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Il Diario del Lavoro

Quotidiano online del lavoro e delle relazioni industriali

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Home - Camera - Commissione Lavoro, pubblico e privato

Commissione Lavoro, pubblico e privato

22 Ottobre 2009
in Camera

Dal Resoconto Sommario

Sui lavori della Commissione.


SEDE CONSULTIVA

Martedì 16 luglio 2002. – Presidenza del presidente Domenico BENEDETTI VALENTINI, indi del vicepresidente Angelo SANTORI. – Intervengono i Sottosegretari di Stato per il lavoro e le politiche sociali Pasquale Viespoli e Maurizio Sacconi.

Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2003-2006.
Doc. LVII, n. 2.
(Parere alla V Commissione).
(Esame e rinvio).

La Commissione inizia l’esame del provvedimento.

Cesare CAMPA (FI), relatore, osserva che il documento di programmazione economico-finanziaria approvato nei giorni scorsi dal Governo mette in luce la necessità di rendere operative quanto prima la riforma del mercato del lavoro e la riforma pensionistica.
Il quadro economico internazionale del 2001 ha mostrato un generale e progressivo peggioramento rispetto all’anno precedente.
Il rallentamento della crescita è ascrivibile ad una concomitanza di fattori che hanno interessato la totalità o quasi dei paesi industrializzati, in riferimento alla crescita dei prezzi petroliferi, all’aumento dei tassi d’interesse e delle aspettative d’inflazione e alla caduta delle quotazioni dei titoli di borsa, in particolare dei titoli tecnologici. A tutto ciò occorre aggiungere la debolezza dell’economia giapponese, condizionata dalla persistenza di gravi squilibri strutturali e finanziari. Dal secondo semestre del 2000, l’andamento congiunturale sfavorevole si è manifestato negli Stati Uniti per poi estendersi progressivamente anche all’Europa e ad altre aree. Il quadro economico generale è attualmente reso più incerto dai recenti tragici eventi legati all’attacco terroristico dell’11 settembre contro gli Stati Uniti e dalla conseguente crisi internazionale, il cui impatto macroeconomico sulla crescita americana e mondiale risulta ancora di difficile valutazione. È ipotizzabile che gli effetti macroeconomici di tali circostanze si manifesteranno principalmente in un rallentamento temporaneo e contenuto dell’attività economica e in una caduta della fiducia degli operatori. Le previsioni di crescita dell’economia italiana di breve periodo risultano fortemente deteriorate rispetto al quadro presentato nel DPEF nel luglio scorso. Le ulteriori incertezze derivanti dalle conseguenze politiche ed economiche a livello mondiale dell’attacco terroristico agli Stati Uniti obbliga ad una grande cautela nelle proiezioni a breve.
Anche le previsioni di crescita per il 2002 riflettono il forte deterioramento del quadro economico internazionale.
La ripresa dell’economia mondiale, e in particolare di quella europea, è – di conseguenza – prevista verificarsi in tempi più lenti e a tassi significativamente inferiori rispetto alle proiezioni del luglio scorso. La ripresa dell’economia italiana, in linea con quella attesa per l’Europa e per il mondo, sarà favorita dalle azioni di politica economica intraprese dal Governo.
Nel quadro macroeconomico programmatico 2003-2006, saranno soprattutto i consumi delle famiglie a trainare la ripresa; la riduzione della pressione fiscale (è previsto che scenderà nel 2006 al 39,8 per cento) e il miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro consentiranno alla spesa di crescere del 2,7 per cento già nel 2003, per poi accelerare nel triennio successivo. Un andamento superiore di circa mezzo punto rispetto a quello tendenziale e più che doppio rispetto all’incremento dell’1,3 per cento è previsto per la fine de1 2002.
A volare, secondo le previsioni, saranno anche gli investimenti la cui dinamica sarà sostenuta dalle politiche delle grandi opere infrastrutturali e dall’accelerazione e riqualificazione degli interventi pubblici. Il tasso di crescita programmatico è fissato a1 4 per cento nel 2003 per arrivare a1 5,2 ne1 2006. Cardine della manovra di finanza pubblica per il 2002 resta, in ogni caso, il contenimento delle dinamiche della spesa pubblica senza provvedimenti penalizzanti bensì utilizzando tutti gli strumenti già messi in campo; in quest’ottica essa mira a coniugare stabilità, equità sociale e sostegno all’economia, nel pieno rispetto degli obiettivi finanziari fissati nel Programma di stabilità.
E a proposito del Programma di stabilità osserva che nei giorni scorsi, alla riunione dei ministri finanziari europei, il Governo italiano ha ottenuto la fiducia da parte del Commissario europeo degli Affari economici e monetari Pedro Solbes, il quale ha giudicato credibile il nostro programma. Ma non solo; Solbes ha affermato che le difficoltà italiane, così come quelle francesi e tedesche, nascono dalle opportunità perse tra il 1998 e il 2000 dai governi allora in carica che hanno rinviato le riforme necessarie, in materia fiscale, previdenziale e sanitaria, tra l’altro facilitate dalla prosperità economica del periodo. La legge n. 196, il cosiddetto «pacchetto Treu» sulla flessibilità del lavoro, è stata approvata nel 1997 e, da allora, più nulla è stato fatto. Il presente DPEF viene incomprensibilmente ed aspramente criticato dall’opposizione, ma l’allora ministro Visco non fu in grado di allentare la pressione fiscale neppure una volta. O meglio, una volta ci riuscì, regalando un rimborso «una tantum», a fine anno e a scopo pre-elettorale. La riforma delle pensioni, insufficiente per calmierare la spesa previdenziale, è del 1995 con l’allora governo Dini. Altra occasione perduta quella di Prodi che, per il veto di Bertinotti, non riuscì ad inserire in finanziaria alcuna modifica rilevante al regime delle pensioni. Ultimo esempio, è la riforma sanitaria dell’allora ministro Bindi che si concentrò solo sulla scelta dei medici di operare all’interno oppure all’esterno delle strutture ospedaliere, senza preoccuparsi minimamente di migliorare le prestazioni a favore dei malati. Restando in tema di sanità non può esimersi dal criticare la scelta propagandistica di Amato di abolire i tickets sanitari: scelta che ha fatto esplodere la spesa sanitaria sui farmaci.
Tutte queste «occasioni mancate» hanno reso più difficile il lavoro dell’attuale Governo che, tra l’altro, amministra in tempi economicamente meno favorevoli.
Sottolinea poi che la questione dei conti pubblici si collega al Patto per l’Italia in quanto la riduzione fiscale non è fine a se stessa: non sarebbe possibile attuare la riforma del mercato del lavoro senza il «taglio fiscale» sui redditi più bassi.
Concentrando l’attenzione sul mercato del lavoro si sa che in Italia il tasso di occupazione nel 2001 è stato pari al 56,6 per cento, il più basso dell’Unione europea. È bassa soprattutto l’occupazione femminile, che si attesta al 41,1per cento, e quella di lavoratori tra i 55 e i 64 anni, ferma al 28 per cento. Il Governo ha espresso la sua strategia nei disegni di legge delega in materia di mercato del lavoro, articolata lungo quattro direttrici principali per superare entro il 2005 gli obiettivi già espressi nel DPEF dello scorso anno e nel recente Piano d’Azione Nazionale per l’Occupazione: il tasso d’occupazione complessivo dovrebbe raggiungere il 58,8 per cento, mentre quello femminile si dovrebbe attendere al 46 per cento e quello dei lavoratori più anziani al 40 per cento. A tal proposito, un primo segnale incoraggiante è che il tasso di occupazione nel 2001 è risultato leggermente superiore all’obiettivo che il Governo si era dato nel DPEF dello scorso anno.
Il Governo intende introdurre elementi di flessibilità nel mercato del lavoro con contestuale trasformazione del regime di tutele e ridefinire il sistema di incentivi all’occupazione con le misure necessarie per accrescere la partecipazione al mercato del lavoro delle donne e dei lavoratori più anziani.
L’introduzione di elementi di flessibilità è stata già avviata nel 2001 con la riforma del contratto a tempo determinato che ha reso meno rigide e predeterminate le ipotesi di ricorso all’apposizione del termine e verrà ulteriormente sviluppata attraverso una nuova articolazione delle forme contrattuali con il duplice intento di ridurre la segmentazione del mercato del lavoro e migliorare l’andamento della produttività.
Prende corpo in maniera significativa l’utilizzo di nuove forme contrattuali anche nel pubblico impiego: il documento di programmazione economico-finanziaria prevede, infatti, lo sviluppo di forme di lavoro meno ingessate attraverso il ricorso al contratto di part-time (già utilizzato) nonché al telelavoro e al lavoro interinale, due modalità finora previste solo in pochi casi e in via sperimentale. Sarà, inoltre, incentivata la mobilità della dirigenza pubblica tra le diverse amministrazioni o all’interno delle amministrazioni di appartenenza, ma anche – come già anticipato nel disegno di legge di riordino della dirigenza statale già approvato dal Parlamento ed in attesa di promulgazione – da e verso il settore privato.
