Anche il ‘’campo largo’’ delle imprese ha raggiunto l’intesa su contratti e rappresentanza. Un campo largo davvero, considerando che include associazioni datoriali di ogni settore: Industria, Commercio, Artigianato (ben quattro sigle), Pmi, Cooperative, Assicurazioni e Banche. Tanto che l’operazione più complessa, scherzano i protagonisti, e’ stata quella di riuscire a mettere tutti i loghi sul documento finale. Tante le associazioni al tavolo ma, storicamente, non tanto d’accordo tra loro: il confronto e’stato infatti lungo e non privo di problemi (gli artigiani, in particolare, non erano affatto convinti), ma anche grazie alla forza trainante di Confindustria e Confcommercio la sera di martedì 7 luglio è stata messa a punto la bozza di intesa, che dopo una adeguata pausa di riflessione e varie consultazioni interne, nella tarda mattinata di venerdì 10 e’ stata sottoscritta da tutti. Dalla prossima settimana, dunque, come anticipato nei giorni scorsi dal Diario del Lavoro, inizierà la vera trattativa tra le parti sociali, che dovrebbe portare entro la fine di luglio o al massimo ai primi di agosto a sottoscrivere un accordo complessivo. Cgil, Cisl e Uil hanno già presentato la propria piattaforma unitaria il 17 giugno e sulla base dei due testi, quello sindacale e quello delle imprese, si cercherà di trovare la mediazione per l’accordo finale.
Il documento firmato dalle associazioni datoriali, dal titolo “Documento base sulla misurazione della rappresentanza datoriale’’, è sintetico (appena quattro pagine), ed è diviso in tre capitoli: Finalità dell’accordo e obiettivi condivisi; Criteri per la selezione dei soggetti datoriali comparativamente più rappresentativi, ai fini istituzionali; Misurazione della maggiore rappresentatività comparata delle organizzazioni datoriali, ai fini della contrattazione. Nell’incipit, si valuta ‘’positivamente’’ la scelta compiuta dal governo col decreto lavoro, attribuendo alla contrattazione collettiva ‘’di qualita’’ un ruolo centrale, cosi’ come la decisione di legare l’accesso agli incentivi “al rispetto delle tutele previste nella contrattazione di riferimento”. Dunque, le parti firmatarie concordano “nel ritenere fondamentale individuare criteri oggettivi ed affidabili per misurare la maggiore rappresentatività comparata datoriale”.
Tra i punti chiave, la richiesta di “paletti” per limitare l’accesso ai tavoli istituzionali e col governo; le associazioni maggiori, in particolare Confcommercio, avevano lamentato piu volte l’esagerata presenza di sigle non rappresentative ai tavoli governativi, al punto di disertare diversi incontri ministeriali. Dunque, il documento chiede che vi sia “una selezione più trasparente e rigorosa delle parti sociali” invitate ai tavoli. I criteri per la selezione, sia delle associazioni di impresa che dei sindacati, ‘’dovranno basarsi su dati omogenei, certi e misurabili’’. Il documento ne indica tre: il primo, è la “seniority” dell’organizzazione, cioè la “presenza storica e continuativa nel sistema delle relazioni industriali”: i nuovi arrivati, dunque, specie se associazioni base dal nulla, non potranno essere ammesse. Il secondo criterio concerne la partecipazione “a organismi di rappresentanza europea riconosciuti come parti nel dialogo sociale europeo”. Il terzo è relativo alla presenza, nel sistema di contrattazione delle varie associazioni, di forme di welfare contrattuale, “spettanti alla generalità dei dipendenti ed aventi valore economico”, a riprova di operare per “assicurare il benessere dei lavoratori’’.
A questi tre criteri viene aggiunto un quarto criterio, basato sul numero di dipendenti che “vedono regolato il proprio rapporto dalla contrattazione collettiva del settore rappresentato, tenendo anche in considerazione la tipologia di impresa e l’ampiezza dei settori produttivi di riferimento della confederazione”.
Ma altrettanti forti paletti sono previsti per quanto riguarda i perimetri contrattuali, terreno poco noto ma sul quale si sono misurate per anni le principali tensioni tra le diverse associazioni di imprese, a causa di sconfinamenti tra settori e contratti. Dunque, le parti “si impegnano ad evitare impropri ampliamenti dei perimetri contrattuali “e a istituire un Organismo “con funzioni di monitoraggio e di regolazione delle eventuali sovrapposizioni contrattuali”. Inoltre confermano l’impegno a verificare che, nei rispettivi contratti collettivi nazionali, “non si dia corso ad impropri allargamenti dei perimetri di applicazione” e ci si attenga “il più strettamente possibile al rispetto dei perimetri tradizionalmente definiti”. Sempre ai fini dei perimetri contrattuali, si conferma l’intenzione di procedere a ulteriore “verifica e razionalizzazione”, trasferendo il tutto in una lista basata sui codici Ateco, e si avverte che costituirebbe una ‘’violazione’’ dell’accordo includere nell’ambito di un contratto nazionale ‘’settori o attività che non siano effettivamente rappresentati dai soggetti stipulanti’’.
Per quanto riguarda i contratti, secondo le associazioni datoriali intendono riaffermare ‘’il principio della libertà sindacale’’ e dunque, ‘’stante la mancata attuazione dell’art 39 della Costituzione’’, ritengono che l’individuazione del contratto collettivo da prendere a riferimento per il Tec non comporti l’obbligo di erga omnes. Inoltre, convengono che l’applicazione di un contratto diverso, che garantisca ai lavoratori ‘’un trattamento economico e normativo” uguale a quello del contratto leader, dia comunque “il diritto di accedere a tutti i benefici di legge”, come del resto prevede la legge varata dal governo sulla base del decreto primo maggio (e che non e’ piaciuta alla Cgil anche per questo motivo).
Per il contratto collettivo di riferimento, le associazioni firmatarie “concordano che l’individuazione del Tec da prendere come riferimento deve tener conto della tipologia e della natura giuridica dell’impresa” e che “l’unico criterio universale quantitativo oggettivo che consente di misurare, in maniera certa e omogenea, la rappresentatività dei soggetti dal lato datoriale che sottoscrivono un determinato contratto collettivo è quello preso in considerazione dal Cnel e, quindi, quello della diffusione del contratto tra i lavoratori del settore, distinguendo per tipologia e natura giuridica dell’impresa”. In un successivo confronto si verificherà la possibilità di acquisire i dati relativi alla ‘’consistenza associativa’’, da valutare in base alla diffusione del contratto.
Il documento, conclude il testo, resta aperto alla sottoscrizione di altre organizzazioni datoriali che ne condividano le finalità e che si impegnino ad accettarne e rispettarne “l’integrale applicazione” dei contenuti.
Dalla prossima settimana la parola passa alla trattativa vera e propria. Il lavoro da fare è molto e i tempi sono stretti, ma è anche vero che a questa intesa si lavora ormai da un anno, sia pure con molti stop and go, ed è davvero interesse di tutti, stavolta, arrivare al traguardo. Del resto, nessuno o quasi credeva che Landini, Fumarola e Bombardieri riuscissero, dopo anni di gelo, a mettersi d’accordo, così come c’era molto scetticismo sulla possibilità che un mondo tanto variegato come quello delle imprese mettesse da parte le differenze per cercare invece le similitudini. Eppure, entrambi gli accordi si sono fatti. Ora manca solo il terzo pezzo del puzzle per completare il quadro delle nuove relazioni industriali. E non c’è motivo di credere che proprio sul traguardo si fallisca il colpo.
Nunzia Penelope



























