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Home - Approfondimenti - Analisi - Dopo il taglio dei comparti, ora tocca al rinnovo del contratto

Dopo il taglio dei comparti, ora tocca al rinnovo del contratto

di Roberto Polillo
17 Giugno 2016
in Analisi

Dopo 8 anni di attesa i dipendenti pubblici possono ora sperare nel rinnovo del loro contratto di lavoro. E’ stata necessaria una sentenza della Corte Costituzionale ( N° 178/2015) che aveva dichiarato “con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, quale risultante dalle norme impugnate e da quelle che lo hanno prorogato” per fare uscire il governo da un inerzia sempre più intollerabile.

 

I quattro comparti della contrattazione
E così il Consiglio dei ministri ha finalmente ratificato l’intesa siglata ad Aprile tra l’ ARAN  e le Organizzazioni sindacali relativa alla riduzione delle preesistenti 12 aree di contrattazione con la definizione  di sole   quattro  aree:  “Funzioni centrali, Funzioni locali, Istruzione e ricerca, e Sanità”

Per quanto riguarda il comparto sanità esso, ricordiamolo,   comprende sia il personale non dirigente (dipendente da Asl, Aziende ospedaliere, Aziende ospedaliere universitarie, Istituti zoo profilattici, Irccs, Rsa, Arpa, Agenas e Inmp) e sia  un’ area specifica per la dirigenza

Di tale sub-area fanno parte i medici,  i veterinari e  i dirigenti delle amministrazioni del comparto Sanità, ad esclusione dei dirigenti amministrativi, tecnici e professionali che, come già previsto dalla riforma della Pa e ribadito nell’atto di indirizzo del febbraio scorso, rientreranno nell’area Funzioni locali.

Fanno invece parte della dirigenza sanitaria i dirigenti delle professioni sanitarie di cui alla legge 251/2000 e cioè dirigenti infermieri, dirigenti ostetriche, dirigenti tecnici sanitari, della riabilitazione e della prevenzione.

Pur in presenza di alcuni distinguo, l’intesa è stata valutata positivamente dalle parti sociali anche per quanto riguarda l’istituzione del comparto Istruzione e Ricerca. Al suo interno, infatti,  per la CGIL,   “si riconoscono e salvaguardano i principi di libertà di insegnamento, autonomia della ricerca e valorizzazione delle diverse specificità contrattuali di scuola, università, ricerca ed afam”.

Se il primo passo è stato dunque compiuto rimane tuttavia l’incertezza sulla reale volontà del governo di invertire la direzione di marcia sulle politiche finora adottate  a partire dal 2010  in tema di Pubblica Amministrazione.


La grande purga nella Pubblica Amministrazione
Il primo punto è ovviamente la contrazione senza precedenti delle dinamiche retributive ( tabella successiva)  . Ed infatti la Corte dei Conti segnala nella sua “Relazione 2016 sul costo del lavoro pubblico” come “Il dato cumulato, a partire dalla emanazione del decreto legge n. 78 del 2010, vede una riduzione della spesa per redditi da lavoro dipendente di quasi 11 miliardi (il 6,3 per cento in meno), con un riposizionamento della variabile ai livelli del 2006, annullando, gli incrementi dovuti a due tornate contrattuali.”


I salari dunque non sono cresciuti  mentre , al contrario di quanto spesso si sente dire, da “illustri” economisti,  hanno continuato  a crescere quelli del settore privato.

La stessa Relazione pone poi fine alla consueta narrazione  sul costo  eccessivo della P.A.  targata Italy rispetto al resto di Europa:

“Al termine del 2014, il rapporto tra la spesa per redditi da lavoro dipendente e il prodotto interno lordo vede l’Italia collocata tra i Paesi dell’Unione Europea maggiormente virtuosi. In linea con la media dei Paesi dell’Unione, si colloca anche il rapporto tra il numero dei pubblici dipendenti e la popolazione residente, nonché quello tra spesa di personale e spesa corrente. “

Il secondo punto è la riduzione, altrettanto stupefacente,  del numero degli addetti verificatasi nell’ultimo quinquennio:

“al 31dicembre del predetto anno (2014) , i pubblici dipendenti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato sono 3.219.000 (concentrati per oltre l’80 per cento nella scuola, nella sanità, nelle Regioni e negli enti locali e nel comparto sicurezza-difesa), con la conferma di un trend dell’occupazione nel settore pubblico ormai da tempo in diminuzione…..Dal 2008 al 2014, l’occupazione presso le pubbliche amministrazioni oggetto dell’analisi dell’IGOP scende di quasi 7 punti percentuali, con un forte contributo derivante dal calo del personale della scuola (quasi il 9 in meno di dipendenti di ruolo).”

Una riduzione particolarmente pesante nei settori di lavoro labour-intense come la sanità in cui le innovazioni di processo non possono sostituire in nessun caso compiti e funzioni della  risorsa umana. Sempre secondo la Corte dei Conti:

“Con riferimento al Servizio sanitario nazionale gli addetti nel 2014 sono circa 664.000, con una diminuzione di quasi 4 punti percentuali rispetto al 2008 particolarmente rilevante per le posizioni dirigenziali di vertice. Sempre rispetto al 2008, risultano in servizio circa 5.300 medici in meno mentre diminuiscono di oltre 1.500 unità i dirigenti delle professionalità sanitarie. Relativamente al personale non dirigente, il calo interessa soprattutto i profili del ruolo infermieristico (6.600 unità in meno). Rilevante, altresì, la diminuzione del personale con rapporto di lavoro flessibile (circa il 20 per cento di unità in meno).”

Le  risposte del governo
A fronte di  una tale  situazione,  le risorse messe a disposizione dal Governo per il rinnovo dei contratti sono state di  300 milioni di euro ( Finanziaria 2016).

Una cifra talmente esigua da essere meno di   un piatto di lenticchie e che potrebbe portare  nelle tasche dei dirigenti medici, solo per fare un esempio,  la mirabolante cifra di circa 8 euro mensili. O forse neanche questa se si darà seguito all’idea del Ministero Madia di consentire lo sblocco contrattuale solo  ai percettori di redditi sotto i 26mila euro, lasciando  tutti gli altri al palo. Una presa di posizione che non è certo un buon viatico per l’apertura delle trattative.

 

Gli esiti dei ballottaggi
Al momento dunque tutto è sospeso in un limbo. Il tempo, come al solito  sarà galantuomo ma ancora di più lo sarà l’esito dei ballottaggi. E’ indubbio infatti  che  se Renzi perderà, la sua strategia dovrà cambiare e la sua insuperabile supponenza dovrà cedere a più miti consigli. Piccoli segnali si sono già avuto con il riallaccio dei rapporti con i tanto disprezzati sindacati confederali.  Per il resto basta aspettare.

 

Roberto Polillo

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  • pdf Inps Osservatorio precariato gen-apr 2016
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