Allo stesso tempo, una maggiore flessibilità richiede una riforma delle politiche del lavoro, tanto sul fronte degli ammortizzatori sociali quanto su quello delle politiche attive.
Gli ammortizzatori sociali sono in Italia un sistema complesso, caratterizzato dalla compresenza di più schemi di sostegno al reddito di chi è senza lavoro, distinti per criteri di accesso, livello e durata dei trattamenti, modalità concrete di utilizzo e di finanziamento. Nella media della seconda metà degli anni novanta, la spesa afferente agli ammortizzatori (incluse le prestazioni dirette e gli oneri per la contribuzione figurativa) è stata pari allo 0,6 per cento del PIL: l’ammontare più basso tra tutti i paesi dell’Unione europea il cui dato medio, nello stesso periodo, era pari a circa il triplo di quello italiano.
La sfida per affrontare le iniquità esistenti e colmare l’insufficienza dei livelli di tutela garantiti è un’operazione complessa non solo dal punto di vista finanziario, ma anche perché un sistema più generoso evidenzierebbe maggiormente alcune inefficienze del sistema attuale. Appare invece essenziale il rafforzamento del legame con le politiche attive e del ruolo di contrasto degli abusi e disincentivi alla ricerca di lavoro da parte dei servizi pubblici dell’impiego così come a mezzo di iniziative formative.
La riforma del sistema degli ammortizzatori, necessariamente graduale e a carattere pluriennale, ha l’obiettivo di incoraggiare ed assistere il lavoratore nel processo di reinserimento nel mercato del lavoro. Si instaurerà un circolo virtuoso tra sostegno al reddito, orientamento e formazione professionale, impiego e auto-impiego che rafforzi così la tutela del lavoratore in situazione di disoccupazione involontaria riducendone il periodo di disoccupazione ed incentivando un atteggiamento responsabile ed attivo verso il lavoro.
Gli obiettivi finali della riforma dovranno garantire una protezione generalizzata ed omogenea dei disoccupati involontari con protezioni integrative, aggiuntive o sostitutive, liberamente concordate fra le parti sociali ai più vari livelli, e con prestazioni autofinanziate e gestite da organismi bilaterali di natura privatistica. Dovrà essere altresì garantito il contenimento del costo del lavoro.
Questo nuovo sistema dovrà, inoltre, assicurare una maggiore equità, attraverso una migliore corrispondenza tra contribuzioni e prestazioni; un miglioramento complessivo del grado di tutela economica garantita al lavoratore disoccupato involontario, sia sotto il profilo della misura dell’indennità sia della durata della corresponsione; una stretta correlazione tra erogazione dei sussidi e diritti-doveri del disoccupato; una tutela di ultima istanza legata a particolari condizioni di disagio.
L ‘assetto finale verrà conseguito anche con un graduale processo di razionalizzazione e di riordino degli strumenti esistenti e compatibilmente con le risorse finanziarie che si renderanno disponibili.
In particolare, si avrà un innalzamento dei trattamenti per l’indennità ordinaria di disoccupazione e un allungamento della sua durata in maniera tale da non disincentivare l’offerta di lavoro. Inoltre, la riforma del mercato del lavoro integrerà il primo livello di tutela con un secondo livello di natura facoltativo e volontario a carico delle parti e un terzo livello di sostegno al reddito di ultima istanza gestito dagli enti locali sotto il coordinamento e il controllo dell’amministrazione centrale. Per accrescere il legame con le politiche attive si prevederanno per i soggetti che percepiscono l’indennità ordinaria dei programmi formativi a frequenza obbligatoria, eventualmente gestiti anche dalle Parti sociali, nonché controlli periodici da parte dei servizi per l’impiego. A tale riguardo, è stato già avviato un primo riordino dei servizi pubblici per l’impiego ed è stata approvata, in via preliminare, la nuova definizione dello “stato giuridico di disoccupazione” che, tra l’altro, prevede importanti modifiche in tema di accertamento e verifica dello stesso.
Altro punto qualificante dell’azione definita nei disegni di legge delega sul mercato del lavoro è il riordino del sistema di incentivi all’occupazione che, allo stato attuale, presenta una scarsa selettività nell’identificare i soggetti destinatari. Attualmente, infatti, questi privilegiano le fasce giovanili, operando spesso a compensazione di rigidità normative nella definizione dei rapporti di lavoro che il Governo intende superare secondo le linee illustrate. Maggiori sforzi appaiono, quindi, necessari nell’indirizzare gli incentivi a beneficio di chi abbia perso il lavoro e di chi sia in condizioni di precarietà, con un riordino speculare dei contratti a contenuto formativo. Le due fattispecie andranno meglio differenziate e finalizzate, da un lato, a favorire il primo ingresso al mondo del lavoro e, dall’altro, al reinserimento degli individui più deboli, che possono necessitare di un supporto finanziario e di una fase di riaddestramento specifico all’impresa con cui riprendono a collaborare. Coerente con il riordino degli incentivi, sarà la riforma fiscale il cui assetto è volto anche a stimolare l’offerta di lavoro dei lavoratori a più bassi salari; in questo contesto accanto alla diminuzione della pressione fiscale – a cui si è già accennato – le novità di maggiore rilevanza riguardano, la generalizzata riduzione a partire dalla classi medio-basse – attraverso l’introduzione dell’IRE, che sostituisce l’Irpef – del carico tributario, la riduzione a due delle attuali cinque aliquote contributive, la progressiva sostituzione delle detrazioni in deduzioni e la loro concentrazione sulle categorie più deboli, nonché l’introduzione di un livello minimo di reddito escluso dall’imposizione, in funzione della soglia di povertà (la cosietta «no tax area»).
Inoltre, verranno attivate misure sperimentali e temporanee con lo scopo di promuovere nuova occupazione regolare e di incoraggiare la crescita dimensionale delle piccole imprese anche per verificare la rilevanza degli ostacoli di natura normativa che si frappongono alla piena valorizzazione delle potenzialità occupazionali dell’impresa minore. Tali misure sono volte ad incentivare nuove assunzioni regolari a favore di soggetti che attualmente sono esclusi da ogni tutela.
Per quanto riguarda le misure per accrescere la partecipazione femminile al mercato del lavoro, queste saranno volte a favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare attraverso misure fiscali e contributive, la diffusione di servizi a costo contenuto e il pieno sviluppo del part-time. Con tali misure il Governo intende dare un’attuazione concreta al principio delle pari opportunità rafforzando le politiche di sostegno alla famiglia.
In materia di politica sociale il Governo riconosce e sostiene la famiglia come nucleo fondamentale della società e il principio di centralità della persona, dei suoi bisogni e delle sue aspettative. Incentrerà quindi la propria azione nel miglioramento del livello della qualità della vita sviluppando gli interventi previsti dalla normativa costituente il Fondo nazionale per le politiche sociali.
Il ruolo centrale della famiglia sarà concretizzato attraverso la modernizzazione, il potenziamento, l’accessibilità e la fruibilità di tutti i principali servizi: assistenza domiciliare ai malati cronici, ai disabili, agli anziani e una celere realizzazione del «Piano nazionale degli asili nido» aziendali, interaziendali, di quartiere e pubblici.
Le finalità che il Governo intende promuovere compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica riguardano la promozione d’interventi diretti alla realizzazione di prestazioni sociali uniformi su tutto il territorio nazionale in materia di diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; il sostegno ai progetti sperimentali attivati dalle regioni ed enti locali; attuazione di nuove misure di contrasto della povertà; la promozione di azioni concertate promosse da enti ed associazioni operanti nei settori del volontariato e del no profit.
Nell’ambito delle compatibilità di finanza pubblica verranno almeno consolidate le risorse destinate alle attività indicate nel Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali, al livello dell’anno 2002, prevedendo comunque la possibilità di integrare il Fondo nazionale per le politiche sociali per ulteriori iniziative a sostegno delle attività sociali.
Le politiche in favore della terza età saranno indirizzate verso un coinvolgimento e una valorizzazione della persona anziana nel contesto sociale e culturale, al fine di ridurre l’attuale condizione di emarginazione nella quale molti di loro versano, con lo scopo di riavviare un positivo dialogo e scambio di esperienze intergenerazionali.
