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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Il precedente Renzi e l’ombra sul governo Meloni: quando il consenso si sgretola

Il precedente Renzi e l’ombra sul governo Meloni: quando il consenso si sgretola

di Massimo Mascini
7 Aprile 2026
in L'Editoriale
I dolori della giovane Giorgia

GIORGIA MELONI

L’errore nel quale rischia di incorrere Giorgia Meloni è lo stesso che causò la caduta del governo di Matteo Renzi. Questi, poco prima di affrontare il referendum costituzionale nel 2016, si accorse improvvisamente di essere restato solo. Con le sue politiche poco accorte, con la fretta di fare piazza pulita di quelli che considerava solo pericolosi ritardatari, con la voglia di spazzare via chi non lo apprezzava, alla fine si rese conto di essersi inimicato intere fette della società civile, che al momento del voto avrebbero volentieri votato contro la sua riforma costituzionale. Come poi fecero. Aveva contro i sindacati, tutti indistintamente i pubblici dipendenti, i piccoli risparmiatori e così via. Troppi nemici in un momento in cui doveva al contrario stringere le falangi alleate.

La Meloni corre adesso lo stesso rischio, come del resto ha provato l’esito del referendum che si è appena tenuto, e sul quale nessuna delle grandi associazioni di impresa si è spesa a favore. Ma poi, basta pensare a cosa sta accadendo tra il suo governo e la Confindustria. La confederazione degli industriali è sempre stata tendenzialmente filogovernativa, per avere una sponda sicura cui fare riferimento, per non crearsi troppi problemi, per una tendenza spiccata al conservatorismo. Fino a quando però gli interessi dei suoi iscritti non vengono messi in pericolo, perché a quel punto ci mette poco a cambiare bandiera. Ed è quello che sta accadendo, come dimostrano i numerosi atti di opposizione che hanno caratterizzato la confederazione di Emanuele Orsini, che peraltro ha trovato accanto a sé tutte le altre grandi confederazioni datoriali, dal commercio alle cooperative, agli artigiani.

L’ultimo episodio, la protesta del mondo della produzione contro il recente decreto fiscale, è esplicito. Il governo ha avanzato un programma di politica industriale chiedendo agli imprenditori di investire e promettendo una serie di benefici fiscali, le imprese hanno effettuato gli investimenti, ma i benefici sono arrivati in misura drasticamente ridotta. Di qui la protesta, anche abbastanza plateale, rientrata poi mercoledi scorso, grazie alla precipitosa marcia indietro dell’esecutivo che ha ripristinato le risorse tagliate, ma è chiaro che si tratta solo di una tregua assai precaria.

Gli industriali, di fatto, sono arrivati a bocciare indistintamente tutta la politica industriale del governo, disertando perfino alcune riunioni convocate al Mimit, non ritenendo il ministro titolare sufficientemente affidabile. Per non parlare delle numerose proteste delle grandi associazioni datoriali, tutte, per i reiterati tentativi del governo di sostenere i contratti pirata contro la contrattazione portata avanti dalle parti sociali maggiormente rappresentative. Anche in questo caso disertando – e stavolta a guidare la rivolta era stata Confcommercio- gli appuntamenti con l’esecutivo, perché allargati anche ad associazioni non rappresentative.

Nel fonte avverso al governo Meloni milita poi certamente la Cgil, che è stata il perno della campagna referendaria. Ma la presidente del Consiglio sbaglia se pensa di affidarsi al sostegno delle altre due grandi confederazioni sindacali. Cisl e Uil non scioperano contro le manovre economiche del governo, ma stanno trattando, accanto alla Cgil, con gli imprenditori per un nuovo grande patto sociale. E sempre assieme Cgil, Cisl e Uil si battono tutti i giorni ai tavoli contrattuali, così come, quest’anno, festeggeranno ancora una volta unite il primo maggio a Marghera, per protestare contro la precarietà.

Ma a questo punto, tolte Confindustria, Confcommercio e tutte le altre confederazioni datoriali, tolto il sindacato, alla Meloni cosa resta come riferimento sicuro oltre a Coldiretti?

E potremmo ricordare anche il caso dei pubblici dipendenti. I contratti nazionali di lavoro che li interessano o non sono stati rinnovati negli ultimi anni o lo sono stati con grande difficoltà e spesso senza la firma della Cgil. Non per partito preso, ma perché le intese prospettate prevedevano quasi sempre aumenti salariali ridotti rispetto all’inflazione, il che avrebbe causato un impoverimento delle retribuzioni. Alcuni sindacati hanno preferito firmarli per far avere comunque degli aumenti retributivi ai lavoratori, ma questi ultimi sanno bene come sono andate le cose e probabilmente non lo dimenticheranno al momento buono.

Insomma, sembra ripetersi lo stesso schema che ha caratterizzato la fine del governo Renzi e non è una buona notizia per Giorgia Meloni. La quale non può certo contare sui giovani. Il dato più interessante giunto dal referendum di due settimane fa (sembra un secolo, tante cose sono successe!) è proprio quello che interessa la generazione Z, i ragazzi nati nel nuovo millennio, che in buona percentuale hanno votato a favore del No. Lo hanno fatto perché sono diversi, e sono diversi anche perché hanno altri riferimenti rispetto al passato, soprattutto non dipendono più dalla televisione per informarsi e acculturarsi, come facevano sostanzialmente le precedenti generazioni. Loro hanno i social, i computer, Instagram, tutto un mondo diverso che li informa di quanto accade a livello internazionale e non condiziona l’informazione come faceva e fanno mamma Rai e le televisioni berlusconiane. Hanno votato in maniera differente da come qualcuno si aspettava e quelli che arriveranno dopo, anche alle prossime elezioni politiche, non si comporteranno diversamente. Forse è stata imboccata una strada nuova, certamente interessante.

Massimo Mascini

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