Non si è mai parlato così tanto di lavoro e, allo stesso tempo, raramente ci si è interrogati così poco sul suo significato. La discussione pubblica oscilla fra salari, produttività, competenze, innovazione tecnologica e carenza di manodopera. Temi fondamentali, naturalmente. Ma resta spesso sullo sfondo una domanda più elementare: perché lavoriamo? O, più precisamente, che cosa rende il lavoro un’esperienza capace di dare significato alla vita di una persona?
È da questo interrogativo che prende le mosse Vittorio Pelligra nel suo ultimo saggio Lavorare per gli altri. Un’economia del significato (Il Mulino, 168 pagine, 18,00€) . Economista noto per i suoi studi sull’economia comportamentale e civile, Pelligra affronta un tema che rischia facilmente di scivolare nella retorica motivazionale. Il merito del libro sta proprio nell’evitare questa trappola. Non ci sono slogan sulla felicità aziendale né ricette per manager illuminati. C’è invece il tentativo di riportare il lavoro dentro una riflessione più ampia sulla persona e sulle relazioni che ne costituiscono l’esperienza quotidiana.
Il punto di partenza è semplice ma non banale. Per lungo tempo l’economia ha considerato il lavoro soprattutto come un fattore produttivo, una risorsa da impiegare nel modo più efficiente possibile. Una prospettiva che ha consentito analisi rigorose e risultati importanti, ma che finisce per trascurare una dimensione essenziale: il fatto che il lavoro non produce soltanto beni e servizi, ma produce anche identità, riconoscimento sociale, appartenenza, autostima. In altre parole, produce significato.
Da qui il titolo del libro. “Lavorare per gli altri” non indica soltanto l’ovvia circostanza che ogni attività professionale si inserisce in una rete di scambi. Significa soprattutto riconoscere che il valore di ciò che facciamo dipende dal legame che ci unisce agli altri. Quando questa connessione si indebolisce o scompare, il lavoro rischia di trasformarsi in una mera esecuzione di compiti.
Pelligra dedica pagine particolarmente interessanti a quelle situazioni nelle quali il significato viene progressivamente eroso. Le organizzazioni tossiche, le pratiche manageriali che mortificano l’autonomia, la diffusione di attività percepite come inutili o prive di uno scopo riconoscibile, l’ossessione per gli indicatori quantitativi: fenomeni diversi che finiscono però per produrre un effetto comune, cioè la separazione tra ciò che si fa e il motivo per cui lo si fa.
Non è una diagnosi nuova. Negli ultimi anni sociologi e studiosi del lavoro hanno descritto in molti modi questa crisi del senso. L’originalità di Pelligra consiste nell’affrontarla dal punto di vista dell’economia civile, una tradizione di pensiero che considera la cooperazione, la reciprocità e le relazioni di fiducia come elementi costitutivi della vita economica e non semplici effetti collaterali. In questa prospettiva, la qualità di un’organizzazione non si misura soltanto attraverso i risultati che raggiunge, ma anche attraverso il modo in cui tratta le persone che la rendono possibile.
Il libro si muove dunque su un terreno che è insieme economico, sociale ed etico. E lo fa senza indulgere a nostalgie per un passato idealizzato. Il lavoro, infatti, è sempre stato anche fatica, conflitto e subordinazione e per questo la riflessione dell’autore non mira a dipingere un mondo professionale armonioso e privo di tensioni. Piuttosto, invita a riconoscere che esistono condizioni minime senza le quali il lavoro perde una parte decisiva della sua funzione umana: il rispetto, la dignità, la possibilità di contribuire a uno scopo comprensibile, il riconoscimento del proprio valore.
In questo senso Lavorare per gli altri arriva in un momento particolarmente opportuno. Dopo la pandemia, le grandi dimissioni, il dibattito sul lavoro da remoto e l’irruzione dell’intelligenza artificiale, il tema del significato è tornato con forza al centro della discussione pubblica. Non perché le persone abbiano smesso di preoccuparsi del salario, ma perché sempre più spesso si rendono conto che il reddito, da solo, non basta a spiegare il rapporto che ciascuno costruisce con il proprio lavoro.
Le pagine finali del libro ruotano attorno a una parola che negli ultimi anni è stata usata molto, talvolta in modo superficiale: dignità. Per Pelligra non si tratta di un concetto astratto né di una formula retorica. La dignità è il criterio che permette di valutare la qualità di un’esperienza lavorativa nella sua interezza. Un lavoro dignitoso non è soltanto quello che remunera adeguatamente, ma anche quello che consente a chi lo svolge di riconoscere il senso del proprio contributo e di sentirsi parte di una comunità umana.
Nell’epoca della quantificazione, Pelligra ci ricorda che esistono dimensioni essenziali che sfuggono alla misurazione e che proprio per questo meritano attenzione. Il significato non compare nei bilanci, non entra negli indicatori di performance e non si lascia tradurre facilmente in numeri. Eppure è spesso ciò che distingue un lavoro che arricchisce una vita da un lavoro che semplicemente la occupa.
Elettra Raffaela Melucci

Titolo: Lavorare per gli altri. Un’economia del significato
Autore: Vittorio Pelligra
Editore: Il Mulino – Collana Saggi
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 168 pp.
ISBN: 978-88-15-39586-3
Prezzo: 18,00€



