In materia di politiche del lavoro, si intende attuare una serie di misure efficaci per l’inserimento lavorativo dei giovani e per il reinserimento delle persone più deboli quali, disoccupati di lunga durata, disabili, ex-detenuti, ex-tossicodipendenti. Saranno avviati programmi per il contrasto di tutte le forme di discriminazione, etniche e razziali, anche nell’ambito lavorativo, dove una particolare rilevanza verrà riservata al fenomeno del mobbing.
Infine, le politiche per innalzare il tasso d’occupazione degli individui tra i 55 e i 64 anni saranno affrontate all’interno della riforma previdenziale.
Nel corso dei prossimi decenni la popolazione italiana sarà soggetta ad un progressivo invecchiamento, che avrà implicazioni rilevanti sulla finanza pubblica e, in modo particolare, sulla spesa per pensioni.
La spesa pensionistica in Italia è superiore rispetto alla media europea di PIL di circa 4 punti percentuali. Si prevede, inoltre, che essa aumenterà progressivamente nei prossimi decenni, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, fino a raggiungere un massimo di 16 punti percentuali di PIL nel 2031.
Nonostante la media di vita sia in costante aumento, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei più anziani (tra i 55 ed i 64 anni) ha subito una riduzione significativa: nel 2001 il numero di occupati anziani sul totale della forza lavoro è stato pari al 28 per cento, mentre la media europea era intorno al 38,2 per cento. Nell’ultimo Piano di Azione Nazionale sull’Occupazione il Governo si è, pertanto, posto l’obiettivo di un significativo aumento di questa variabile (al 40 per cento, entro il 2005).
La riforma del sistema previdenziale sarà orientata a migliorare i livelli di equità sociale, ad innalzare l’età effettiva di pensionamento e il tasso di partecipazione degli anziani, e a stimolare significativamente lo sviluppo della previdenza complementare in linea con quanto richiesto dalla Commissione Europea in sede di indirizzi di massima di Politica Economica.
Nel riformare il sistema previdenziale il Governo terrà conto dei riflessi in termini di competitività paese, costo del lavoro e sviluppo dell’occupazione al fine di garantire un funzionamento efficiente del sistema pensionistico.
Relativamente all’obiettivo di una maggiore equità sociale, il Governo ha già provveduto ad incrementare le pensioni minime, attraverso l’approvazione del disegno di legge finanziaria 2002, che ha elevato il livello minimo di prestazione previdenziale a 516 euro mensili. Un provvedimento a garanzia di una maggiore giustizia sociale in favore delle fasce più bisognose della popolazione anziana.
La «previsione 2002» del sistema pensionistico obbligatorio sconta gli effetti delle modifiche al quadro normativo-istituzionale introdotte dalla legge finanziaria per il 2002 e, in particolare, ingloba l’aumento a 516 euro previsto per le pensioni minime. Riguardo al quadro macroeconomico, essa conferma le ipotesi sulla produttività e sulle dinamiche occupazionali adottate nella precedente previsione. In particolare, la produttività per occupato si attesta attorno all’1,8 per cento medio annuo (2 per cento a partire dal 2026 e gradualmente crescente verso tale valore negli anni precedenti) mentre le ipotesi relative al mercato del lavoro dello scenario base determinano una dinamica del tasso di occupazione che passa, nella fascia di età 15-64, dal 53,5 del 2000 al 64,2 del 2050. Relativamente al quadro demografico, la previsione recepisce le ipotesi di fecondità, mortalità e flussi migratori sotto stanti lo scenario centrale elaborato dall’Istat con base 200l. La dinamica endogena del PIL conseguente alle ipotesi macroeconomiche e demografiche adottate si attesta attorno all’1,5 per cento medio annuo nell’intero periodo di previsione.
Al fine di cogliere gli andamenti di lungo periodo dei fattori che condizionano gli equilibri strutturali del sistema pensionistico (quali le trasformazioni demografiche, la modificazione della struttura dei tassi di attività e di occupazione, la dinamica di lungo periodo della produttività), per il periodo 2003-2006, lo scenario base assume, in coerenza con la scelta già operata nelle precedenti previsioni, un tasso di crescita del PIL pari a circa il 2 per cento, sostanzialmente in linea con l’andamento medio degli ultimi 20 anni.
Nel lungo periodo, la nuova previsione del sistema pensionistico obbligatorio conferma gli andamenti ormai noti in quanto nessuno dei fattori sotto stanti la dinamica strutturale del fenomeno ha subito modificazioni rilevanti per effetto delle operazioni di aggiornamento. Il rapporto fra spesa pensionistica e PIL presenta una rapida crescita nel primo trentennio di previsione dove fa registrare un incremento di oltre 2 punti percentuali di PIL passando dal 13,8 per cento del 2000 al valore massimo di 16 per cento nel 2033. Dopo di che decresce rapidamente atte standosi al 13,6 per cento nel 2050. La dinamica dei primi 15 anni, fatta eccezione per il primo quinquennio, è dovuta quasi esclusivamente ad un aumento del numero di pensioni in presenza di una sostanziale stabilità del rapporto fra pensione media e produttività. Tale ultimo rapporto decresce nella parte centrale del periodo di previsione per effetto dell’introduzione graduale del sistema di calcolo contributivo (regime misto) provocando un rallentamento della crescita della spesa pensionistica. Nell’ultima fase, il rapporto spesa per pensioni/PIL cala rapidamente con il passaggio dal sistema di calcolo misto a quello contributivo in presenza di un rallentamento, prima, e di un’inversione di tendenza, poi, del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati. Quest’ultimo fenomeno consegue alla progressiva eliminazione per morte delle generazioni del baby boom.
Rispetto alla precedente previsione, si registra un aumento del rapporto spesa/PIL nella parte centrale e finale del periodo di previsione in gran parte dovuto all’aumento delle pensioni minime di cui si è detto.
Sempre nell’ambito del pilastro previdenziale pubblico la legge delega in materia previdenziale punta al riequilibrio delle aliquote contributive, al riordino degli enti previdenziali nella direzione dell’efficienza e alla liberalizzazione dell’età di pensionamento per aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro da parte degli anziani. A questo proposito, sono previsti incentivi di natura fiscale e contributiva che rendano più conveniente la continuazione dell’attività lavorativa per gli individui che abbiano maturato i requisiti minimi per il pensionamento. In questo contesto s’inserisce anche il provvedimento che introduce la certificazione del conseguimento del diritto alla pensione al momento della maturazione dei requisiti. Nell’ambito della delega il Governo procederà anche alla progressiva abolizione del divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro, eventualmente fruibile al conseguimento di requisiti superiori a quelli minimi per il pensionamento. Tale provvedimento rappresenterebbe un ulteriore incentivo a posticipare il momento della pensione. La progressiva abolizione del cumulo è finalizzata anche a favorire l’emersione del lavoro sommerso dei pensionati, obiettivo che verrebbe perseguito anche con l’adozione di ulteriori misure, di natura specifica in linea con quelle previste dalla normativa sull’emersione del sommerso.
A riguardo dello sviluppo della previdenza complementare, la legge delega prevede specifiche misure di sostegno, tra cui la destinazione ai fondi pensione delle risorse del nuovo trattamento di fine rapporto (TFR); la riforma della disciplina fiscale per ampliare la deducibilità della contribuzione ai fondi pensione; la revisione, in senso più favorevole, della tassazione dei rendimenti delle forme pensionistiche complementari, anche nell’ottica di una maggiore armonizzazione europea. Inoltre, verrà definita la riduzione delle aliquote contributive, dovute dal datore di lavoro sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato, dai 2 a 5 punti percentuali. Considerato il ruolo cruciale che la previdenza complementare ricoprirà nell’accrescere i livelli di efficienza dei mercati finanziari, il Governo intende inoltre perfezionare l’omogeneità del sistema di vigilanza sull’intero settore e semplificare le procedure amministrative.
Potrebbe sembrare pleonastico sottolineare l’importanza di questo documento di programmazione economico- finanziaria, ma non lo è; con esso il Governo entra nel vivo del suo programma per lo sviluppo del paese all’insegna della stabilità e dell’equità, inaugurando una stagione di riforme che non ha ignorato il dialogo con le parti sociali, con le quali non è stato concluso un negoziato bensì un vero e proprio «patto per l’Italia».

