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Home - Approfondimenti - Analisi - “Lavoro e Libertà. Un manifesto per il riscatto, la dignità, la partecipazione”

“Lavoro e Libertà. Un manifesto per il riscatto, la dignità, la partecipazione”

27 Giugno 2022
in Analisi
Il sindacato e le sfide dei territori

Pubblichiamo il manifesto firmato da Marco Cianca e Giorgio Benvenuto “Lavoro e Libertà. Un manifesto per il riscatto, la dignità, la partecipazione” uscito su La rivoluzione democratica. Giornale socialista di idee e critica politica

 

Che cosa è il lavoro? La risposta può sembrare ovvia, persino banale. E invece definire in modo corretto ed esaustivo questo concetto comporta un impegno sociologico, economico, politico, culturale, esistenziale per onorare il quale non basta appellarsi ai classici. E se ci si riflette bene, entrare in questo campo e delimitarlo è forse il compito principale di una forza che si richiami al socialismo liberale. Perché coniugare bisogni e diritti rappresenta la sfida di fondo nella costruzione di una società basata sulla giustizia e sull’uguaglianza. Si tratta di affrontare di petto questioni come lo sfruttamento, la proprietà privata, la formazione del capitale, la partecipazione alla gestione delle aziende, la questione salariale, i redditi, i profitti, i sistemi fiscali e contributivi, la previdenza, la sanità, la sicurezza, i contratti, il ruolo dei sindacati e delle associazioni datoriali, l’alienazione, i tempi e i modi di produzione, l’uso delle tecnologie, il valore delle merci, i consumi, gli stili di vita, la parità di sesso e di genere, lo studio, il merito, la conoscenza, il senso stesso della vita.

La pandemia ha mandato all’aria di botto carte che sembravano ormai acquisite per sempre dopo l’ingloriosa fine del comunismo reale e che invece si sono rivelate truccate. Il virus, nella sua planetaria tragicità, è riuscito, sorta di biblica nemesi, a mostrare ciò che le precedenti crisi economiche e finanziarie, come quella del 2008, avevano fatto intravedere senza però riuscire ad innescare il necessario cambiamento. Ora, il re è davvero nudo.

Il tentativo socialdemocratico (ricordate il blairismo?), pietosa mimesi di ben altre utopie, di dare un volto umano al capitalismo, dal 1989 ad oggi ha solo contribuito e fornito un alibi al formarsi di monopoli sovranazionali e di gruppi economici capaci di orientare il destino del mondo a loro uso e consumo. Finti riformisti complici, e servi, di colossali potentati. L’allargamento del mercato è stata una truffa conclamata, un’autostrada dei consumi progettata per asfaltare le conquiste dei lavoratori. La colonizzazione delle persone.

La vicenda dei vaccini e il predominio delle grandi aziende sanitarie sono esemplari di questo progressivo imbarbarimento del modello economico. I ricchi sono diventati sempre più ricchi e il numero dei poveri ha avuto un aumento esponenziale. Le statistiche sono inequivocabili. Inutile ricordare numeri che fanno vergognare.

E in questo abominio, il lavoro è stato ridotto ad un valore sempre più marginale, quasi una vergogna. Mentre Jeff Bezos accumulava miliardi e la logistica di Amazon sopperiva ai divieti del lockdown, ai dipendenti del megagalattico apparato distributivo, così come ai riders, novelli schiavi legati alla catena alimentare, veniva persino proibito di organizzarsi. Le rivendicazioni di più umani trattamenti normativi ed economici sono state presentate come un attacco inaccettabile ad un meccanismo ritenuto perfetto. Zitto e lavora, al resto pensiamo noi. Salariati, vil razza dannata.

Poi è arrivata la guerra. A gennaio di quest’anno, un rapporto Oxfam calcolava che “ogni quattro secondi nel mondo muore una persona per fenomeni connotati da elevati livelli di diseguaglianza come mancanza di lavoro, accesso alle cure, fame, crisi climatica e violenza di genere”. Dopo l’invasione dell’Ucraina, fa orrore pensare a quel che sta succedendo.

Sì, il mondo è guasto. Anzi, in agonia. E l’unica cura possibile è rimettere al centro il valore del lavoro, la sua etica, la sua valenza democratica, la sua capacità di fratellanza, la sua forza creatrice, la sua esigenza di giustizia e di libertà. Sia ben chiaro: qui non si tratta certo di ripresentare sotto mentite spoglie il progetto palingenetico, e dittatoriale, affidato alla classe operaia, ma di ridiscutere dal nucleo fondativo, il lavoro, appunto, l’intera organizzazione sociale e civile. Il patto per il lavoro lanciato da Giuseppe Di Vittorio aveva questa ambizione.

