Il bluff dell’Internazionale sovranista è durato poco più di un mese. A inizio dicembre, il manifesto sulla sicurezza nazionale americana (tecnicamente un documento, ma nei toni e nell’ambizione un autentico manifesto) celebrava sì la supremazia degli Stati Uniti, ma si schierava decisamente a fianco della destra nei paesi europei, annunciando il proprio esplicito sostegno (politico e, forse – perché no – finanziario?). Un aggancio in cui si affrettavano a riconoscersi Farage in Inghilterra, la Le Pen in Francia, l’AfD in Germania, Meloni e Salvini in Italia, la Vox di Santiago Abascal in Spagna. Più che al fianco, a ben vedere, anzi, alla testa, con l’indicazione di una controffensiva culturale alle debolezze dello spirito europeo sull’immigrazione, l’ipocrisia del perbenismo, i valori della tradizione.
Ma vassalli o sudditi? Sudditi, si è capito nel giro di qualche settimana, doverosamente umili, silenziosi e deferenti. Il delirio di onnipotenza che ormai, ogni giorno, gonfia l’ego di Donald Trump gli ha, ancora una volta, impedito di giocare con qualche abilità sull’entusiasmo dei suoi interlocutori e lo ha spinto, invece, a calpestarne la sensibilità e a pretendere un omaggio servile, dimostratosi indigeribile. Questo è la trasformazione di un consesso sul recupero di Gaza in una contro-Onu, come il cosiddetto Board of Peace, gestito a braccio – fors’anche dopo il ritiro dalla Casa Bianca – dallo stesso Trump, insieme ad una serie di compagnie poco raccomandabili, da Lukashenko a Bin Salman, passando per Putin ed Erdogan. I geopolitologi – o, semplicemente, i trumpologi – osservano che il Board of Peace è una rappresentazione fedele del mondo come lo vede Trump, con le anime belle delle democrazie europee, al massimo, nel loggione. Finanche Giorgia Meloni – l’unica star del populismo europeo al governo e, dunque, costretta a schierarsi – ha preferito svicolare.
Ma il Board of Peace, come il Nobel obbligatorio, sono poco più di una passerella, priva, al momento, di peso politico. Per perdere l’abbrivio del manifesto di dicembre, Trump ha fatto molto di più, andando a ferire i sovranisti nostrani proprio nella loro ragione d’essere e nel loro antieuropeismo: la sovranità e l’orgoglio nazionale.
La sciarada della Groenlandia non è conclusa, ma, anche per una ossequiosa destra europea è difficile contemplare il principio dei sacri confini della patria stracciati, per un capriccio che lo stesso imperatore non riesce credibilmente a giustificare. E solo la stupidità del bullo o l’indifferenza del padrone (fors’anche l’una e l’altra, accoppiati con la totale ignoranza) possono spiegare l’incredibile gaffe: cancellare centinaia di europei, pur caduti in Afghanistan, solo e unicamente per sostenere gli americani.
Per le teste pensanti della destra europea, tuttavia, le crepe nel mito di Trump vanno al di là del dispregio per ogni garbo diplomatico. Se guardano con attenzione, vedranno svuotarsi anche i miti propagandistici su cui Trump ha costruito la sua fortuna elettorale e che fornivano materiale utile anche agli slogan della destra europea.
Ecco svanire il miraggio della rinascita dei “colletti blu”, di facile presa anche in Europa, per un elettorato che ricorda ancora il benessere (promosso, peraltro, dalla sinistra) che segnava l’era della fabbrica. Niente da fare. Da quando Trump è presidente, l’America non ha creato neanche un colletto blu in più. Anzi ha cancellato altri 68 mila posti di lavoro nell’industria manifatturiera, continuando a sfornare, piuttosto, infermiere e insegnanti. Vuol dire che neanche Trump può fermare l’inesorabile marcia dell’automazione? Sì, ma non solo e neanche soprattutto. Negli stessi mesi sono, infatti, scesi anche gli investimenti nelle fabbriche: 200 miliardi di dollari, contro i 250 miliardi del 2024.
Colpa, anche, della bacchetta magica più volte evocata da Trump e che ha affascinato più d’uno da questa parte dell’Atlantico: le tariffe. I dazi – avevano subito detto gli economisti – colpiscono anzitutto che li mette. Non è vero, ribatteva Trump, li pagano gli stranieri. Be’, hanno ragione gli economisti. Confrontate i prezzi alla frontiera (rimasti uguali) e poi quelli al consumo negli Usa. Il 94 per cento dell’importo dei dazi, dicono i dati, viene pagato dalle imprese e dai consumatori americani: per chi esporta in America non è cambiato niente (lo mostrano anche i dati sui loro profitti).
Quali americani, però? Un punto chiave della trumpologia è che parla ai poveri, ma premia i ricchi. I dazi, dicono sempre i dati, gravano in particolare sui consumi dei meno abbienti. Il travaso è scandaloso ed evidente. I poveri pagano 200 miliardi di dollari di dazi, che serviranno a finanziare i tagli alle tasse, nel 2026, per i ricchi. Forse, anche per Salvini è un gioco troppo sporco.
E il pugno duro sull’immigrazione, fiore all’occhiello dell’amministrazione Trump e invidia (omicidi a parte) di buona parte della destra europea? L’esperienza americana di quest’anno dice che liberarsi del “diverso” può far piacere, ma non procura lavoro. L’idea che meno immigrati e più posti di lavoro per noi, su cui Trump ha costruito un mito propagandistico, non è vera. Anzi, è vero il contrario. I dati dicono che, da quando Trump è presidente, il tasso di disoccupazione per i nati all’estero è sceso al 4 per cento. Mentre quello per gli americani di nascita è salito al 4,5 per cento. Gli economisti se lo aspettavano: se non ho più nessuno a cogliere le mele, chiudo bottega e licenzio anche gli agronomi.
Maurizio Ricci


























