I fatti: Una azienda importante, prima di effettuare investimenti consistenti in un suo sito produttivo, investimenti che potrebbe anche fare altrove dove una parallela trattativa con le maestranze è in fieri, propone ai sindacati un accordo. Vi si prevedono ritmi di lavoro più duri (minori pause, turni estesi e disponibilità a straordinari a domanda) e clausole atte a limitare i rischi discendenti da microconflittualità ed assenteismo, fenomeni spesso “coperti” dai sindacati. La maggior parte di questi accetta, con l’unica contropartita di inserire un filtro cogestito dal sindacato laddove le clausole contro microconflittualità e assenteismo dovessero essere poste in essere. Un sindacato importante, in polemica con la stessa confederazione a cui appartiene, non firma, motivando la scelta non tanto con la richiesta di altre contropartite, ma con una sorta di non possumus: i diritti su cui quelle clausole verrebbero potenzialmente ad incidere sono dichiarati essere non contrattabili (costituzionali e quindi non incidibili da contratti nazionali o aziendali e neppure da leggi). I lavoratori, chiamati ad esprimersi sull’accordo con un si oppure un no, votano in massa – perché sanno che dall’accordo dipende la vita futura del sito produttivo e del loro posto di lavoro e perché temono di essere additati da impresa o colleghi – ed approvano l’accordo, ma con una maggioranza non elevatissima (due terzi circa dei votanti che sono il 95% degli addetti).
L’epilogo: Almeno visto da Marte, non è chiaro l’epilogo della vicenda. Non è chiara la portata giuridica dell’accordo e del voto, nonostante non vi fosse la previsione di maggioranze qualificate che richiedessero di superare non il 50 ma il 60 o il 70 o altra soglia dei voti validi o dei voti possibili, contando quindi i peraltro pochi non votanti. Vi è chi dice che, in assenza di una legge che regoli queste procedure, anche una maggioranza del 99% espressa dal 99% dei potenziali elettori non sarebbe stata sufficiente. Non è chiaro se l’azienda, che comunque mantiene a sua disposizione l’alternativa di investire altrove e (per gli stessi motivi giuridici di cui sopra) non sembrerebbe essere obbligata neanche essa al rispetto dell’accordo, voglia andare avanti, sentendosi spaventata dal malcontento delle maestranze che la maggioranza non elevatissima lascia trapelare.
Le considerazioni: Questa Pomigliano e questa Italia sembrano essere proprio uno strano paese. Non si sa dove inizia il gioco, la singola partita su cui le parti discutono e si accapigliano, e dove le regole del gioco. Non si sa neppure che mestiere esercitino i giocatori, in particolare i vari sindacati, più attivi a competere tra di loro – moderni contro garantisti – che a contrattare con la controparte: gli uni non sembrano aver chiesto nulla in cambio di un inasprimento dei ritmi di lavoro dei loro rappresentati (che so, l’1% della maggiore produttività in salari o un benefit a favore di chi debba lavorar di notte, forse a queste cose ci penserà l’azienda ma non gli strateghi dei sindacati, troppo impegnati a discuter di modernità e/o di diritti); gli altri, o meglio l’altro sindacato tutto dedito alla testimonianza, sembra interessato ad esprimere il malcontento ed il disagio dei lavoratori più che a contrattare soluzioni, da far accettare alla controparte, che affrontino tale malcontento. Visti da Marte, gli unici comprensibili sono i lavoratori, su cui invece discettano i giornali locali: partecipano in massa al voto, che sanno essere importante, e però – forse anche perché son più razionali di tutti e sanno che il si comunque avrebbe vinto – il modo di far capire che si sentono abbandonati da tutti lo trovano e così qualche no nell’urna lo infilano!
Un anonimo marziano


























