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Home - Senato - Commissione Lavoro, previdenza sociale

Commissione Lavoro, previdenza sociale

22 Ottobre 2009
in Senato

(Dal Resoconto Sommario)

Presidenza del Presidente
ZANOLETTI

Interviene il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali Viespoli.

La seduta inizia alle ore 15,10.

IN SEDE REFERENTE
(2058) Delega al Governo in materia previdenziale, misure di sostegno alla previdenza complementare e all’ occupazione stabile e riordino degli enti di previdenza e assistenza obbligatoria, approvato dalla Camera dei deputati
(421) MAGNALBO’. – Modifiche e integrazioni all’ articolo 71 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, in materia di totalizzazione dei periodi di iscrizione e contribuzione
(1393) VANZO ed altri. – Abrogazione delle disposizioni concernenti il divieto di cumulo tra redditi di pensione e redditi di lavoro autonomo
– e petizioni nn. 66, 84, 200, 255, 393 e 574 ad essi attinenti
(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)

Si riprende l’esame congiunto sospeso nella seduta del 4 dicembre scorso.

Il senatore MALABARBA (Misto-RC) interviene sull’ordine dei lavori, chiedendo al Sottosegretario se risulta confermato l’incontro tra il Governo e le organizzazioni sindacali, previsto per domani e di cui ha dato notizia la stampa. In caso di risposta affermativa, è a suo avviso necessario verificare l’opportunità di sospendere la discussione generale, in attesa dell’esito di tale incontro, e valutare la possibilità di differire ulteriormente il termine per la presentazione degli emendamenti.

Il sottosegretario VIESPOLI conferma che nella giornata di domani avrà luogo il previsto incontro tra il Governo e le organizzazioni sindacali. Ritiene peraltro che, al momento, non vi sia motivo per sospendere la discussione generale mentre, per quanto riguarda la fissazione del termine per gli emendamenti, si rimette alle decisioni che verranno adottate dalla Commissione, pur esprimendo l’avviso che tale termine possa essere confermato, senza ulteriori rinvii.

Il relatore alla Commissione MORRA (FI) osserva preliminarmente che la riapertura del confronto tra il Governo e le organizzazioni sindacali deve essere valutata con estremo favore: peraltro, la prosecuzione della discussione generale non appare in contrasto con lo svolgimento dell’incontro di domani, all’esito del quale sarà possibile anche valutare l’opportunità di differire eventualmente il termine per la presentazione degli emendamenti.

Il PRESIDENTE si associa alle considerazioni del relatore ed auspica che l’incontro di domani tra il Governo e le organizzazioni sindacali possa preludere ad un serio e proficuo confronto sul merito del provvedimento all’esame. Condivide l’avviso espresso dal relatore e dal rappresentante del Governo circa l’opportunità di procedere nella discussione generale e si riserva, all’esito dell’incontro di domani, di formulare proposte in ordine ad un possibile differimento del termine per la presentazione degli emendamenti.

Si riprende la discussione generale.

