Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo ha approvato la Direttiva europea anticorruzione. Il 21 aprile 2026 il testo è stato approvato anche dal Consiglio dell’Unione Europea. L’11 maggio il testo è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE e il 31 maggio è entrata in vigore. Gli stati membri hanno poi 24 mesi di tempo per la trasposizione negli ordinamenti nazionali, ad eccezione delle disposizioni relative alle valutazioni dei rischi e alle strategie nazionali, per le quali il termine previsto è di 36 mesi.
Sebbene alcune disposizioni contenute nella versione finale risultino più deboli rispetto alla proposta iniziale, lo spirito della normativa è rimasto intatto: non soltanto armonizzare le basi giuridiche comunitarie dei reati di corruzione, ma rafforzare le leggi anticorruzione nazionali.
Tra i punti di interesse l’introduzione del reato di “esercizio illecito di funzioni pubbliche”, dedicato a determinate violazioni gravi derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni. Questo punto potrà forse colmare le carenze normative di contrasto al fenomeno dell’abuso d’ufficio nell’ordinamento italiano, abrogato con la legge 114 del 2024 ossia la cosiddetta riforma Nordio.
Dell’impatto e dell’importanza della direttiva europea si è discusso durante un seminario organizzato dalla Cgil “Legalità e appalti: la nuova direttiva europea anticorruzione”, al quale ha anche partecipato il presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anti corruzione, Giuseppe Busia. Proprio su legalità, appalti, tutela dei diritti e contrasto alla corruzione la Cgil ha avviato, lo scorso 15 maggio, una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere per chi lavora negli appalti stesso salario e stesse tutele di chi è alle dipendenze del committente.
Nella relazione di apertura dei lavori Alessandro Genovesi, responsabile dell’Area Contrattazione inclusiva, appalti e contrasto al lavoro nero della Cgil, ha sottolineato l’importanza della posta in gioco. “La lotta alla corruzione non è una materia per soli tecnici o giuristi. Riguarda democrazia e lavoro. Il tutto – dice Genovesi – in un paese in cui il prezzo del malaffare varia tra i 50 e i 150 miliardi di euro all’anno, a seconda se si stimino solo il valore connesso a tangenti, frodi e appalti truccati o anche gli effetti sull’indotto, sugli investimenti esteri persi ed in termini di minore efficienza economica. Con un crollo, solo negli ultimi anni, nell’indice di percezione della corruzione di trasparency international dal 41° posto nel 2022 al 52°”.
“Nonostante il testo finale sia al ribasso rispetto alle posizioni di partenza, il fatto di avere una legislazione comune, una linea sotto la quale non si può scendere è un risultato importante, visto anche lo scenario geopolitico che stiamo vivendo” ha detto il numero uno dell’Anac. Non dobbiamo pensare che la corruzione posso essere rappresentata unicamente dalla mazzetta. Ma c’è corruzione anche quando un ufficiale pubblico fa o non fa determinate cose, quando nella sanità le liste d’attesa non vengono rispettate per qualche favoritismo. Dobbiamo ricordarci che il prezzo economico e sociale della corruzione viene pagato da i più deboli, e che la corruzione distrugge l’idea stessa dello stare insieme”.
Busia ha poi anche ricordato come ci sia stato un arretramento con questo governo per quanto riguarda le norme anti corruzione. “Dopo l’abolizione dell’abuso di ufficio, che si sarebbe dovuto compensare con riforme amministrative, abbiamo fatto dei passi indietro. E questo ha generato un indebolimento degli anti corpi anti corruttivi. Anche l’abbassamento della responsabilità erariale prevista della riforma Foti della Corte dei Conti non aiuta una gestione attenta delle risorse pubbliche”.
Un arretramento che è stato sottolineato anche dalla professoressa Stefania Pellegrini, docente di sociologia del diritto all’Università di Bologna, che ha descritto gli effetti negativi sul sistema del combinato disposto che si sta creando con la riforma della Corte dei Conti, l’abolizione dell’abuso di ufficio e la restrizione del campo di applicazione, sempre ad opera della riforma Nordio, del reato di traffico di influenze illecite.
Tutti questi interventi, sostiene Pellegrini, non hanno velocizzato la giustizia e dato uno slancio alla macchina pubblica, ma hanno solo limitato l’azione dei magistrati contabili, ridotto il peso dell’Anac e cercato di ridurre quelli che, secondo l’esecutivo, sono viste come invasioni di campo da parte della magistratura.




























