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Home - Approfondimenti - Interviste - Dimensionamento scolastico, Barbacci (Cisl scuola): il commissariamento di Valditara non fa bene alla scuola né ai territori. Il governo ci ripensi e apra il dialogo con le quattro regioni

Dimensionamento scolastico, Barbacci (Cisl scuola): il commissariamento di Valditara non fa bene alla scuola né ai territori. Il governo ci ripensi e apra il dialogo con le quattro regioni

di Elettra Raffaela Melucci
13 Gennaio 2026
in Interviste
Scuola, nuovo anno, vecchi problemi: mancano docenti, assunzioni bloccate e stipendi bassi. Parla Ivana Barbacci, segretaria generale Cisl Scuola, che tuttavia afferma: con Valditara c’è dialogo

IVANA BARBACCI SEGRETARIA GENERALE CISL SCUOLA NAZIONALE

Il dimensionamento scolastico è il piano varato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, previsto dal PNRR, che prevede la riduzione delle autonomie scolastiche attraverso l’accorpamento degli istituti, con l’obiettivo dichiarato di adeguare la rete educativa al calo demografico e contenere la spesa. Una scelta che ha sollevato forti critiche da parte dei sindacati della scuola, preoccupati soprattutto per le ricadute sulle aree interne. Contro il provvedimento hanno presentato ricorso quattro Regioni – Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna, Umbria – che contestano il metodo e il possibile conflitto con le competenze costituzionali. In questa intervista, la segretaria generale della Cisl Scuola, Ivana Barbacci, fa il punto sulle principali criticità della riforma e quali correttivi ritenga necessari.

In cosa consiste il piano di dimensionamento scolastico promosso dal ministro Valditara?

Nel 2022, il PNRR stabilì una serie di criteri numerici per poter definire le autonomie scolastiche. Una media pari a circa 960 alunni per istituzione scolastica, dalla quale poi si sono evinti numeri delle istituzioni scolastiche che ogni Regione poteva costituire. Parliamo quindi di un atto implicito al PNRR. Ad oggi le Regioni, in maniera più o meno articolata, si sono date delle regole e in gran parte dei casi, in particolare centro sud, ci sono state delle riduzioni scolastiche piuttosto significative – al Nord, invece, già in passato erano stati operati dimensionamenti graduali. Oggi siamo arrivati ad avere delle regioni – Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna – che non hanno adempiuto, in piena corrispondenza con i numeri, alle riduzioni delle scuole. Ma c’è da dire che sono Regioni che nel tempo hanno operato in maniera ligia alle norme, quindi non sono state inadempienti in senso assoluto. Certamente hanno delle difficoltà, anche perché parliamo anche di Regioni dove ci sono molte aree interne, con una complessità territoriale che ha fatto sì che quei numeri non potessero essere raggiunti. Quindi non per cattiva volontà, sia chiaro, ma per una difficoltà da parte dei Governi regionali a individuare dei criteri che potessero andare a ridurre le istituzioni scolastiche autonome. Con la determinazione del Governo e del Ministero dell’Istruzione, già stata stabilita dal PNRR, le regioni inadempienti subiranno un commissariamento, ovvero dovranno avere un commissario ad acta per predisporre i tagli che non sono stati fatti dalle giunte regionali.

Qual è la posizione della Cisl Scuola?

L’obiettivo di raggiungere il numero previsto di istituzioni scolastiche si sta conseguendo gradualmente e, come già accaduto in altre Regioni, va garantito alle quattro ricorrenti il tempo necessario per comprendere come operare. Ritengo che, prima di arrivare al commissariamento, sia fondamentale riaprire un confronto serio sulle cause, supportando queste Regioni nel raggiungere gli obiettivi piuttosto che agire d’impulso. Al momento, però, non risulta che siano stati avviati confronti per affrontare le difficoltà. Così si conferma, ancora una volta, quanto sulle questioni scolastiche le istituzioni nazionali e locali fatichino a dialogare. A rimetterci sono solo la scuola e il territorio. Mi aspetto quindi la riapertura di un dialogo tra le strutture, gli assessori regionali, i presidenti delle Regioni, il Ministro e il Consiglio dei ministri, visto che è proprio quest’ultimo a deliberare sul commissariamento. Il mio invito, in particolare al Governo, è di ripensare all’atto del commissariamento, perché così com’è concepito non giova alla scuola.