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, espresso apprezzamento per la relazione del relatore Campa, che mette mano ai nodi fondamentali del programma di Governo ed evidenzia i passaggi rilevanti per la sua attuazione, invita i componenti la Commissione, in considerazione dei ristretti tempi a disposizione concessi dai lavori dell’Assemblea, a pronunciarsi sinteticamente sul documento di programmazione economico-finanziaria, atteso che il parere dovrà essere espresso entro la giornata di domani e che rimane fermo l’impegno della Commissione portare a termine la discussione preliminare sulle proposte di legge in materia di insegnanti di religione cattolica.

Elena Emma CORDONI (DS-U), intervenendo sull’ordine dei lavori, fa presente che il gruppo dei democratici di sinistra non si oppone a che la Commissione si riunisca in concomitanza con la riunione del Parlamento in seduta comune esclusivamente per l’esame del documento di programmazione economico-finanziaria. Per quanto riguarda i provvedimenti in materia di insegnanti di religione, atteso che l’argomento, previsto in orario non concomitante con la riunione del Parlamento in seduta comune, non è stato trattato a causa dell’assenza del rappresentante del Governo, riconferma la non disponibilità del suo gruppo a discuterne in questo momento.
Chiede poi di conoscere il termine per la presentazione delle proposte di parere, del relatore ed alternativo, sul documento di programmazione economico-finanziaria.

