Paolo Pirani, si apre con particolari problemi questa stagione contrattuale?
Non direi. Certo, c’è la crisi, ma le parti sociali possono svolgere il loro lavoro. Il nostro obiettivo è arrivare alla fine dell’anno con i rinnovi dei principali settori.
Ci sono le premesse per raggiungere questo risultato?
Le dichiarazioni del presidente di Confindustria Squinzi al momento del suo insediamento vanno in questo senso. Certo, la crisi è forte, l’Italia è in piena recessione.
Questo comporta difficoltà?
Le imprese sono in affanno, perdono competitività. In più certi interventi del governo, come quello sui farmaci, non aiutano. E c’è un problema forte di disoccupazione. Senza dimenticare la perdita del potere di acquisto dei lavoratori, sempre più forte.
I contratti possono ovviare a questa difficoltà dei lavoratori?
Possono dare una risposta salariale ai lavoratori, legando gli aumenti salariali a una crescita di produttività, andando così incontro alle esigenze delle imprese. Ma è il governo che dovrebbe muoversi. Abbiamo il doppio record negativo, i salari più bassi e la tassazione e la contribuzione più forti d’Europa. Il tutto aggravato dalla riforma previdenziale che ha abbassato le prestazioni e ha aumentato i contributi. Le parti sociali devono sollecitare un cambiamento di strategia, partendo dalla detassazione del salario di produttività.
Lei crede sia possibile?
Una discontinuità è indispensabile, il paese sta affondando, non si può salvare l’Italia senza salvare gli italiani.
La mancata applicazione dell’accordo interconfederale del 2011 peserà su questa stagione contrattuale?
Dobbiamo fare i passi necessari perché quell’accordo abbia pieno vigore, partendo dagli accordi con l’Inps e il Cnel per gli accertamenti sulle iscrizioni e i voti nelle elezioni delle Rsu.
Perché quell’accordo non è stato rinnovato, perché si è perso un anno?
Siamo stati travolti dalle vicende economiche.
Le imprese chiedono un forte trade off, uno scambio vero per rinnovare i contratti, vogliono avere una risposta alle loro necessità.
Le parti sociali devono convergere su un’idea forte di partecipazione, questa deve essere la cifra vera di questi contratti. Ma questo vuol dire che le imprese devono condividere le loro scelte e il sindacato deve considerare l’impresa un bene comune da sviluppare.
Voi siete pronti?
Noi sì, sono le aziende che devono rispondere. Noi non abbiamo tabù sui temi da affrontare, ma l’obiettivo deve essere realizzare questi risultati assieme. Dalla crisi si esce assieme e i contratti sono lo strumento con il quale realizzare questa condivisione. Sarebbe negativo pensare di affrontare la crisi o non facendo i contratti o trovando soluzioni ponte verso momenti migliori che in queste condizioni non ci sarebbero.
Esiste un nodo Fiom da sciogliere?
La Fiom da tempo ha deciso di operare fuori dalle regole sindacali, procedendo nella strada del movimento politico e in quella giudiziaria come succedanee alla normale pratica sindacale. In questa fase la sua azione tende a usare il tema del contratto di lavoro non per arrivare al rinnovo, ma per fare propaganda per le sue tesi. Ma allora posso dire che un problema Fiom non esiste, almeno ai fini contrattuali.
La revisione del’Ipca da parte dell’Istat porterà cambiamenti?
L’accordo del 2009 e il mandato conferito dalle parti prima all’Isae, poi all’Istat prevede che il calcolo dei parametri avvenga a maggio di ogni anno, con una verifica di eventuali scostamenti l’anno successivo. Non sono previste rivisitazioni in corso d’opera, soprattutto quando questo avvenga non su indicazioni delle parti committenti, ma per un atto amministrativo del ministro competente.
Massimo Mascini


























