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Home - Approfondimenti - Interviste - Miceli, un nuovo “modello” resta indispensabile

Miceli, un nuovo “modello” resta indispensabile

di Massimo Mascini
24 Marzo 2017
in Interviste
Miceli, un nuovo “modello” resta indispensabile

Un accordo generale sulla contrattazione, un nuovo modello confederale, è indispensabile per Emilio Miceli, segretario generale della Filctem, il sindacato dei chimici, dei tessili, dell’energia della Cgil. Questa stagione contrattuale, ormai alla sua conclusione, ne ha fatto a meno, ma, secondo Miceli, è invece necessario per dare un ordine ai diversi livelli contrattuali, per capire come muoversi. Ma deve essere fatto guardando in alto, non fermandosi alla considerazione dell’inflazione. E non deve avere l’obiettivo di ridimensionare il potere dei lavoratori, vero obiettivo di Confindustria in questi anni.

Miceli, che bilancio si può tracciare della stagione contrattuale, praticamente finita?
La prima impressione è che la Confindustria ha perso una buona occasione. Poteva condividere con noi un nuovo modello contrattuale, in una situazione che era cambiata radicalmente. Ma non è stata in grado di farlo. Si è intestardita sull’inflazione cercando di imbrigliarla e di contenere la dinamica retributiva.

Un errore grave?
Macroscopico.  Perché ha tralasciato di occuparsi delle condizioni dell’impresa. Si è avventurata su un terreno difficile, perché le imprese, in un situazione di deflazione spinta, hanno preferito chiudere i contratti. In pratica Confindustria ha sbagliato il bersaglio.

Come mai questo errore vistoso?
Avranno pesato i problemi legati al cambio di presidenza.

Ma c’è bisogno di un nuovo modello contrattuale confederale?
Non riesco a immaginare un rigurgito neocorporativo che porti fuori da una strategia condivisa. Noi siamo in grado di rinnovare i contratti anche fuori da un modello, l’abbiamo fatto per 70 anni, con la sola eccezione del breve periodo della politica dei redditi. Ma immaginare che il sistema contrattuale italiano possa vivere senza un cemento è un errore.

Quindi è lì che bisogna puntare?
Un accordo può fare  bene. Naturalmente in condizioni diverse. Oggi è difficile tenere in piedi un carattere distintivo tra il primo e il secondo livello. I due livelli si contaminano. In questa stagione contrattuale ci siamo misurati costantemente sullo scambio degli strumenti di ciascun livello, abbiamo usato il linguaggio della produttività trattando i contratti nazionali pur sapendo che questo è caratteristico del secondo livello.  E così per gli orari, per la prestazione di lavoro. In pratica, abbiamo messo in discussione le distanze tra i due livelli, ne abbiamo fatto un campo di battaglia aperto.

Tutto ciò va ripensato?
Va trovato un ordine. In una società senza inflazione viene a mancare l’indicatore macroeconomico comune a tutti. Non è un caso se tutti i contratti hanno cercato di andare oltre l’inflazione governando la dinamica salariale.

Quindi un nuovo modello valido per tutti.
Sì, ma deve essere meno rigido di quanto non lo fosse quello messo a punto nel 1993, che serviva a regolare l’assetto salariale guardando all’inflazione. Oggi devi guardare al mercato, non puoi pensare che il contratto nazionale non sia lo strumento che garantisce a milioni di lavoratori un progresso economico.

Non sarà facile discutere questo nuovo modello, gli industriali sono profondamente divisi al loro interno.
Il problema è come ci si approccia a questo tentativo. Confindustria sostanzialmente ha due obiettivi. Il primo è che il contratto nazionale deve essere parte dell’operazione tesa a tagliare le risorse che vanno al lavoro. E’ una mentalità punitiva del lavoro che non accettiamo.

Ma i contratti sono andati in una direzione diversa.
Sì, in questa stagione abbiamo respinto questo tentativo, ma tornerà, l’attacco ai minimi contrattuali non è finito. Vogliono rendere marginale il pilastro della retribuzione attorno al quale ruota la difesa del potere di acquisto dei salari e la valutazione della prestazione di lavoro. Ma noi non ci rinunciamo. Nella loro visione la flessibilità nell’uso dei contratti, la spinta a consolidare fuori dal recinto dei contratti milioni di lavoratori, tutto ciò deve portare al ridimensionamento del potere dei lavoratori. Ma su queste basi è difficile trovare un accordo, servirebbe un po’ di autocritica.

E il secondo obiettivo di Confindustria?
La distribuzione della produttività. Ho detto che con questi contratti abbiamo contaminato le materie tipiche dei due livelli. Lo spostamento di parte del salario dal nazionale al secondo livello è un elemento che va interpretato e capito. Serve una riflessione generale, ma di carattere alto, non legato ai decimali di inflazione, come Confindustria continua a pensare. Si deve mettere in atto una rete di convergenza tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. O non si difendono nemmeno i più forti.

La situazione politica aiuta questo processo?
Sembra in evoluzione, credo che il governo abbia capito che la terzietà rispetto alle forze sociali rappresenti un valore. Finora non è stato così. Ma se viene meno il collateralismo la Confindustria torna a rifare il proprio mestiere di forza sociale, a contrattare e decidere  con il sindacato. Sarebbe opportuno, anche perché paradossalmente i veri teorici del conflitto sono stati proprio loro. Senza poi nemmeno riuscire a convincere le loro aziende, che hanno bisogno di certezze e per questo hanno preferito poi chiudere i contratti, anche i più difficili.

Massimo Mascini

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