Il senatore MALABARBA (Misto-RC) osserva preliminarmente che se i lavoratori avessero piena consapevolezza degli effetti disastrosi della riforma previdenziale predisposta dal Governo, la partecipazione alla manifestazione sindacale del 6 dicembre sarebbe stata ancora più ampia di quello che è stata effettivamente. In particolare, va innanzitutto rilevato che l’indifferibilità della riforma previdenziale, più volte sostenuta dagli esponenti del Governo e delle forze politiche di maggioranza, risulta in realtà tutta da provare e, a tale proposito, sarebbe stato opportuno attendere il 2005, in modo tale da poter procedere all’espletamento dell’attività di verifica, prevista per tale data dalla legge n. 335 del 1995. I dati prospettati dall’Esecutivo a sostegno della sopra citata esigenza di intervento in materia pensionistica, inerenti sia al quantum della spesa pensionistica che all’ammontare della spesa sociale, non sono veritieri in quanto la spesa sociale italiana è tra le più contenute in ambito europeo e la valutazione della spesa pensionistica risente dell’anomala commistione tra previdenza e assistenza, nonché di criteri di calcolo erronei, che includono in modo indebito le ritenute fiscali effettuate sui trattamenti, e, al tempo stesso, non tengono conto della natura retributiva e non previdenziale del trattamento di fine rapporto. Inoltre va considerato che la situazione economico finanziaria dell’Inps è risultata nell’ultimo triennio in attivo e che l’incremento della produttività del lavoro è sufficiente a coprire gli oneri derivanti dalla crescente incidenza del numero dei pensionati rispetto al complesso della popolazione- conseguente al prolungamento della durata media della vita – purché vengano individuati moduli atti a garantire un tasso di contribuzione conseguente.
In realtà – prosegue l’oratore – il Ministro dell’economia non affronta i nodi problematici riscontrabili in ordine al rapporto tra previdenza e ammortizzatori sociali, nonché relativamente ai forti profili di iniquità sussistenti attualmente in ambito pensionistico, soprattutto per le giovani generazioni, limitandosi a prospettare un intervento di riforma finalizzato esclusivamente all’ottenimento di un assenso da parte dell’Unione europea in ordine alla manovra finanziaria per il 2004, senza considerare minimamente i negativi risvolti sul piano sociale connessi all’adozione di tali misure.
L’intervento previsto all’articolo 1-ter dell’emendamento governativo 1.0.1 prefigura un aumento dei limiti di età pensionabile che sopprime l’istituto della pensione di anzianità e riduce sensibilmente il trattamento previdenziale spettante ai lavoratori che si avvalgano della facoltà, prevista fino all’anno 2015, di accedere al trattamento pensionistico di anzianità con i requisiti previsti dalla normativa attualmente vigente e tuttavia con l’applicazione integrale del sistema di calcolo contributivo.
E’ facile prevedere che i lavoratori anziani opteranno per tale sistema non per libera scelta, ma per effetto dei processi di ristrutturazione aziendale, attraverso i quali l’impresa pone in essere meccanismi di turn over tra generazioni di lavoratori, che si traducono nell’espulsione dei più anziani. In tal modo, i costi di tali processi saranno scaricati sui dipendenti, costretti, di fatto, ad accedere a trattamenti fortemente decurtati.
La misura attinente all’elevazione dei limiti di età pregiudica in maniera particolarmente pregnante le situazioni giuridiche soggettive dei lavoratori che svolgono attività usuranti, la cui aspettativa di vita risulta più breve e per i quali qualsivoglia intervento normativo modulato in relazione ai nuovi requisiti di età pensionabile risulterebbe fortemente ingiusto e gravemente iniquo.
Le misure di incentivazione previste all’articolo 1-quater della citata proposta emendativa risultano poi inidonee a conseguire l’obiettivo del posticipo volontario del pensionamento, presentando anche risvolti di incostituzionalità per violazione del principio di progressività dell’imposizione, dato che il bonus risulta integralmente esente da gravami fiscali. Va inoltre osservato che l’annuncio di interventi di riforma da parte dell’Esecutivo ha finito, paradossalmente, per determinare negli ultimi mesi un considerevole aumento delle domande di pensionamento anticipato, con conseguenze facilmente immaginabili sull’andamento della spesa.
