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Home - Approfondimenti - Interviste - Vespia, dalle aggressioni alla mancanza di divise, le difficili relazioni industriali della polizia penitenziaria

Vespia, dalle aggressioni alla mancanza di divise, le difficili relazioni industriali della polizia penitenziaria

di Emanuele Ghiani
8 Aprile 2022
in Interviste
Vespia, dalle aggressioni alla mancanza di divise, le difficili relazioni industriali della polizia penitenziaria

Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale della FNS Cisl, Massimo Vespia, carica riconfermata al recente congresso “Esserci per cambiare” del sindacato. Vespia denuncia la situazione del comparto della polizia penitenziaria, fortemente in crisi. La mancanza di assunzioni da parte dell’amministrazione e il mancato riqualificazione delle strutture stesse degli istituti carcerari hanno creato negli anni un forte disagio agli agenti e detenuti. Problemi che l’amministrazione, spiega Vespia, sembra non prendere a cuore.

Vespia, il vostro congresso si è concluso ieri. Quali sono stati i temi principali che avete affrontato?

Innanzitutto quello delle relazioni industriali di settori dei vigli del fuoco e della polizia penitenziaria. Questi settori lamentano problemi nei confronti delle amministrazioni, che tendono a comprimere le corrette relazioni sindacali. Non ci vengono riconosciuti i pieni diritti di parola o di proposta.

Nel senso che è difficile aprire i tavoli di confronto?

No, i tavoli si fanno, ma sono molto tirati sulle materie che sono di natura puramente contrattuale. Questo perché è un po’ in crisi tutto il sistema sindacale nel Paese. Si fa fatica a trovare dei punti confronto reale.  C’è un’alta conflittualità, spesso andiamo allo scontro, allo stato di agitazione, anche su materie che per legge dovrebbero essere portate alla contrattazione. E non depone a favore dei diritti dei lavoratori. Aldilà delle belle parole e propositi delle amministrazioni.

Quindi i vostri problemi non hanno un taglio diciamo economico, nel senso che ci sono difficoltà nell’ottenere i fondi per mandare avanti i comparti, ma nel dialogo stesso.

Si. C’è anche l’aspetto economico, ma penso che il taglio sia più politico, perché la difficoltà è nell’interlocuzione stessa. Abbiamo l’impressione che la dirigenza sia scollegata con la quotidianità che vivono i colleghi. E quando si perde il contatto con la realtà operativa, viene poi difficile rendersi conto dei reali problemi.

Quali elementi vi portano ad avere questa impressione?

Perché le situazioni non vengono considerate per quello che sono. Ad e esempio, c’è un fenomeno preoccupante della polizia giudiziaria: le aggressioni. Gli agenti di polizia penitenziaria subiscono spesso e quotidianamente delle aggressioni da parte dei detenuti, molti di questi con gravi o gravissimi problemi psichiatrici, e ormai l’amministrazione fa spallucce. Non si vede la volontà di risolvere questo problema. E i colleghi continuano ad andare al pronto soccorso a farsi fare i punti di sutura. Così come c’è un grosso problema anche a livello di vestiario nella polizia penitenziaria.

Problemi di vestiario? In che senso?

Il vestiario, cioè l’uniforme. Non ci sono uniformi.

Non è possibile, mi scusi.

Eeh, questa è la realtà dura, ma vera. Ci sono delle regioni in Italia dove i colleghi sono costretti a rappezzarsi e ad aggiustarsi le divise, perché non arrivano.

Essendo apparati dello stato, non ci dovrebbero essere dei piani di acquisto, che gestiscono questa situazione?

È così, evidentemente non fanno un numero di acquisti sufficiente, non riescono a venirne a capo di questa situazione. Senza parlare dei DPI. Tutte le rivolte sedate dalla polizia penitenziaria sono state effettuate “a mani vuote”, cioè senza dispositivi di protezione e non solo. Quindi senza scudi, senza sfollagente quando servono, senza nulla.

Il problema delle divise da quanto tempo va avanti?

Da anni, ma non riescono a risolverla.

 Chi è preposto ad occuparsi delle divise e non sta, come spiega, facendo il suo lavoro?

L’amministrazione ha chiaramente una direzione all’interno del dipartimento, un’area del Dap, che si dovrebbe occupare degli acquisti, delle forniture e della distribuzione delle uniformi. Ma questo fatto possiamo catalogarlo quasi come un problema secondario. Quello principale sono le mancate dotazioni organiche. Noi abbiamo 200-300 detenuti a fronte di 2-3 agenti di polizia penitenziaria che devono fare il proprio lavoro. Sono numeri veramente sproporzionati.

Come fanno ad andare avanti le carceri con così poco personale?

Infatti non sappiamo come facciano. Ecco perché poi si registrano a volte delle evasioni, perché non si riesce a lavorare in questo modo. Ci sono agenti che gestiscono di notte uno o due piani da soli. In totale mancano all’appello circa 10.000 agenti di polizia penitenziaria, su un totale di circa 46.000. Inoltre, ci sono molti istituti carcerari fatiscenti, che risalgono alla metà del ‘800 o i primi del ‘900. Altro fenomeno che fa paura è l’elevato numero di suicidi degli agenti.

Come mai questo tasso di suicidi?

Perché i lavoratori assistono quotidianamente a situazioni di grande disagio. Inoltre, manca il supporto psicologico.

E’ una mancanza degli psicologi del lavoro presenti negli istituti?

No, è una mancanza dell’amministrazione che non ha preso a cuore e dato degna attenzione ai problemi dei lavoratori. Ed è un fenomeno in crescita ogni anno. Il problema è che non fa più notizia. Invece fanno notizia i casi di Santa Maria Capua Vetere, come è giusto che sia per via di quello che è successo, ma quello è un episodio che non può condannare tutti. Sono persone che offrono il loro servizio in silenzio al Paese. Sono il cuscinetto tra la società civile e coloro che hanno deciso di delinquere. Per evitare anche questi episodi torniamo sempre alla mancanza di personale: con più agenti si può garantire un migliore servizio e un maggiore controllo anche tra agenti.

Quindi un ripristino del personale risolverebbe tanti problemi, compresi questi episodi.

Ma certo, anche perché gli agenti vengono sovraccaricati di straordinari. Si chiede sempre allo stesso personale di permanere all’interno degli stessi padiglioni e istituti. Questi lavoratori dovrebbero avere anche una vita sociale e familiare. L’ambiente non è facile, è frustrante. Sono previste una serie di attività per alleggerire l’ambiente, ma non tutti gli istituti riescono ad assicurare per tutti queste possibilità. I detenuti, poi, diventano anche intrattabili, perché li costringe a vivere dentro quattro mura, dentro celle sovraffollate.

Una situazione difficile da gestire insomma.

Mi creda, la polizia penitenziaria fa un lavoro pazzesco. Ci sono casi dove gli agenti hanno salvato la vita a detenuti che volevano impiccarsi. C’è anche questo aspetto che non si conosce. Purtroppo, la polizia penitenziaria paga lo scotto di una figura negativa.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Giornalista de Il diario del lavoro.

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