Il numero degli occupati ha raggiunto i 24,3 milioni (aprile 2026), con un tasso di occupazione al suo massimo storico e pari al 63%. Resta comunque il più basso tra i cinque Paesi dell’Ue con il maggior numero di abitanti (Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia). Il tasso di disoccupazione è invece al minimo storico al 5%. I dipendenti permanenti rappresentano il driver principale della crescita degli occupati negli ultimi anni. Sono infatti 16,5 milioni (68%); quelli a termine sono 2,5 milioni (10%); i lavoratori autonomi sono 5,3 milioni (22%). E’ quanto rileva il rapporto annuale 2025 dell’Inps.
Si è ridotto il gender gap del tasso di occupazione, il cui valore attuale è del 17% (tasso di occupazione maschile al 71,6%; quello femminile al 54,4%). Nel 2025 gli assicurati Inps sono 27,2 milioni (+244mila rispetto al 2024, +1,7 milioni rispetto al dato pre-Covid). Ogni 100 assicurati, 95 hanno una posizione previdenziale unica; 5 ne hanno due o più. Il rapporto dell’Inps segnala poi un aumenta o della discontinuità lavorativa dei giovani che entrano nel mercato del lavoro, misurata come minore accumulo di montante contributivo nei tre anni successivi all’esordio.
Sul fronte della cassa integrazione, nel 2025 ci sono stati mediamente 312mila lavoratori cassintegrati al mese per circa 40 ore. Su 1,66 milioni di imprese quelle che hanno fatto effettivo utilizzo alla Cig (almeno un dipendente per almeno un mese dell’anno) sono state 49mila, di cui poco più di 3mila nei servizi e quasi 46mila nell’industria, mentre 1,61 milioni non hanno utilizzato integrazioni salariali. Il numero di beneficiari mensili di cassa integrazione negli ultimi tre anni ha oscillato tra un minimo di 208mila (agosto 2023) e un massimo di 425mila (ottobre 2024), mentre il numero medio di ore mensili per beneficiario ha oscillato tra 36 ore (dicembre 2023) e 48 ore (luglio 2024). Mediamente, quindi, l’integrazione ha riguardato tra il 20% e il 30% dell’orario di lavoro mensile.
Inoltre l’Inps, analizzando l’evoluzione dei salari nel settore privato negli ultimi 50 anni, segnala che il rallentamento della crescita dei salari inizia nei primi anni Ottanta. La crescita media dei salari reali si riduce progressivamente, passando da circa il 3% nel periodo 1976-1979 a valori prossimi allo zero tra il 1996 e il 2000. Negli anni successivi la dinamica salariale continua a oscillare attorno allo zero, senza mostrare segnali di recupero strutturale. Il punto di minimo si registra nel quinquennio 2020-2024, con una contrazione media di circa -0,6% in larga misura riconducibile allo choc inflattivo del biennio 2022-2023.
La stagnazione salariale italiana non è dunque un fenomeno recente, ma un processo di lungo periodo. Le stime dell’istituto mostrano che la diminuzione della crescita salariale è spiegata quasi del tutto dalla componente d’impresa. In particolare, il tasso di crescita dell’effetto impresa diminuisce bruscamente, passando da circa il 3% nel periodo 1976-1979 a circa lo 0,2% nel periodo 1989-1994, per poi oscillare modestamente intorno allo zero negli anni successivi. Il contributo dell’effetto fisso dei lavoratori risulta contenuto. Cresce di circa lo 0,2% nel periodo 1976-1979, raggiunge lo 0,5% tra il 1980 e il 1984, per mostrare un declino persistente che lo porta ad avvicinarsi allo zero nel periodo 1990-1994 e a diventare negativo negli anni successivi. La componente dei lavoratori offre, invece, un modesto contributo negativo a partire dalla metà degli anni Novanta. La crescita dei salari ha storicamente seguito quella della produttività, rimasta sostanzialmente stagnante nel corso del tempo contribuendo poco alla crescita salariale.