Emilio DELBONO (MARGH-U), intervenendo sull’ordine dei lavori e rilevato che, se si adotta una interpretazione stretta delle norme regolamentari, durante la riunione del Parlamento in seduta comune o dell’Assemblea in generale nessun argomento dovrebbe essere trattato in Commissione, chiede di conoscere i tempi a disposizione per l’esame del documento di programmazione economico-finanziaria.

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, ferma restando la fondatezza delle considerazioni espresse, osserva che per portare a conclusione tutti gli argomenti all’ordine del giorno della Commissione occorrerà convocare la stessa anche al termine della riunione del Parlamento in seduta comune e della seduta pomeridiana dell’Assemblea.
Fissa poi alle ore 12 di domani il termine per la presentazione delle proposte di parere sul documento di programmazione economico-finanziaria.
Considerata la necessità di consentire ai sottosegretari Viespoli e Sacconi di partecipare anche ai lavori del Senato, propone di passare immediatamente all’esame del disegno di legge n. 2972.


Roberto GUERZONI (DS-U), intervenendo sul merito del documento in esame, osserva che, nonostante il quadro ottimistico dei contenuti del DPEF illustrato dal relatore Campa, si è di fronte ad una proposta fortemente inefficace a rispondere alle esigenze che l’attuale congiuntura economica richiede.
Inoltre, per alcune scelte compiute, il DPEF si presenta fortemente inidoneo a mantenere quell’equilibrio tra politiche economiche e politiche sociali di salvaguardia dei diritti che si rendono indispensabili se si vogliono davvero garantire gli interessi del mondo del lavoro.
Per quanto riguarda il quadro generale, il documento di programmazione economico-finanziaria rivela, sulla base delle cifre riportate (peraltro consegnate al Parlamento in ritardo), che si «galleggia» sulla «finanza creativa» del ministro Tremonti, con tutto ciò che tale galleggiamento comporta in termini di rischi rispetto a quanto il paese aveva conquistato in Europa in campo economico e finanziario negli anni precedenti.
Osserva poi che, paragonando l’attuale DPEF con quello dell’anno scorso, emerge chiaro il fatto che i principali obiettivi non sono stati realizzati, in quanto avulsi rispetto alla realtà e piegati ad esigenze politiche.
Rileva che tale «finanza creativa» ha fatto sì che l’obiettivo di aumento del PIL, individuato e confermato nella nota di aggiornamento dell’autunno scorso, non solo non si intravede, ma addirittura si attesta su valori al di sotto della previsione di crescita.

Osserva che il carattere di inaffidabilità dei contenuti e dell’impianto del documento di programmazione economico-finanziaria non ha solo un effetto di tipo teorico rispetto agli scenari macroeconomici, ma ha avuto rilevanti effetti anche sul piano delle scelte politiche. Le premesse dell’anno scorso sono risultate sbagliate e tanto più si sono dimostrate inefficaci ed errate le politiche messe in campo, posto che non hanno prodotto alcun effetto anticiclico né per quanto riguarda le scelte di politica economica né in termini di politiche strutturali in grado di reggere i livelli nuovi della competitività e della sfida proposta dalla globalizzazione.
Il paese soffre infatti di un deficit di competitività che, sia nei momenti di sviluppo che nei momenti di difficoltà, dimostra un divario negativo con la media europea, per ragioni di carattere strutturale.
Anche l’apparato industriale e produttivo – e la crisi dell’auto e dei settori meccanici lo dimostrano – presenta ora problemi che richiedono investimenti per poter reggere il livello della competitività internazionale.
Osserva poi come i cosiddetti provvedimenti dei cento giorni non abbiano avuto effetti anticiclici e non siano stati in grado di affrontare i nodi strutturali dell’economia italiana. Le scelte di politica economica si ritrovano nel documento di programmazione economico-finanziaria che presenta un quadro di profonda incertezza e di inaffidabilità degli elementi di finanza pubblica e delle grandezze macroeconomiche prese in considerazione.
Com’è apparso chiaro dalla relazione della Corte dei conti, l’obiettivo che il rapporto PIL-deficit possa essere contenuto nella misura dello 0,8 per cento non può essere raggiunto con una manovra di finanza pubblica che interviene su 12 miliardi di euro, posto che le dimensioni di tale manovra sono decisamente superiori.
In merito all’inflazione programmata, osserva che l’indicatore è ben lontano dai dati tendenziali e reali con i quali occorre confrontarsi.
Tuttavia, ribadisce che l’aspetto più grave riguarda non solo i presupposti errati del quadro macroeconomico, ma anche e soprattutto le scelte di politica economica e finanziaria che vengono riproposte in continuità con le scelte compiute nell’anno passato e che nulla hanno prodotto in termini di modifica di quel gap strutturale che è tipico dell’economia italiana, con l’aggravante data dalla piegatura sociale.
Richiamandosi al Patto per l’Italia, osserva che, in cambio di un prezzo sociale assai elevato, e cioè della rottura con la parte più rappresentativa del movimento sindacale, si sono intaccati alcuni diritti fondamentali del mondo del lavoro. Pertanto, il giudizio negativo che su di esso viene espresso è maggiormente rafforzato in riferimento alle scelte operate sugli ammortizzatori sociali: posto che nel patto si parla di invarianza della spesa sociale, è da ritenersi che le risorse necessarie proverranno dal taglio e dalla riduzione di altre forme di protezione sociale presenti nel paese, con ciò rischiando un arretramento complessivo soprattutto nel momento in cui in materia di politiche sociali il fronte dell’analisi si allarga al sistema previdenziale e sanitario.
Nel documento di programmazione economico-finanziaria non vi è nulla che non confermi l’obiettivo, già perseguito attraverso la decontribuzione, di portare un duro colpo a tutto il sistema previdenziale. In merito al settore sanitario ritiene poi che se si vuole perseguire una politica credibile di riduzione dell’1 per cento delle spese sanitarie ogni anno si vada ad intaccare uno dei fondamenti della politica dello stato sociale: basti pensare alla possibilità che si ritorni al sistema delle mutue.
In conclusione, ribadisce la contrarietà del suo gruppo ad un’impostazione di politica economica che non affronta i temi strutturali e di innovazione tecnologica, della ricerca scientifica e dell’informazione e che prelude – basandosi su ragioni di forte iniquità sociale – ad una legge finanziaria ancor più negativa delle attuali previsioni.