Libertà dal lavoro o libertà nel lavoro? Il quesito di stampo marxista è in realtà un inutile sofisma perché eliminare il lavoro equivarrebbe ad annullare la stessa attività cerebrale. Infatti, anche il solo pensare, come ha chiarito Hannah Arendt in “Vita Activa”, è una forma di lavoro. L’ozio è la faccia voluttuosa del lusso. Il punto vero, la base di partenza, il fondamento di ogni degna costruzione sociale, è la libertà, nel contempo premessa e obiettivo del corretto agire umano. Il lavoro è libertà, e viceversa.

Bruno Trentin, la cui cultura azionista ha sempre prevalso sui successivi innesti legati alla militanza del Pci e che si è sublimata in specie nell’ultima fase della sua elaborazione teorica, insisteva sulla priorità dei diritti. Rileggere “La città del lavoro”, gli errori della sinistra e la sostanzialmente incompresa crisi del fordismo, resta un utile esercizio di riflessione. Così come gli scritti di un altro azionista quale Vittorio Foa conservano una valenza di stimolante fascino, a partire da “La Gerusalemme rimandata”: “La politica non è, come si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé”. Ecco il legame tra lavoro e autodeterminazione.

Il tema della conoscenza, della diffusione dei saperi e della moltiplicazione delle opportunità si conferma pietra angolare di ogni progetto di liberazione e di uguaglianza. Come diceva Bruno Buozzi non basta resistere un minuto più del padrone ma bisogna avere letto almeno un libro più di lui. Un ammonimento che oggi, nell’epoca della digitalizzazione e degli algoritmi, ha un incredibile potenza profetica.

Perché la lodevole iniziativa per le 150 ore si è spenta come una falena? Gli operai vogliono imparare a suonare il clavicembalo? chiese durante le trattative con ironico disprezzo un rappresentante della Confindustria, secondo il quale un metalmeccanico con potenzialità musicali doveva restare per sempre legato alla catena di produzione e riporre le sue aspirazioni nel cassetto dei personali desideri inesaudibili. L’ascensore sociale, animato dall’università di massa e dalle battaglie per il diritto allo studio, si è di nuovo bloccato. Anzi, funziona solo in discesa. Il figlio del notaio continua a fare il notaio, il figlio del poveraccio resta un poveraccio. Ed è più probabile che il primo finisca all’inferno piuttosto che il secondo salga in paradiso.

Il dominio della tecnica costituisce un fondamentale diritto di cittadinanza. L’intelligenza artificiale non può essere un mostro al servizio dei padroni, un robot virtuale che sostituisce i negrieri che imperversavano nei campi di cotone. E l’algoritmo non deve avere il suono della frusta sulla schiena dei moderni servi. La produttività viene intesa non come convinta partecipazione allo sviluppo dell’azienda ma come metro dell’alienazione. la meritocrazia è diventata sinonimo di subalterna affidabilità.

Si discute tanto di aumenti, come se concedere qualche euro in più fosse un attentato agli equilibri economici, una mancia che l’imprenditore non vuole dare perché considera il conto già troppo salato. Vorrebbe mangiare gratis e mettere tutto in tasca. Ecco le rinnovate grida contro il costo del lavoro, la prestazione d’opera ridotta a merce in offerta ad un mercatino dell’usato, tanto vale tirare sul prezzo perché tanto il venditore di fatica non può fare a meno dell’acquirente di turno.

La questione salariale andrebbe tutta ridiscussa. Cominciando dal rapporto tra la busta paga dei dipendenti, gli emolumenti dei manager e i profitti dei proprietari. Adriano Olivetti sosteneva che la scala dovesse essere al massimo da 1 a 400. Oggi a quanti milioni di divario siamo giunti? Che la retribuzione non sia una variabile indipendente e debba essere compatibile con tutti gli altri parametri economici, è un assioma acquisito con grandi tormenti negli anni Settanta di fronte al dilagare dell’inflazione ma ora siamo all’estremo opposto: è una variabile dipendente solo dalla quantità dei profitti e dalla disponibilità dei padroni, adusi al ricatto del dumping sociale. Se non ti sta bene vado a produrre dove hanno più bisogno di te e posso pagare meno. E in ogni caso posso contare su un esercito di disperati.

Gli immigrati, dall’Africa come dall’Est europeo, sono un inesauribile bacino per i lavori più faticosi, sporchi ma necessari: dal facchinaggio alla raccolta dei pomodori. Gli schiavisti sapevano che la vita dei loro prigionieri aveva un valore e in qualche modo la tutelavano: i loro epigoni non hanno nemmeno questa preoccupazione. Si impossessano della fatica, la remunerano con pochi spiccioli, la rubano, e poi via, nel carnaio degli scarti umani. Ladri di sofferenza.

Si discute molto anche della “Great resignation”, le grandi dimissioni. Gente, per lo più giovani, che rinuncia all’impiego nella speranza, o illusione, di trovare un migliore equilibrio tra vita privata e impegno produttivo. Se il posto fisso diventa prospettiva di sfruttamento a vita, la voglia di fuga è più che comprensibile. Un fenomeno che dagli Stati Uniti è arrivato in Italia. Legittimo il dubbio che questa tendenza venga sbandierata e ingigantita dalle organizzazioni datoriali, tutte impegnate a dimostrare che in realtà non si trova chi vuole impegnarsi davvero.

