altri colleghi professionisti, in un’ottica comunitaria e mutualistica.  Anche altri servizi sono nati dalle competenze di singoli militanti con una idea di alleanza inter-professionale che assomiglia molto al sindacato delle origini. Questo approccio ci ha permesso innanzitutto di esercitarsi sulla risoluzione immediata di problemi emergenti e di riflettere sulla natura della condizione di chi opera nel lavoro autonomo, consentendoci di affrontare tali problematiche anche sul piano più prettamente “sindacale”. Non è un caso che in alcuni settori abbiamo potuto sperimentare prime iniziative negoziali figlie della consapevolezza acquisita nell’attività di sportello.

Anche nel caso dei rider impiegati in piattaforme digitali abbiamo strutturato servizi tradizionali (caaf, patronato, vertenze) insieme a proposte più innovative (attivazione di una ciclofficina, distribuzione di mascherine etc..), oppure più settoriali, pensate per la platea di migranti e richiedenti asilo, rispetto ai quali la questione del lavoro si intreccia con le pratiche per il permesso di soggiorno. Non bisogna infatti mai dimenticare la lezione di Bruno Trentin che, con l’idea del sindacato dei diritti, spinse la Cgil a guardare le lavoratrici e i lavoratori nella propria soggettività, fatta da una pluralità di bisogni dati dalla condizione personale e sociale.

Anche nel caso dei rider la nostra chiave vincente è stato il coinvolgimento dei diretti interessati nella progettazione di una azione d’insieme, fatta di servizi, rappresentanza, conflitto, contrattazione.

L’innovazione dei servizi è all’ordine del giorno non solo per questioni politiche, ma anche per la sopravvivenza degli stessi Istituti di Caaf e Patronato alla luce del processo di digitalizzazione, accelerato dalla pandemia, che ha diffuso l’attitudine a gestire le pratiche tradizionali in proprio: si pensi che gli iscritti per pratiche di disoccupazione nel nostro caso, solo nell’ultimo anno, sono calati del 30%.

Sarà pertanto decisivo non solo immaginare servizi più specialistici che rispondano alle nuove difficoltà di chi si muove dentro e fuori il lavoro, ma anche più collettivizzanti, ovvero pensati insieme a chi quella condizione la vive affinché siano generatori di occasioni di aggregazione e organizzazione.

Questo ovviamente comporta investire sulla formazione degli operatori dei servizi per creare una consapevolezza diffusa sulla strategia sindacale: infatti chi, in prima linea, si interfaccia con le lavoratrici e i lavoratori e i loro problemi ha un grande ruolo e non è solo un operatore, ma deve innanzitutto diventare un animatore sociale. Così anche le funzioni che si sono nel tempo divaricate tra ruoli “tecnici” e “politici” devono riunificarsi e acquisire un insieme di competenze non solo specialistiche, ma trasversali.

Se quando mi sono avvicinata al sindacato pensavo che occorresse una grossa spinta esterna per attivare politiche di cambiamento e rivitalizzazione, oggi, dopo tanti anni di impegno a vari livelli, sono certa che la ricchezza interna di esperienza e competenza già a disposizione offra tutti gli strumenti per rinnovarsi, certo che occorre la volontà politica del gruppo dirigente a tutti i livelli per sperimentare, valutare, disseminare, investire nelle esperienze di successo.

Ovviamente le direttrici non sono neutre, ma sono figlie della differente sensibilità politica presente nelle organizzazioni, anche tra le diverse sigle confederali.

Per me la vocazione del sindacato confederale non può che trovare ispirazione dalla motivazione delle origini, volta alla costruzione di una rappresentanza generale del mondo del lavoro fatta di inclusione, partecipazione, conflitto e contrattazione, affinché chi lavora o cerca lavoro, a prescindere dalla situazione contrattuale, abbia l’opportunità di uscire da una condizione periferica e conquistare collettivamente il protagonismo e la centralità che merita.

Ilaria Lani, Segretaria Generale Nidil Cgil Firenze

Ilaria Lani

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