Alfonso GIANNI (RC) esprime considerazioni di carattere complessivamente negativo sul documento di programmazione economico-finanziaria che peraltro è stato stroncato – cosa mai verificatisi in precedenza – anche a livello internazionale. Ricorda come l’Eurostat il 3 luglio abbia espresso un’analisi negativa in particolare sulle cartolarizzazioni. In proposito lamenta l’esistenza di una certa disinvoltura attraverso la quale si fanno passare per entrate l’accensione di debiti garantiti dallo Stato. Del resto, neanche il ministro Tremonti ha retto alla polemica con Eugenio Scalfari in merito al problema del trattamento di cassa integrazione.
Osserva che anche la Corte dei conti ha manifestato dubbi sulla credibilità della manovra, con riferimento, in particolare al passaggio di investimenti alla Patrimonio Spa, con ciò riaccendendo la polemica sulla cedibilità dei beni culturali.
Evidenziato quindi il terreno scivoloso nel quale opera un documento poco credibile, fa presente che anche la vicenda dell’allentamento del patto di stabilità si presta a più letture. Pur ritenendo opportuno modificare il patto di stabilità, che potrebbe essere interpretato in maniera meno rigida, sottolinea che tutto ciò avrebbe un senso in un quadro di miglioramento della politica sociale.
Fa poi presente che sulla crescita del PIL, sull’inflazione e sul deficit le previsioni governative sono state smentite. Lo stesso quadro macroeconomico internazionale appare eccessivamente ottimistico, laddove si fa riferimento ad una ripresa dell’economia americana nel secondo semestre del 2002. Anche il Giappone e l’Unione europea versano in uno stato poco felice.
Nella materia del lavoro, si evidenzia una tendenza ad una ripresa occupazionale con uno sviluppo dei contratti atipici e delle forme di lavoro flessibili: questa ripresa, per durare nel tempo, deve trasformarsi a suo giudizio in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, come sta infatti verificandosi nel periodo più recente. Il Governo dovrebbe sfruttare questo periodo per politiche attive del lavoro sostanziali. Il caso FIAT è emblematico: si è infatti dinanzi ad un disastro annunciato: è prossima la svendita alla General Motors, che ha già assorbito la Daewoo. Ritiene che la rottamazione non possa essere la risposta adeguata. In un paese che vuol essere grande e all’altezza della competitività internazionale non ci si può allontanare dalle produzioni di punta. In Germania, per esempio, l’occupazione nel settore automobilistico è stata risolta con una riduzione dell’orario di lavoro; ovviamente, a questa soluzione si deve accompagnare una diversificazione della produzione, capace di migliorare la mobilità nei centri urbani.
La questione dell’inflazione contiene le premesse di un autunno caldo. È infatti sotto gli occhi di tutti l’aumento dei prezzi conseguente all’introduzione dell’euro.
Sui temi del lavoro osserva che ci si muove nell’ottica del Patto per l’Italia, stipulato con organizzazioni che non rappresentano l’associazione che non ha sottoscritto l’accordo. Flessibilizzazione e precarizzazione sono le parole d’ordine; si parla di aumento della produttività nel settore pubblico, senza però tener conto che non esistono criteri di misurazione attendibili.
Pertanto, il documento di programmazione economico-finanziaria non sembra convincente e il suo contenuto aggrava un quadro generale ormai paradossale, come testimonia l’accordo tra Ministero della difesa e Ministero del lavoro con il quale si premia chi presta il servizio volontario in un’ottica di smilitarizzazione ormai generalizzata.