Nel rapporto Inps è spiegato come, nelle età prossime alla pensione, l’organizzazione del lavoro può incidere sulla scelta di uscita lavoro. Accanto ai requisiti pensionistici contano i costi non monetari del lavoro: spostamenti, rigidità degli orari, carichi fisici e possibilità di conciliare lavoro, salute e responsabilità familiari.
Il lavoro da remoto può attenuare alcuni oneri non monetari dell’attività lavorativa. Questi aspetti, sottolinea l’istituto, possono assumere un rilievo specifico nelle età prossime alla pensione. Tuttavia, l’effetto non è necessariamente univoco: il lavoro da remoto può richiedere nuove competenze digitali, modificare le modalità di coordinamento con colleghi e superiori e ridurre le interazioni sociali in presenza. Per una parte dei lavoratori più anziani questi cambiamenti possono tradursi in maggiore stress o minore coinvolgimento organizzativo, anticipando anziché ritardando l’uscita dall’occupazione. In linea generale, il lavoro da remoto è associato a una minore probabilità di pensionamento nell’anno successivo, soprattutto tra gli uomini.
Per quanto riguarda nel 2025 l’assegno unico universale, ha erogato prestazioni per 19,8 miliardi di euro, un livello di spesa sostanzialmente in linea con quello registrato nell’anno precedente. La platea dei beneficiari è in lieve ridimensionamento, con una contrazione sia del numero di nuclei familiari raggiunti dalla misura (6,3 milioni a fronte dei 6,4 milioni del 2024) che del numero di figli destinatari dell’assegno (circa 10 milioni rispetto ai 10,1 milioni dell’anno precedente).
Anche gli importi medi mensili per nucleo risultano stabili, attestandosi in entrambi gli anni su 274 euro, in ragione del contenuto tasso di adeguamento al costo della vita applicato nel 2025 pari a +0,8% per la perequazione degli importi base e delle maggiorazioni, nonché delle fasce Isee. La misura ha registrato un take-up del 95%. Le regioni del Nord presentano un livello di take-up moderatamente inferiore rispetto a quelle del Centro (rispettivamente 92,7% e 93,2%) e sensibilmente più basso rispetto alle regioni del Sud, che raggiungono un valore pari al 98,8%.
L’assegno unico, sottolinea l’istituto, ha prodotto un aumento della fecondità in alcuni gruppi di donne, seppur contenuto, e una riduzione della probabilità di essere occupate per alcuni gruppi di donne (pari a circa il 2%). C’è poi il caso della Sardegna, dove il bonus bebè ha avuto un impatto significativo sulla fecondità. Il lavoro da remoto è associato a una più alta probabilità di diventare madri e di avere un ulteriore figlio.
Per quanto riguarda le altre misure di sostegno, l’accesso al bonus asilo nido ha determinato un aumento della probabilità di occupazione per le madri di circa 6 punti percentuali. Il bonus nuovi nati ha raggiunto circa il 73% dei nati nel 2025 (259.287 beneficiari). L’incremento dei fondi per il reddito di libertà, destinato alle donne vittime di violeza, ha determinato un aumento delle istanze presentate (oltre 11.600).
Ancora, per quanto riguarda l’esonero giovani, il bonus fino a 500 euro per un periodo massimo di 24 mesi per i datori di lavoro che trasformano i contratti a termine in rapporti stabili, ha contribuito a rendere più conveniente l’attivazione del tempo indeterminato per i giovani fino a 34 anni. Nel periodo 2022-2024, segnala poi l’istituto, il turnover delle imprese è pari al 30% con ampie variazioni in base ai settori economici. Le aziende con elevata crescita occupazionale rappresentano l’1% delle imprese (occupano il 5% dei dipendenti) ed esprimono il 60% della variazione occupazionale.
Infine, per il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, illustrando alla Camera il rapporto annuale dell’istituto, i risvolti sociali della transizione demografica “sono quelli che più di tutti mettono alla prova il nostro modello di protezione sociale. L’Italia è un Paese che invecchia, che fa meno figli, che vive più a lungo, che chiede alle famiglie di sostenere una parte enorme della cura quotidiana. La denatalità non è soltanto un fenomeno demografico, ma una domanda sul futuro”.




