La disciplina contenuta nell’articolo 1-bis dell’emendamento governativo 1.0.1 – prosegue l’oratore – attinente alla certificazione del diritto al conseguimento della pensione risulta di scarso rilievo, in quanto è sufficiente un intervento legislativo per vanificare in futuro siffatta previsione. Tra l’altro, si sono già verificati casi in cui l’attuale Esecutivo, attraverso interventi normativi successivi, ha leso diritti acquisiti: ciò è avvenuto, recentemente, in materia di previdenza dei lavoratori esposti all’amianto, per i quali solo l’intervento delle forze politiche di opposizione ha contenuto i danni derivanti dalle misure originariamente proposte dal Governo.
La decontribuzione per le nuove assunzioni, prevista all’articolo 1, comma 1, lettera g), punto 7 del disegno di legge n. 2058, comporta un ingiusto incremento dei profitti delle aziende, determinando altresì rilevanti risvolti negativi per la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico e per l’entità dei trattamenti che verranno corrisposti a chi intraprende oggi un’attività lavorativa.
L’obbligo di conferimento del trattamento di fine rapporto alle forme pensionistiche complementari, contemplato all’articolo 1, comma 1, lettera g), punto 1 del provvedimento in titolo, comporta un indebito vantaggio a favore degli organismi operanti nei mercati finanziari, ed altresì è suscettibile di ledere i diritti dei lavoratori, in quanto la natura retributiva di tale trattamento comporta la necessaria conseguenza che in ordine allo stesso debba essere sempre preservata la libera disponibilità da parte del titolare – ossia del lavoratore -.
La disposizione normativa contenuta al comma 3 dell’articolo 1-ter dell’emendamento governativo 1.0.1 – prosegue l’oratore – volta a prefissare rigidi principi e criteri direttivi ai quali le parti sociali dovranno attenersi nel formulare eventuali proposte alternative, rientra in una logica di scontro con le organizzazioni sindacali, ispirata da una vocazione autoritaria dell’Esecutivo nonché da una impostazione neocorporativa.
Una volta appurata l’insussistenza delle argomentazioni addotte dal Governo per sostenere l’improcrastinabilità della riforma previdenziale, ove si volessero introdurre correttivi e innovazioni in tale settore, occorrerebbe considerare prioritariamente le esigenze attinenti all’incremento degli standard quantitativi dei trattamenti previdenziali – attualmente tra i più bassi in ambito europeo – agganciando gli stessi alla dinamica salariale.
La differenziazione dei limiti di età pensionabile per donne e uomini, prefigurata nell’ambito dell’emendamento governativo sopracitato, risulta incongrua, essendo opportuno unificare tali limiti – in particolare incentrando gli stessi sul requisito minimo di accesso alla pensione di anzianità a sessant’anni, fatta salva comunque una diversa disciplina per i lavori usuranti.
Occorre altresì introdurre moduli di contribuzione figurativa per i periodi di inattività a favore delle nuove figure di lavoro precarie introdotte dalla legge n. 30 del 2003, ponendo gli oneri inerenti agli stessi a carico della fiscalità generale.
La separazione tra assistenza e previdenza risulta necessaria, inquadrandosi la stessa nella prospettiva di evitare l’utilizzo di risorse proprie del sistema previdenziale per finalità sociali estranee allo stesso, i cui oneri andrebbero invece posti a carico del sistema fiscale generale, come avviene anche in altri Paesi europei.
Risulta non condivisibile la disciplina contemplata alla lettera q-bis) dell’emendamento governativo 1.0.1, che a giudizio dell’oratore dovrebbe essere rimodulata, in modo tale da rendere la stessa maggiormente conforme ai canoni di equità.
Occorre inoltre contrastare in maniera incisiva la piaga dell’evasione contributiva – attualmente piuttosto diffusa ed in grado di recare significativi pregiudizi alla sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale – potenziando gli apparati ispettivi ed elevando gli standard di controllo.