La stessa tesi che permea le polemiche contro il reddito di cittadinanza: la sicurezza dell’assegno sociale come comoda alternativa alla fatica quotidiana. Ai teorici di queste crociate non sfiora il dubbio, o forse sono in totale malafede, che la miseria delle paghe sia tale da indurre a ripiegamenti nichilistici e cinici che alimentano il risentimento e la rabbia sociale. Il precariato da necessità si trasmuta in scelta, un modo per entrare e uscire dalla gabbia di una perenne reificazione, conservando un minimo di speranza in una dimensione esistenziale non del tutto fallimentare. Un luddismo psicologico. Guadagnarsi la vita senza dar via l’anima. E la pensione? Ma tanto non l’avrò comunque.

Gig economy significa economia del temporaneo, del lavoretto. L’origine dell’espressione sembra provenga dalle orchestrine jazz che durante la prima grande depressione si spostavano su un calesse e guadagnavano qualche dollaro suonando qua e là. L’economia dello spettacolino, dell’improvvisazione, del tirare a campare. Gli anni del furore, per dirla con John Steinbeck, ma anche dell’allegria improvvisa suscitata dalle note di un banjo. Forse si vuole riscoprire quel senso di inventiva e di spensieratezza: i colorati circensi che ai semafori intrattengono gli automobilisti con giochi di abilità incarnano questo spirito. Il loro sorriso contrasta con la smorfia triste, arrabbiata e preoccupata degli automobilisti, schizoidi produttori-consumatori, chiusi nella propria scatola di metallo.

La narrazione prevalente dell’occupazione mette l’accento su una riottosità all’impiego con toni che assomigliano agli atteggiamenti paternalistici di quei vecchi imprenditori che di fronte agli scioperi nelle loro fabbriche si meravigliavano dicendo: ma come, li tratto così bene! Persino lo sfruttamento minorile veniva ammantato da propositi benefici.

Purtroppo, stiamo tornando al clima della prima industrializzazione, con forme selvagge di sfruttamento, di umiliazione, di sicurezza negata. Chi tiene il conto delle morti bianche? Con l’aggravante che nell’Ottocento il nascente movimento socialista e le prime leghe si battevano come leoni per cambiare le cose, mentre oggi i partiti della sinistra e i sindacati giocano tutto in difesa, pensando che piccoli risultati in una miseranda ridistribuzione delle ricchezze possano avallare la formazione di tesori stratosferici.

Fa venire i brividi vedere che partiti cosiddetti di sinistra avallino nei fatti la teoria del gocciolamento: dai rami frondosi dei plutocrati scendono solo miseria e umiliazione. Una società di ricchi non è una società più ricca! Il trionfo dei rentiers rappresenta l’apoteosi dell’alienazione. Mentre in Africa, e non solo, si muore di stenti, di sete, di fame, di malattia, Elon Musk organizza viaggi nello spazio per plutocrati. Nemmeno i più visionari film di fantascienza preconizzavano una tale desolazione.

Ad invocare la dignità del lavoro, con toni convinti e accorati, al momento sembra essere solo Papa Francesco. Possibile che la dottrina sociale della Chiesa sia l’unica zona franca concessa al dibattito su povertà e sfruttamento? Qual è “la giusta mercede” invocata già nel 1891 dalla Rerum Novarum? Come si esorcizza il dominio di Mammona?

L’invasione dell’Ucraina ha suscitato l’inevitabile reazione dell’Occidente che vede in pericolo i propri valori di democrazia e di libertà. Ma, tra questi, il diritto al lavoro non viene nemmeno citato. Lasciamo che siano gli Stati Uniti ad esportare ed imporre il proprio modello selvaggio di relazioni sociali o l’Europa riuscirà a trovare la forza di alzare con orgoglio e convinzione la bandiera della giustizia economica, delle pari opportunità, dello sviluppo compatibile e del welfare state? Un nuovo internazionalismo è in grado di superare i confini, fermare i carri armati e costruire la pace? I dittatori si abbattono con un progetto comune di nuovo umanesimo e non con il consumismo.

Prevedere dei contratti a livello europeo, così come uguali regole fiscali, è altrettanto importante che avere una difesa comune. Questo dovrebbe essere il grande obiettivo! Altro che spezzatini di accordi, giungle di regole, giochi al ribasso, organizzazioni sindacali e datoriali di comodo, miriadi di sigle! Persino le discussioni sul salario minimo, sull’orario o sullo smart working in un contesto continentale assumerebbero un significato diverso.

Ecco la grande utopia del lavoro. Partecipazione, creatività, solidarietà contro l’abiezione della finanza. Se a produrre il denaro è il denaro stesso, dove finisce l’uomo?

Lavoro e libertà.

Giorgio Benvenuto

Marco Cianca

 

 

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