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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Barili e bombe. Dove ci porterà la crisi del petrolio

Barili e bombe. Dove ci porterà la crisi del petrolio

di Maurizio Ricci
11 Marzo 2026
in Poveri e ricchi
Energia e petrolio, siglata ipotesi di accordo per rinnovo

“In Borsa, la gente si muove non in base a quello che pensa, ma in base a quello che pensa pensino gli altri”. John Maynard Keynes giocava spesso, e con fortuna, in Borsa e aveva individuato che la spinta ad anticipare le mosse del mercato fa quasi sempre premio su un giudizio ragionato della situazione. Tanto più vero oggi, che le borse si muovono al ritmo di frazioni di secondo. E, forse, questo spiega perché i mercati finanziari abbocchino costantemente e con tanta facilità ai borbottii che rendono conto del vagare della mente di Donald Trump. Durerà molto questa Terza Guerra del Golfo? Durerà poco? Non lo sa nessuno e tanto meno Trump, che l’ha iniziata senza sapere cosa ci poteva ricavare (personalmente e no).

Proprio la durata, però, è la variabile decisiva per capire quali possano essere le conseguenze economiche del conflitto. Quanto resterà chiuso lo stretto di Hormuz? Quando finirà la paralisi dei giacimenti di petrolio e di gas che circondano il Golfo? Quello che è già chiaro è che la fine del conflitto non segnerà automaticamente il ritorno alla normalità e l’esaurirsi degli strascichi economici della guerra. Anche con Hormuz riaperta, le catene logistiche impiegheranno settimane a riorganizzarsi e per far ripartire pozzi e giacimenti, anche a prescindere da eventuali danni, ci vorranno mesi. E, comunque, anche quando i flussi ricominceranno, i prezzi rientreranno nei parametri abituali solo molto lentamente. L’invasione dell’Ucraina, quattro anni fa, scatenò una crisi energetica mondiale nel giro di pochi giorni, ma i prezzi ridiscesero nel trend abituale dopo un anno.

Dunque, non sarà una crisi lampo. Con effetti a cascata. L’aumento dei prezzi dell’energia si traduce in un aumento dei costi per le imprese e delle bollette per le famiglie, che vedono ridotto il proprio potere d’acquisto. Ma i maggiori costi per le imprese le spingono ad alzare i prezzi e l’inflazione che ne risulta diminisce ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori. La domanda scende, aprendo la strada ad una recessione, probabilmente aggravata da un aumento dei tassi di interesse, che la banca centrale decide per frenare l’inflazione. E’ la stagflazione, lo scenario peggiore possibile, anche se gli economisti non si attendono, numeri alla mano, un impatto troppo incisivo, ai livelli delle crisi petrolifere precedenti.

Non è, comunque, un impatto uguale per tutti. La guerra la fa l’America, ma la pagano soprattutto Europa ed Asia. Non è improbabile che chi sta intorno a Trump gli abbia detto che gli Stati Uniti – che petrolio e gas li esportano – sono relativamente isolati dalla crisi energetica, mentre Europa ed Asia – che petrolio e gas li esportano – ne subiscono appieno l’impatto. Lo confermano i primi numeri messi insieme dagli economisti. Il petrolio a 100 dollari si traduce, negli Stati Uniti, in un aumento dell’inflazione di 0,7 punti e in una riduzione del Pil di 0,1 punto. Per l’Europa, il salto del barile da 60 a 100 dollari, mantenuto sino a fine anno, si tradurrebbe in un aumento di inflazione di 1,6 punti e in una riduzione del Pil fra 0,4 e 0,8 punti. Di fatto, significherebbe una discesa dell’economia quasi al ristagno ed un impennata dell’inflazione ben oltre il 3 per cento, con conseguente allarme della Bce.

Siamo ben lontani dai collassi degli anni ’70, ma ce n’è abbastanza per lanciare l’allarme e impostare interventi straordinari di sostegno per l’economia europea. Tuttavia, anche l’idea degli Usa come isola felice nella crisi è, in qualche misura, un abbaglio e un soprassalto di lucidità potrebbe anche essere un motivo di ripensamento nel bellicismo della Casa Bianca. L’abbaglio è il risultato di una inevitabilità statistica, ma anche delle politiche care allo stesso Trump.

Il mercato del petrolio è globale, il prezzo è lo stesso per tutti e, dunque, l’aumento del barile si ripercuote allo stesso modo dalle due parti dell’Atlantico sui conti di imprese e famiglie. Nel caso americano, tuttavia, la zavorra dell’aumento del barile sui conti di imprese e famiglie viene compensata dall’effetto positivo dell’aumento sui profitti delle aziende che esportano petrolio e gas e sui salari dei loro dipendenti. Ecco perché, nel calcolo del Pil, l’impatto sui conti americani è così inferiore a quello sui conti europei. Ma le statistiche non sono la realtà o, almeno, la realtà immediata. L’aumento della benzina alla pompa è subito evidente, la compensazione a livello di Pil la vedremo fra un anno. A otto mesi dalle decisive elezioni per il rinnovo del Congresso, questo scarto temporale può essere esiziale per Trump.

Ma, nei conti, entra in gioco un elemento non esclusivo di Trump, che ne ha fatto, però, una bandiera. Questo elemento è la cosiddetta virtuosità ambientalista. Per gli Usa, il petrolio è ancora un fattore cruciale dell’economia. Per l’Europa, molto meno e questo è il motivo per cui l’impatto della crisi è ammortizzato, rispetto a quello che potrebbe essere. Il parametro da considerare è la ricchezza (tecnicamente, le unità di Pil) che il sistema genera con la stessa quantità di petrolio. Nel 1990, con un chilo di petrolio, l’Italia generava 7 dollari di Pil. L’Eurozona, 5 dollari. Nel 2023, con lo stesso chilo di petrolio, l’Italia produce oltre 26 dollari di Pil, l’Eurozona 23 dollari. E gli Usa? A passo di lumaca. Nella terra dei Suv sempre assetati, si producevano 3 dollari di Pil con un chilo di petrolio. Nel 2023, erano diventati solo 13.

Alla lunga, in materia di petrolio, possiamo essere più ottimisti noi. Anche se la risacca antiecologista che sta montando in Europa e, in particolare, a Bruxelles potrebbe portarci un po’ di caselle indietro.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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