Elena Emma CORDONI (DS-U) osserva che da una lettura di tutti gli impegni assunti dal Governo nei confronti del paese e ribaditi nel documento di programmazione economico-finanziaria non si evince assolutamente la provenienza delle risorse necessarie a mantenere fede a tali impegni.
In materia previdenziale, il Governo dice di voler continuare nella riforma del settore nei modi e nelle forme già definite, proseguendo nel processo della decontribuzione, senza però specificare a quali risorse far riferimento per sostenere questa scelta. Anche in tema di pensioni minime, ritiene che le buone intenzioni del Governo di elevare il livello minimo di prestazione previdenziale a 516 euro mensili siano difficilmente realizzabili con le risorse a disposizione e sulla riforma del fisco occorrerà trovare ulteriori coperture nella legge finanziaria affinché il Governo mantenga gli impegni assunti con i lavoratori del pubblico impiego.
In tema di ammortizzatori sociali, l’intenzione è di mettere a disposizione 700 milioni di euro per una prima fase di adeguamento degli stessi, con ricadute comunque negative sulla platea dei lavoratori, senza peraltro che venga affrontato il problema dei precari.
Si vuole poi contenere la spesa del settore pubblico, ma non si precisa, neanche per tendenziale orientamento, quale sarà il fabbisogno di tale settore a fronte di alcune spese programmate.
Non comprende, pertanto, come si possano mantenere tutti questi impegni assunti dal Governo, atteso che, contestualmente, nel documento di programmazione economico-finanziaria si ribadisce la necessità di contenere il debito, che non è certo quello dei governi del centrosinistra ma è il risultato della politica del Governo dell’ultimo anno.
Ritiene che la responsabilità dell’attuale Governo sia quella di non aver voluto individuare le politiche da mettere in campo in grado di attenuare le conseguenze del rallentamento della crescita economica a fronte della crisi internazionale.
Non è stato restituito il fiscal drag, non si sono avuti risultati neanche sul sommerso, non si è fatto nulla per favorire uno sviluppo di qualità del paese per una competitività a livello internazionale.
In merito agli obiettivi di riduzione della disoccupazione non è stata avanzata alcuna proposta credibile, a meno che il Governo non pensi che la modifica dell’articolo 18 sia la giusta soluzione.
Infine, reputa estremamente odioso il tentativo di riproporre all’Italia, a fronte dell’incapacità di tenere sotto controllo la spesa sanitaria, il sistema delle mutue per il quale solo chi ha i soldi si può curare.
In conclusione, conferma quanto già sostenuto dai deputati del gruppo dei democratici di sinistra in merito alle previsioni del Governo sull’economia italiana. Per come si sta delineando, ritiene che anche la prossima legge finanziaria non sarà all’altezza dei problemi del paese, sarà incapace di rispondere positivamente ai bisogni e alle sue necessità.

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell’esame alla seduta di domani.


Legge di semplificazione del 2001.
C. 2579 Governo, approvato dal Senato.
(Parere alla I Commissione).
(Esame e conclusione – Parere favorevole con osservazione).

La Commissione inizia l’esame del provvedimento.


Roberto ALBONI (AN), relatore, osserva che il disegno di legge in esame contiene la cosiddetta legge di semplificazione 2001 ed è già stato approvato dal Senato della Repubblica.
L’articolo 1 del disegno di legge reca una novella all’articolo 20 della legge n. 59 del 1997 (cosiddetta «legge Bassanini 1»), che sostituisce integralmente con un nuovo testo, con ciò modificando l’ambito e la struttura della legge di semplificazione.
L’articolo 20 della legge n. 59 del 1997 ha introdotto nel nostro ordinamento la previsione di una legge annuale di semplificazione, quale strumento periodico di semplificazione e razionalizzazione di procedimenti amministrativi, attraverso lo strumento giuridico della delegificazione della normativa che disciplina i procedimenti amministrativi stessi. L’articolo 1 dell’atto in esame modifica l’impianto complessivo della legge annuale di semplificazione, preferendo alla semplificazione dei procedimenti amministrativi attraverso un’opera di delegificazione la strada della semplificazione normativa attraverso il riassetto normativo e la codificazione.
Ciò è reso evidente dallo stesso titolo del disegno di legge: mentre le precedenti leggi di semplificazione facevano riferimento alla «delegificazione di norme», alla «semplificazione di procedimenti amministrativi» e a «testi unici», il disegno di legge in titolo richiama la «qualità della regolazione», il «riassetto normativo» e la «codificazione».
Il comma 2 del novellato articolo 20 individua nei decreti legislativi e nei regolamenti governativi gli strumenti giuridici attraverso i quali si realizza la semplificazione ed il riassetto normativo.
La legge annuale di semplificazione e riassetto normativo assume quindi prevalente natura di legge di delega.
Per quanto riguarda le competenze della Commissione, segnala l’articolo 3, che prevede una delega al Governo al fine di adottare uno o più decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di sicurezza e tutela della salute dei lavoratori.
Tale delega, secondo quanto riferito dalla relazione, è stata indicata come priorità di intervento da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e nasce dalla constatazione che «la legislazione che ha recepito le numerose direttive europee è stata, per molti versi, complicata e burocratizzata, tanto che nella sua pratica attuazione stenta a portare effettivi benefici concreti al fenomeno infortunistico e delle tecnopatie», registrandosi un incremento degli infortuni sul lavoro, che hanno sfiorato nel 2000 il milione di casi, distribuiti in tutti i settori produttivi.
In primo luogo, ricorda che la materia della «tutela e sicurezza del lavoro» rientra tra quelle che il novellato articolo 117 della Costituzione attribuisce alla potestà legislativa concorrente di Stato e regioni (comma terzo). Il decreto legislativo in questione, quindi, dovrebbe caratterizzarsi per il fatto di contenere – e codificare, secondo quanto previsto dall’articolo 1 del presente disegno di legge – comma 3, lettera a) – le norme che rappresentano i «principi fondamentali» della materia.
La delega per il riassetto normativo previsto dall’articolo 3 presuppone il rispetto di diversi principi e criteri specifici, e risulta notevolmente arricchita dopo l’esame da parte del Senato, soprattutto per l’apporto dato alla formulazione del testo dal parere espresso dalla Commissione lavoro, che ha formulato numerose condizioni, tutte recepite dalla Commissione affari costituzionali. Durante l’esame da parte dell’Assemblea del Senato alcuni dei principi e criteri di delega introdotti dalla Commissione a seguito del parere sono stati soppressi. In conclusione, i principi indicati nelle lettere e), f), g), h), i), l) ed m) riprendono parzialmente le condizioni contenute nel parere espresso sul provvedimento dalla Commissione lavoro.
Vengono così indicati i principi e criteri direttivi, tra i quali si segnalano i seguenti: lettera b), relativa alla determinazione di misure tecniche ed amministrative di prevenzione che siano compatibili con le caratteristiche gestionali ed organizzative sia per le imprese artigiane sia per le piccole imprese, anche agricole, forestali e zootecniche, in considerazione delle caratteristiche gestionali ed organizzative delle stesse. In merito, ricorda che il decreto legislativo correttivo del decreto n. 626 del 1994 (decreto legislativo 19 marzo 1996, n. 242) già ha introdotto un alleggerimento degli oneri per la gestione della sicurezza nelle piccole e medie imprese, adeguando i requisiti certificativi alle loro minori dimensioni; lettera d), sull’apparato sanzionatorio, che viene riformulato con particolare riguardo alle varie contravvenzioni a carico dei preposti, alla previsione di sanzioni amministrative per le violazioni formali di tipo documentale, alla revisione del regime di responsabilità relativamente alla prevenzione sui luoghi di lavoro in relazione alle varie posizioni gerarchiche all’interno dell’impresa ed al coordinamento delle funzioni degli organi preposti, con priorità per i compiti di prevenzione e di informazione. Sul punto la relazione al disegno di legge sottolinea che «appare necessario conferire maggiore chiarezza alla carente regolamentazione in materia di obblighi contravvenzionali delle macchine, di rinvio a norme tecniche e di libera circolazione delle macchine certificate CE, nonché rimodulare il rapporto tra sanzioni contravvenzionali e amministrative, riesaminando le fattispecie contravvenzionali a carico dei preposti erroneamente equiparate, quanto ad ampiezza delle fattispecie, a quelle a carico dei datori di lavoro e dei dirigenti». Obiettivo della delega, in base al passo appena riportato, sembra dunque quello – tra l’altro – di tenere conto delle minori responsabilità dei preposti rispetto ai datori di lavoro ed ai dirigenti nel ridisegnare le fattispecie contravvenzionali; lettera e), per l’assicurazione della tutela della salute e della sicurezza nei confronti di tutti i lavoratori, sia pubblici sia privati, in tutti i settori lavorativi ed indipendentemente dalla tipologia del contratto stipulato con il datore di lavoro o con il committente. Il criterio di delega deve leggersi – in connessione con la lettera successiva – tenendo presente lo sviluppo, nel mercato del lavoro, di nuove tipologie contrattuali flessibili, dalla collaborazione coordinata e continuativa al lavoro interinale, per le quali si afferma l’esigenza di una tutela pari a quella già prevista per i contratti a maggiore contenuto di stabilità; lettera f), volta all’adeguamento del sistema di prevenzione a tutte le nuove forme di lavoro e tipologie contrattuali, anche al fine di contrastare il lavoro sommerso ed irregolare; lettera g), sulla promozione di codici di condotta e la diffusione di buone prassi per i datori di lavoro, i lavoratori e tutti gli altri soggetti interessati; lettera h), peril riordino e la razionalizzazione delle competenze istituzionali, al fine di evitare sovrapposizioni e duplicazioni di interventi e competenze, garantendo indirizzi generali uniformi su tutto il territorio nazionale nel rispetto di quanto indicato dal novellato articolo 117 della Costituzione; lettera i), per la realizzazione delle condizioni per una adeguata informazione e formazione di tutti i soggetti impegnati nell’attività di prevenzione.
In proposito, appare indispensabile ricordare che la legislazione italiana ha suscitato diversi rilievi a livello comunitario, giunti in alcuni casi in sentenze di condanna. Oltre che le procedure previste dal decreto legislativo n. 626 del 1994, i punti più critici riguardano la disciplina delle modalità di uso delle attrezzature di lavoro da parte dei lavoratori durante il lavoro, delle attività lavorative al videoterminale e della sicurezza delle lavoratrici gestanti.
In conclusione, propone di esprimere un parere favorevole, osservando che andrebbe disposta l’abrogazione della normativa previgente non compatibile con il nuovo assetto normativo che risulterà dall’emanazione del decreto – o dei decreti – legislativi per il riassetto delle disposizioni sulla sicurezza del lavoro. A tal fine potrebbe essere consentita l’adozione di decreti correttivi e integrativi di quelli previsti nell’articolo 3 (vedi allegato 2).