La senatrice PILONI (DS-U), dopo aver preso atto con soddisfazione della conferma fornita dal rappresentante del Governo in ordine all’incontro di domani con le organizzazioni sociali, auspica che da tale appuntamento possa scaturire un serio confronto sul merito della riforma previdenziale e, soprattutto, che l’Esecutivo rinunci all’atteggiamento di chiusura pregiudiziale che ha caratterizzato fino ad oggi la sua condotta verso le richieste delle parti sociali e che si è rivelato del tutto inidoneo ad affrontare responsabilmente una problematica che investe le condizioni di vita e di lavoro di gran parte della popolazione. Solo all’esito dell’incontro di domani – come ha giustamente chiarito il Presidente – sarà inoltre possibile valutare se e in quali termini modificare il calendario dei lavori della Commissione. E’ peraltro prevedibile che il confronto tra il Governo e i sindacati tenderà ad andare oltre la problematica pensionistica per investire il complesso delle questioni che riguardano la riforma dello Stato sociale. Questo peraltro è uno dei significati della grande manifestazione del 6 dicembre, che ha riconfermato la rappresentatività del movimento sindacale e, al tempo stesso, ha evidenziato la diffusa preoccupazione per gli effetti di una riforma che minaccia di tradursi in un deciso peggioramento delle condizioni dei lavoratori.
Con tali premesse, prosegue la senatrice Piloni, è auspicabile che il Governo comprenda la necessità di lasciar cadere l’impostazione di un progetto che si configura come una vera e propria controriforma, in quanto scardina l’impianto dei precedenti interventi normativi del 1995 e del 1997, che hanno conseguito importanti risultati sul versante dei conti pubblici, nel rispetto dei principi di equità sociale e di solidarietà tra le generazioni. Anche i dati diffusi in passato dal Governo, a partire da quelli della cosiddetta Commissione Brambilla, hanno confermato un andamento stabile della spesa previdenziale rispetto al prodotto interno lordo: sarebbe stato pertanto possibile e ragionevole procedere nel senso indicato dalla legge n. 335 del 1995, attraverso la verifica prevista per il 2005 sull’incidenza della spesa pensionistica rispetto al PIL in una proiezione di lungo termine, in rapporto all’evoluzione demografica. Il vero motivo della scelta del Governo non risiede quindi in una presunta sofferenza del sistema previdenziale, bensì nell’esigenza di accompagnare la legge finanziaria per il 2004 con misure diverse dai condoni e dagli altri interventi una tantum: che non vi sia una vera emergenza è infatti implicito anche nell’impostazione del disegno di legge n. 2058, che dà attuazione alla parte più rilevante della riforma a partire dal 2008 e, nel frattempo, introduce una misura come la decontribuzione che, evidentemente, presuppone un certo equilibrio della spesa. Per giustificare la scelta effettuata, il Governo si rifà alle indicazioni formulate dall’Unione europea, senza però tenere conto che da quella sede proviene un invito ad agire in termini effettivamente strutturali con interventi mirati al contenimento dell’evasione contributiva e alla riduzione dei pensionamenti anticipati, nonché alla liberalizzazione dell’età pensionabile, allo sviluppo della previdenza complementare e alla garanzia di trattamenti dignitosi per i lavoratori occupati con tipologie contrattuali flessibili, il tutto congiunto ad un più deciso impegno per lo sviluppo dell’occupazione. D’altra parte, i dati diffusi dall’Eurostat confermano che attualmente, per effetto delle riforme attuate nel corso degli anni Novanta, il differenziale dell’età effettiva di pensionamento tra Italia e Europa risulta trascurabile – pari allo 0,2 per cento – mentre in Italia continua ad aumentare l’età del pensionamento.
Tralasciando temi già affrontati in altri interventi, la senatrice Piloni si sofferma quindi sulla previsione di una decontribuzione per i nuovi assunti fino a 5 punti percentuali: tale misura, a suo avviso, è suscettibile di determinare una notevole flessione delle entrate contributive e mette in discussione la sopravvivenza stessa del sistema previdenziale pubblico e la sua possibilità, nel lungo periodo, di corrispondere le pensioni, oltre a ridurre sensibilmente l’entità dei trattamenti per coloro che iniziano ora una attività lavorativa. E’ peraltro significativo che, mentre nel testo licenziato dalla Camera dei deputati, l’attuazione di tale misura è stata opportunamente vincolata all’individuazione di una idonea copertura nell’ambito della legge finanziaria di ciascun anno, nessun accantonamento sia stato previsto per tale finalità nel disegno di legge finanziaria per il 2004, attualmente all’esame dell’altro ramo del Parlamento. La decontribuzione è poi uno strumento inidoneo a perseguire l’obiettivo della riduzione del costo del lavoro, e, per questo profilo, occorrerebbe invece proseguire lungo la strada già intrapresa nella passata legislatura, della fiscalizzazione degli oneri impropri. Forte perplessità suscita poi il principio di delega riguardante la devoluzione obbligatoria del trattamento di fine rapporto ai fondi di previdenza integrativa: stante la natura di retribuzione differita del TFR, quest’ultimo deve comunque restare nella disponibilità del lavoratore, la cui scelta sarebbe comunque meglio garantita da un meccanismo di silenzio assenso. Altrettanto inaccettabile risulta anche la decisione di pervenire ad una piena equiparazione tra fondi chiusi e fondi aperti.