Il Ministero ha precisato che il dimensionamento riguarda esclusivamente la riorganizzazione amministrativa e non comporta la chiusura di plessi scolastici. In questo modo non si corre il rischio di istituti sempre più grandi e difficili da governare, con effetti sui carichi di lavoro e sul funzionamento delle scuole?

È una delle difficoltà che si individuano, anche se il prossimo futuro ci prospetta una diminuzione degli alunni. Sta alla politica regionale, quindi alla distribuzione della rete scolastica, cercare di distribuire il carico in maniera equa evitando grandi istituti troppo numerosi. Ma, allo stesso tempo, andrebbero garantite anche le realtà più marginali: non possiamo desertificare le aree interne del Paese solo perché ci sono pochi alunni. Anzi, dobbiamo necessariamente pensare alle scuole piccole e medie. Con il dimensionamento temo si siano perse di vista la motivazione per la quale si costituiscono le istituzioni scolastiche e l’equilibrio che serve affinché l’offerta formativa sia di qualità e funzionale ai bisogni, anche in prospettiva del contesto territoriale. Aree con densità di popolazione bassissima – come la Sardegna – hanno bisogno di avere un presidio sul territorio. Se ci facciamo governare solo dai numeri rischiamo di procurare dei danni che nel tempo avranno risvolti negativi. Per quanto riguarda Emilia-Romagna, Toscana e Umbria, nel tempo hanno sempre operato in maniera responsabile, eseguendo il dimensionamento secondo quanto previsto dalle leggi. E se adesso pongono la questione, vanno ascoltate.

Le regioni interessate dal commissariamento sono a guida centrosinistra. È un segnale da interpretare?

Sicuramente non è una casualità, anche perché le difficoltà di operare il dimensionamento c’è stata da parte Regioni di ogni colore. Bisogna mettere da parte la faziosità o il senso di appartenenza ai partiti e fare il bene del mondo della scuola e dei territori a prescindere da governi, di destra o di sinistra che siano. Le barriere ideologiche sono dannose. Il mio è un invito a pensare agli interessi dei cittadini e non agli interessi dei partiti.

Che impatto avrà questa riforma sulle disuguaglianze territoriali?

È un rischio elevato. In concomitanza con il calo degli studenti, ci si presenta un quadro per il quale nelle aree interne, se le scuole vengono chiuse, le famiglie non si insediano, o comunque abbandonano quei territori. Le scuole che resistono, invece, diventano un luogo di disuguaglianze perché le strutture hanno poche condizioni di progettualità e pochi servizi. C’è anche da considerare, poi, che in questa partita sono coinvolti anche gli Enti locali. È un incrocio di responsabilità che va fatto funzionare nella logica di dialogo aperto, non solo ragionieristica, per trovare soluzioni funzionali alla scuola.

Ci saranno conseguenze sul diritto allo studio?

Non direttamente, perché con il dimensionamento non si chiudono i plessi. Le conseguenze si avranno sul personale: riducendo il numero delle istituzioni scolastiche si perdono le dirigenze scolastiche, il direttore dei servizi, diminuisce il personale di segreteria che già è in difficoltà. Potrebbero esserci impatti negativi anche sui collaboratori scolastici. Alla lunga, comunque, venendo meno un numero significativo di scuole autonome, quel presidio sul territorio si assottiglia.

Il dimensionamento è collegato agli obiettivi del PNRR. È questo il modello di scuola che chiede l’Europa?

Credo che il modello di scuola debba essere deciso innanzitutto dagli italiani. L’Europa può legittimamente chiederci maggiore rigore nella gestione e nella distribuzione territoriale, ma di fronte a una logica di tagli imposti mi auguro che il suo ruolo sia centrale su altri fronti. Qui siamo di fronte a una vera politica territoriale e di prossimità, che risponde direttamente ai cittadini: per questo devono essere lo Stato, il Governo, le Regioni e gli enti locali ad assumersi pienamente la responsabilità delle scelte.

A giugno scadrà il tempo del PNRR. In che condizioni la scuola italiana arriva al traguardo?

Il PNRR non è stato calzante ai bisogni delle autonomie scolastiche. Ci sono state risorse – 19 miliardi, Missione 4 – che non abbiamo mai visto, distribuite in mille rivoli progettuali precostituiti, come se la risposta determinata dai singoli progetti potesse funzionare per ogni contesto. In realtà non è così. In molti casi c’è stato un aggravio di lavoro i cui effetti positivi sono tutti da verificare. Stiamo vivendo una certa sofferenza in un sistema che già prima del PNRR faticava a svolgere le attività ordinarie e che il PNRR ha travolto di adempimenti burocratici.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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