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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Cosa rischia l’Italia dal nuovo patto di stabilità

Cosa rischia l’Italia dal nuovo patto di stabilità

di Maurizio Ricci
26 Aprile 2023
in Poveri e ricchi, Analisi
L’impegno dell’Europa per una legislazione sempre più efficace

Era meglio quando era peggio? Quando si tratta di definire le regole sui debiti e sui disavanzi della finanza pubblica, i fatti contano più delle parole. Ora, il dubbio che il nuovo Patto di stabilità dell’Unione europea – destinato a entrare in vigore il prossimo gennaio – possa rivelarsi, per l’Italia, meno conveniente di quello che discendeva dalla camicia di forza del trattato di Maastricht, è fino ad un certo punto un paradosso. Vero, tutti dicono che le nuove regole devono essere più flessibili ed accomodanti, perché l’era dell’austerità, sempre e comunque, è finita. Ma il vantaggio era che le vecchie regole erano vistosamente inapplicabili. L’obbligo di ridurre il debito pubblico italiano, ogni anno, di un ventesimo della differenza fra il tetto del debito al 60 per cento del Pil (sancito a Maastricht) e la percentuale effettiva (nel caso italiano oltre il 140 per cento) si traduceva in un fantasmatico impegno a ridurre il debito pubblico di circa 70  miliardi di euro ogni anno. Impensabile. E, infatti, nessuno l’ha mai pensato.

Ma una ventina? Per l’Italia sarebbe una tagliola devastante: in pratica, l’equivalente di una intera Finanziaria, solo per ridurre il debito. Però, un po’ meno impensabile del vecchio patto. E, infatti, in Germania ci hanno pensato, suggerendo che, nelle nuove regole, ci sia un obbligo di ridurre il debito pubblico dell’1 per cento l’anno (sarebbero 27 miliardi di euro di manovra, riducibili ad una ventina se si considerasse solo la quota che sfora il tetto di Maastricht). Difficile, in realtà, che la proposta tedesca passi così com’è. Tuttavia, la discussione vera è appena iniziata. E, anche se, a ben vedere, è, soprattutto, un braccio di ferro fra Bruxelles e Berlino, in questo scontro, siamo quelli che rischiano di più.

Il cammino del nuovo Patto, dopo che il vecchio era stato sospeso per fare spazio all’emergenza Covid, è già stato lungo e tortuoso, ma, senza entrare nei complicati dettagli tecnici, il senso era abbastanza chiaro. Per uscire dalle pastoie del vecchio Patto, di fatto inapplicabile, la Commissione aveva scelto di rivendicare a sè la responsabilità di assicurare la stabilità delle finanze pubbliche dei diversi paesi. Caso per caso, Bruxelles avrebbe concordato con i rispettivi governi i percorsi di rientro da situazioni di deficit o debito eccessivi, tenendo conto delle situazioni reali e non di parametri astratti. E’ qui che la Germania si è messa di traverso, rivendicando che anche la Commissione, nelle sue trattative con i singoli governi, sia tenuta a rispettare dei vincoli numerici e, quindi, verificabili. Non sarà magari l’1 per cento di debito in meno l’anno, di cui ha parlato il ministro delle Finanze tedesco, ma un numero su cui giudicare tutta l’operazione di risanamento ci vuole, secondo Christian Lindner e i suoi colleghi dei paesi nordici.

La bozza di compromesso proposta dalla Commissione non arriva fin lì. Un numero c’è, ma riguarda il deficit ( da ridurre di mezzo punto l’anno, se sfora il 3 per cento rispetto al Pil). Del debito si dice solo che deve essere, alla fine del periodo di risanamento, inferiore alla cifra iniziale. I vincoli di principio sono solo che la spesa corrente non deve crescere più delle previsioni a medio termine del Pil (così che un po’ di spazio per stimoli all’economia, all’inizio del periodo di risanamento, ci possa essere) e che, a risanamento in corso, le tasse non si toccano (tipo flat tax).

La trattativa che si è subito aperta sulla proposta fra la Commissione e i governi non sarà né rapida né facile ed è improbabile che Lindner ci possa infilare dentro troppi numeri per il semplice motivo – dicono gli esperti di cose europee – che anche la Francia, con un debito al 110 per cento del Pil, è oggi nella lista dei paesi impegnati a risanarsi e Parigi non è disposta a sopportare vincoli troppo stretti. Ma il nodo politico è un altro. La discussione con i singoli governi su debito e risanamento deve essere bilaterale o multilaterale? In altre parole, a decidere quando e cosa fare sono solo Bruxelles e, ad esempio, Roma o anche gli altri governi – ad esempio, Berlino – possono dire la loro?

Per l’Italia, la differenza fra trattare con Bruxelles o, invece, con Bruxelles e Berlino (più l’Aja, Vienna ecc.) è molto grande. Il rischio, nelle manovre di risanamento, è quello delle misure procicliche: se il paese è indebitato perché l’economia va male e tu tagli la spesa e aumenti le tasse, l’economia andrà peggio. E’ un rischio, verificato ai tempi dell’austerità, di cui gli economisti sono ben consapevoli, ma le vestali del debito a Berlino molto meno. Il problema, per l’Italia, è che rintuzzare il feticcio del debito, in caso di esami multilarali, è una questione politica e Roma, in particolare il governo Meloni, in Europa è debole e con gli amici sbagliati. Ecco perché il nuovo Patto di stabilità potrebbe rivelarsi scivoloso.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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