Le piattaforme digitali non sono più solo una questione di rider che consegnano cibo a domicilio o di app per i trasporti urbani. La tecnologia sta ridisegnando anche l’assistenza domiciliare con il lavoro di cura che è diventato il terzo settore della gig economy in Italia, rappresentando il 21% di tutte le attività lavorative digitali nel Paese. Di questo scenario di profonda trasformazione, che unisce innovazione tecnologica e welfare, si è discusso oggi durante il seminario internazionale “Piattaforme digitali e lavoro di cura: tra formalizzazione, emersione e riorganizzazione del welfare”, evento promosso da Inapp, Sapienza Università di Roma e dall’Oxford Internet Institute nell’ambito del progetto Fairwork.
I dati dell’indagine Inapp-Plus 2024 mostrano che in Italia circa 687mila persone percepiscono un reddito grazie alle piattaforme digitali. Di questi, circa 80mila sono veri e propri lavoratori continuativi nei settori chiave: dalle consegne al lavoro online, fino ai servizi di cura. L’indagine mostra che il 56% dei lavoratori opera nel food delivery (circa 44.000 rider), il 35,7% si occupa di attività professionali online e il 21% è impegnato nei servizi di cura. Già nel 2023 il progetto WePlat aveva censito circa 140 piattaforme attive tra salute, assistenza sociosanitaria e domiciliare. Per il 76% di questi lavoratori, il guadagno ottenuto tramite app rappresenta una componente essenziale o comunque significativa del bilancio familiare. Inoltre, emerge un forte carattere “multidatoriale”: il 46% dei lavoratori non si lega a una sola piattaforma, ma ne usa contemporaneamente due o più per massimizzare le entrate.
Durante il seminario sono stati illustrati anche i risultati di una sperimentazione innovativa: l’applicazione INAPP Workmeter, creata appositamente per indagare il funzionamento del management algoritmico dall’interno dell’ambiente digitale in cui esso opera, osservando in tempo reale i processi attraverso cui gli algoritmi pianificano il lavoro. I dati rivelano che la maggior parte delle prestazioni si concentra in un raggio compreso tra i 3 e i 7 chilometri, con una durata media di circa 25 minuti e velocità superiori ai 12 km/h. Questo dimostra che il vero valore economico delle piattaforme non risiede tanto nel servizio erogato, quanto nella capacità di organizzare e moltiplicare in modo standardizzato e rapidissimo le intermediazioni tra utenti, lavoratori ed esercenti, dalle quali estraggono valore economico.
Proprio perché l’algoritmo ha un peso così forte si è sottolineato come non basta più discutere solo della “etichetta giuridica” dei lavoratori (autonomi o subordinati) ma bisogna regolare direttamente il funzionamento dei sistemi informatici. In questo senso, il dibattito si è concentrato sulle novità del Decreto-Legge 30 aprile 2026 n. 62, nato per contrastare il caporalato digitale e introdurre l’obbligo dello SPID per accedere alle piattaforme di lavoro. La proposta che è emersa è che l’identità digitale, unita a strumenti di monitoraggio come l’app INAPP Workmeter, possa diventare la base per una nuova infrastruttura pubblica del lavoro digitale. Un sistema trasparente in grado di garantire accessi certificati, tracciabilità delle ore, certificazione delle competenze e, soprattutto, la portabilità dei diritti e delle tutele sociali per chi lavora. Un modello di riferimento in tal senso può essere quello francese CESU+, una delle esperienze più avanzate di piattaforma pubblica che attraverso la digitalizzazione delle procedure, semplifica gli adempimenti amministrativi, gestisce pagamenti, contribuzioni e agevolazioni fiscali, rendendo altamente conveniente l’emersione del lavoro domestico.
Il presidente Inapp, Natale Forlani, ha spiegato: “Il welfare italiano sta cambiando e l’utilizzo delle tecnologie digitali e degli algoritmi nei servizi di cura rappresenta una realtà sempre più rilevante. Se accompagnata da processi regolativi innovativi, l’infrastruttura tecnologica può contribuire a tracciare i flussi di lavoro, certificare le prestazioni e le forme contributive, fornendo un valido supporto alle famiglie e favorendo l’emersione del lavoro regolare. La sfida non è demonizzare l’algoritmo, ma orientarlo. L’impiego di soluzioni tecnologiche avanzate, integrato con forme ibride di regolazione delle relazioni lavorative, può rappresentare il binario sul quale far convergere innovazione tecnologica e innovazione sociale. Una prospettiva che consente di superare approcci rigidamente categoriali, fondati esclusivamente sulla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro, sempre meno adeguati a governare fenomeni caratterizzati da frammentazione delle attività, multidatorialità, scalabilità organizzativa, digitalizzazione dei processi produttivi e crescente autonomia operativa. Dinamiche che interessano non soltanto il lavoro tramite piattaforma, ma una quota sempre più ampia del mercato del lavoro contemporaneo”.
























