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Home - Notizie del giorno - Emergenza caldo estremo, Greenpeace e Cgil: a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori nei prossimi tre giorni

Emergenza caldo estremo, Greenpeace e Cgil: a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori nei prossimi tre giorni

25 Giugno 2026
in Notizie del giorno, In evidenza
Emergenza caldo estremo, Greenpeace e Cgil: a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori nei prossimi tre giorni

L’ondata di calore anomala che da una settimana sta colpendo il nostro Paese e gran parte dell’Europa, nei prossimi tre giorni potrebbe mettere a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori e lavoratrici in Italia. È quanto emerge da un’analisi condotta da Greenpeace Italia combinando le previsioni di rischio caldo del progetto Worklimate con i dati ISTAT sull’occupazione. Con questa analisi, Greenpeace Italia e Cgil denunciano i gravi effetti della crisi climatica sui lavoratori e le responsabilità delle grandi aziende dei combustibili fossili e del governo Meloni, che continua a sostenere un modello energetico basato sul petrolio e sul gas, principale causa del surriscaldamento globale.

L’analisi previsionale mostra come nelle giornate 25-27 giugno le province e le città metropolitane dei capoluoghi di Regione con il maggior numero di lavoratori potenzialmente a rischio sono Roma (427 mila lavoratori, 25% del totale dei lavoratori della città metropolitana), Milano (347 mila, 14%) e Napoli (133 mila, 19%). I settori con il maggior numero di persone esposte sono inoltre l’edilizia (603 mila lavoratori), trasporti merci su strada, magazzinaggio, servizi di consegna e rider (537 mila) e manutenzione del verde e servizi per edifici (292 mila). Nel complesso, il caldo estremo espone il 18% dei lavoratori e delle lavoratrici dei territori analizzati al pericolo di impatti diretti per la salute fisica e mentale, oltre ad aumentare la probabilità di infortuni sul lavoro. Sabato 27 giugno sarà il giorno con la più alta stima di lavoratori esposti al caldo estremo: solo quattro province non risultano a rischio (Aosta, Campobasso, L’Aquila e Potenza).

«Il caldo estremo non è più un evento eccezionale, ma una conseguenza strutturale della crisi climatica che sta già cambiando il modo in cui viviamo e lavoriamo. Proteggere lavoratori e lavoratrici richiede misure immediate di prevenzione e adattamento, ma anche una rapida uscita dai combustibili fossili. Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone, sui servizi pubblici e sulle imprese, mentre le aziende del petrolio e del gas continuano ad accumulare profitti miliardari. Per questo chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare», dichiara Simona Abbate, campaigner Clima ed Energia di Greenpeace Italia.

Secondo Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil: «L’aumento di infortuni e morti nelle giornate caratterizzate da temperature elevate conferma che il caldo rappresenta un rilevante fattore di rischio. Le ordinanze regionali, provvedimenti importanti seppur in alcuni casi non completi, hanno colmato l’inerzia del governo dopo l’Accordo quadro del 2025, mentre il recente decreto approvato in Consiglio dei ministri, che prevede il rifinanziamento della cassa integrazione per alcune categorie di lavoratori più esposti, rappresenta, seppur tardivo e con un finanziamento insufficiente, un primo parziale risultato, ottenuto anche grazie alle iniziative della Cgil. Occorre ora rafforzare prevenzione, sicurezza e controlli, riorganizzando il lavoro e la produzione in funzione delle alte temperature, per tutelare la salute e il reddito delle lavoratrici e dei lavoratori».

La previsione del rischio caldo di Worklimate per Greenpeace riguarda i lavoratori e le lavoratrici potenzialmente esposte a condizioni di rischio caldo classificato “alto”. Questa categoria comprende persone che svolgono attività fisiche anche intense e che, nonostante ciò, sono esposte a condizioni termiche in grado di rappresentare un rischio per la salute.

Marco Morabito, ricercatore del CNR-IBE e responsabile scientifico insieme ai referenti dell’INAIL del progetto Worklimate, commenta così: «Nei prossimi dieci anni il lavoro estivo in Italia subirà trasformazioni sempre più rilevanti. Il progressivo aumento dell’esposizione dei lavoratori al caldo non rappresenta più un fenomeno episodico, ma una condizione ormai strutturale. Il rischio di non intervenire oggi è quello di trovarsi, in un futuro non lontano, di fronte a condizioni lavorative sempre più insostenibili».

Durante l’ondata di calore in corso, Greenpeace e Cgil hanno condotto un’attività di monitoraggio in alcuni luoghi di lavoro della capitale con una termocamera a infrarossi che misura istantaneamente la temperatura delle superfici. Sono state riscontrate temperature superficiali molto alte, nella zona della Stazione Termini di Roma, luogo molto frequentato dai rider, con picchi superiori agli 80°C.  In due cantieri, uno dei pressi di Piazza Bologna e l’altro dell’Università La Sapienza, i lavoratori operavano nelle ore centrali della giornata, e in entrambi i casi le temperature superficiali erano molto elevate, con picchi che oscillavano fra i 60°C e i 100°C. Sebbene questi valori riguardano la temperatura delle superfici e non la temperatura dell’aria o quella percepita, sono ugualmente allarmanti, sia perché influenzano sensibilmente la temperatura degli strati d’aria più prossimi alla superficie, sia perché i lavoratori appartenenti alle categorie più esposte si trovano spesso, per diverse ore, a contatto diretto o in prossimità di superfici che irradiano molto calore, con possibili effetti dannosi per la salute.

Greenpeace Italia e Cgil chiedono al governo italiano misure emergenziali che tutelino tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche chi attualmente non è coinvolto dalle ordinanze caldo, investimenti concreti nella transizione energetica e misure di prevenzione e adattamento. Le risorse per questi interventi devono essere recuperate tassando le industrie dei combustibili fossili che accumulano profitti record alimentando la crisi climatica.

Greenpeace chiede inoltre al governo di abbandonare rapidamente le fonti fossili, a partire da un piano di uscita dal gas entro il 2035, e di introdurre una tassazione permanente sui profitti delle industrie del gas e del petrolio. Le risorse ricavate devono essere destinate alla protezione delle persone, a partire dalle più vulnerabili, all’adattamento climatico — anche dei luoghi di lavoro — e alla transizione energetica.

redazione

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