Il disegno di legge n. 2058 – prosegue la senatrice Piloni – tende poi a vanificare il principio di flessibilità che era stato introdotto dalla riforma del 1995 e che dovrebbe invece essere mantenuto, in quanto tiene conto di numerose variabili riguardanti sia la qualità del lavoro sia la libertà del lavoratore. La scelta di innalzare bruscamente l’età pensionabile a decorrere dal 2008 comporta invece un irrigidimento del sistema, del tutto privo di adeguate giustificazioni.
Nel noto messaggio televisivo con cui il Presidente del Consiglio introdusse alcuni mesi or sono i temi della riforma previdenziale, uno degli argomenti più insistentemente riproposti riguardava l’esigenza di assicurare la solidarietà tra le generazioni e quindi il futuro pensionistico dei lavoratori più giovani. In realtà, il provvedimento all’esame si limita ad un innalzamento dei contributi per i lavoratori atipici, di per sé condivisibile, ma privo di contropartite per quanto riguarda il rafforzamento delle tutele che avrebbe dovuto accompagnare la maggiore precarietà del mercato del lavoro determinata dalle legge n. 30 del 2003 e dal relativo decreto di attuazione. Sarebbe stato invece necessario prevedere norme più incisive in materia di ricongiunzione e di totalizzazione contributiva, nonché per la copertura figurativa dei periodi di non lavoro.
La relazione tecnica di accompagnamento dell’emendamento 1.0.1 del Governo indica a decorrere dal 2008 una minore incidenza della spesa previdenziale pari allo 0,7 per cento del PIL, mentre i dati consegnati dall’INPS mettono in evidenza un risparmio di minore entità, pari allo 0,4 per cento del PIL. E’ di certo vero che l’INPS non provvede all’assicurazione di tutti i lavoratori, ma solo di quelli del settore privato, tuttavia il differenziale di 0,3 punti percentuali non manca di destare forti perplessità e sollecita l’individuazione di altre misure che comportino un effettivo risparmio. Occorrerebbe pertanto valutare la necessità di pervenire ad un ulteriore avvicinamento dei diversi regimi contributivi per i lavoratori autonomi e per i lavoratori dipendenti, all’armonizzazione tra le diverse casse previdenziali, nonché ad una vera riforma degli ammortizzatori sociali, in senso realmente universalistico. Per questo aspetto, occorre anche richiamare quanto è stato sostenuto dai rappresentanti della piccola e media impresa nel corso delle audizioni svolge in Ufficio di Presidenza, circa la necessità di tenere conto del ruolo che le pensioni di anzianità e i provvedimenti di pensionamento anticipato hanno avuto nel contenere i costi sociali derivanti dai processi di ristrutturazione delle aziende: a tale proposito occorre chiedersi come si potranno gestire tali processi nel periodo compreso tra il 2008 e il 2015, quando tale istituto sarà venuto meno per effetto della riforma in discussione, a meno che – come ha affermato il senatore Malabarba – non si intenda scaricare sulle spalle dei lavoratori i relativi costi, costringendoli ad optare, con i requisiti attualmente vigenti, per la liquidazione della pensione calcolata integralmente con il sistema contributivo, come previsto nell’emendamento del Governo, con una vistosa decurtazione dei trattamenti.
Un’altra misura necessaria riguarda la separazione tra previdenza e assistenza, con la precisazione che tale distinzione non comporta il misconoscimento dell’elemento solidaristico che è alla base dei relativi istituti.
Il principio di delega che stabilisce un massimale per i trattamenti risulta di dubbia costituzionalità, mentre un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate potrebbe coinvolgere una platea più ampia di soggetti e conseguire quindi un migliore risultato di cassa.
In una riflessione complessiva sulla riforma dello Stato sociale occorre poi ricercare le misure più idonee a realizzare l’obiettivo di proteggere il tenore di vita della popolazione anziana, considerato che l’attuale meccanismo di adeguamento dei trattamenti si basa sull’andamento dell’indice dei prezzi al consumo che, attualmente, non è idoneo ad assicurare la copertura del più ridotto potere di acquisto delle pensioni. Sono quindi necessarie misure che assicurino agli anziani condizioni di esistenza dignitosa a fronte di bisogni crescenti, e anche a tal fine è auspicabile che l’incontro di domani tra Governo e sindacati consenta di realizzare correzioni sostanziali all’attuale proposta dell’Esecutivo e di far ripartire la riflessione sulla riforma previdenziale in base a criteri di equità e di giustizia sociale fino ad oggi, purtroppo, negletti.

Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.

La seduta termina alle ore 16,20.



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