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, avverte che è stata presentata una proposta alternativa di parere dai deputati Cordoni, Delbono, Sgobio e Guerzoni (vedi allegato 2).


Roberto GUERZONI (DS-U), illustrando la proposta alternativa di parere, ritiene che quanto previsto dall’articolo 3 per il riordino e il riassetto delle disposizioni in materia di sicurezza e tutela della salute dei lavoratori dovrebbe attuarsi attraverso la predisposizione di un testo unico che segua il normale iter di valutazione ed esame da parte delle Camere e non attraverso il ricorso all’esercizio di una delega che, peraltro, sulla base di criteri direttivi assai generali, modifica tutta la legislazione in materia di sicurezza del lavoro.
Pertanto al di là delle osservazioni di merito sul provvedimento, avanza una proposta di parere negativo, rilevando la necessità di procedere ad uno stralcio dell’articolo 3 in vista della predisposizione di un testo unico in materia di tutela della salute dei lavoratori sul quale poi ancorare i decreti legislativi per la sua attuazione.

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, pur condividendo l’impostazione e i criteri generali del provvedimento, riconosce che si è di fronte ad una delega assai ampia, sulla base della quale il Governo potrebbe determinare profonde innovazioni nel corpus della legislazione vigente in materia di sicurezza e tutela della salute del lavoratore. Osserva peraltro che anche il decreto legislativo n. 626 del 1994 è stato adottato con provvedimento delegato.

Andrea DI TEODORO (FI), rispondendo alle obiezioni sollevate dal deputato Cordoni, osserva che in materia di sicurezza e tutela dei lavoratori, compito dello Stato è quello di assicurare il pieno rispetto delle normative adottate in proposito in sede di recepimento di direttive comunitarie.

Cesare CAMPA (FI) condivide le osservazioni esposte dal presidente rispetto ad un argomento di estrema rilevanza come quello in discussione. Pur evidenziando la necessità di ribadire con forza la centralità del Parlamento, ritiene che il Governo sia giustamente intervenuto in vista del riassetto delle disposizioni sulla sicurezza sul lavoro che peraltro, come precisato dal deputato Di Teodoro, si basano sul recepimento di adempimenti comunitari.

Elena Emma CORDONI (DS-U) osserva che è in discussione non tanto lo strumento della delega quanto il suo carattere assai generico che peraltro non è confortato da una precisa espressione di volontà del Governo sulla direzione che intende imboccare in materia di sicurezza e tutela dei lavoratori; non esclude che la delega possa rispondere ad adempimenti previsti da direttive comunitarie, ma ritiene che questo non sia un sufficiente punto di riferimento da cui partire. Ricorda peraltro che nella precedente legislatura la Commissione lavoro ha svolto un’indagine conoscitiva proprio in materia di sicurezza e tutela dei luoghi di lavoro, dalla quale è maturata l’idea di giungere ad un testo unico per un giusto riassetto delle disposizioni in materia.

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, avverte che porrà in votazione dapprima la proposta di parere del relatore. Se questa sarà accolta, si intenderà preclusa la proposta alternativa.

La Commissione approva la proposta di parere formulata dal relatore, restando così preclusa la proposta di parere contraria dei deputati Cordoni ed altri.

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