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Home - In evidenza - Angelini, in Toscana la pandemia ha bruciato 12 miliardi di euro

Angelini, in Toscana la pandemia ha bruciato 12 miliardi di euro

di Eleonora Terrosi
18 Giugno 2021
in In evidenza, Interviste
Angelini, in Toscana la pandemia ha bruciato 12 miliardi di euro

Un calo delle retribuzioni di 908 milioni di euro, 117mila occupati in meno e un calo del Pil di oltre il 14%. Sono questi i numeri che per Dalida Angelini, segretaria generale della Cgil Toscana, fotografano la situazione della regione. Per la ripresa, spiega Angelini, serve un percorso di riqualificazione delle imprese e dei lavoratori che sono stati il motore dei distretti industriali produttivi. Attenzione anche alle aree interne, dove i pochi servizi e le poche infrastrutture, fisiche e digitali, alimentano il fenomeno dello spopolamento e fanno crescere le disuguaglianze.

I dati Istat certificano una ripresa del Pil e della produzione industriale. In Toscana come è la situazione? La ripresa è iniziata?

Registriamo un inizio di ripresa. Quella della scorsa estate purtroppo non è durata, speriamo questa sia strutturale. All’arrivo della pandemia non tutti i settori erano completamente  fuori dalla crisi del 2008 e la Toscana marciava a due velocità: un’area centrale molto forte e le altre zone periferiche più in difficoltà.

L’area di Firenze come ha affrontato il covid?

Il settore industriale in cui il covid ha avuto l’impatto maggiore è stato quello della moda e l’area Firenze-Prato ne ha molto sofferto. Ora la produzione è tornata a crescere, troppo presto per capire se è la risposta ad un picco di ordini o qualcosa di strutturale. In più a Firenze, come in tutte le grandi città, c’è il problema degli affitti commerciali con contratti in scadenza e proprietari che chiedono aumenti economicamente non sostenibili. La recentissima chiusura di uno dei due punti vendita di Zara nel centro storico sembra riconducibile proprio a questa criticità. Possiamo dire che Firenze, da sempre motore produttivo della regione, ora ha qualche difficoltà.

Invece nel resto della Toscana come è la situazione?

In un anno di pandemia la Toscana ha bruciato 12 miliardi di euro pari al 14,7% del PIL toscano. Siamo ancora in una recessione che non ha paragone con le crisi del passato. In più la pandemia per la prima volta ha fatto crollare del tutto la produzione nel settore dei servizi, colpendo maggiormente giovani e donne tradizionalmente sono occupati nel turismo, nel commercio e nei servizi.  Dobbiamo poi considerare che la situazione occupazionale è attualmente solo “congelata”.

Cosa significa “congelata”?

Abbiamo perso 908 milioni di euro di retribuzioni, registriamo circa 117mila occupati in meno rispetto all’inizio della crisi pandemica. Di questi 23.000 sono i posti di lavoro attualmente persi a cui si aggiungono 94.000 “ibernati” perché quando terminerà il blocco licenziamenti non sappiamo quale sarà la loro sorte. Il nostro tessuto produttivo è caratterizzato da imprese di medio – piccole, questo sarà un grosso problema al momento dello sblocco dei licenziamenti.

Perché?

La ripartenza del commercio e del turismo nelle città d’arte e nei borghi sarà importante se cambierà nel senso della qualità – basta il mordi e fuggi che consuma più di quanto lascia -, ma la toscana non potrà fare a meno dalla manifattura Qui sono nati importanti distretti produttivi. La moda e il tessile di Prato, la carta a Lucca e l’oro ad Arezzo. E’ necessario che anche le istituzioni aiutino a ripensare i distretti che in questo momento sono composti da tante piccole e piccolissime aziende. Questo sistema imprenditoriale, troppo frammentato, non è in grado di rispondere alle sfide del presente e del futuro, primo tra tutti quello dell’ambiente.

Cosa serve per affrontare queste nuove sfide?

Bisogna riqualificare le imprese e le loro produzioni per renderle sostenibili con l’ambiente e bisogna riqualificare i lavoratori. Avremo bisogno di professionalità diverse. In Toscana i temi dell’ambiente, del dissesto idrogeologico e della manutenzione delle aree boschive sono già all’ordine del giorno, sicuramente saranno fonte di nuova occupazione e di nuove professionalità. Per questo la regione deve dare risposte univoche, di sistema, che coinvolgano tutti i territori per evitare che ancora una volta si crei una Toscana a due velocità.

Che ruolo devono avere le istituzioni?

Già nel 2019 avevamo sottoscritto un Patto per lo sviluppo che includeva il tema delle infrastrutture, materiali e immateriali, dell’economia circolare e della digitalizzaione. L’area della costa è da sempre svantaggiata. Anche se da più di cinquant’anni parliamo della necessità della strada Tirrenica questa non è ancora stata realizzata e ovviamente la mancanza di quest’opera allontana gli investimenti. Dunque questo patto deve essere immediatamente ripreso e rafforzato.  Poi ci sono anche altre criticità nella nostra regione, mi riferisco alla questione demografica, tecnologica e ambientale. Ci sono ampie aree interne,  popolate prevalentemente da anziani e con servizi sempre più carenti che stanno soffrendo molto. Proponiamo alla regione di trasformare quelle aree interne in territori di sviluppo, contro lo spopolamento. Vogliamo far nascere filiere produttive che riattivino quelle aree così da farle diventare attrattive per i turisti che comprano i prodotti tipici, ma anche per i giovani lavoratori che avevano lasciato quelle aree. Chiederemo alla regione Toscana che si faccia garante di progetti che rilanciano una crescita in ambito sociale, di servizi e per il lavoro. Sono aree fragili ma hanno enormi potenzialità produttive. Pensiamo ad esempio al ruolo che la filiera del legno potrebbe svolgere per il territorio amiatino.

Per l’area di Piombino cosa è necessario fare?

Purtroppo Piombino è in crisi ormai da anni. Basti pensare che già nel 2014 avevamo deciso di tenere lì il nostro congresso per accendere i riflettori su un territorio già in difficoltà. Il paese deve dotarsi di una nuova politica industriale che individui e sostenga le produzioni strategiche e l’acciaio lo è, nessuno mi auguro voglia dipendere dall’estero per il nostro fabbisogno. La pandemia dovrebbe averci insegnato che aver dismesso la produzione di mascherine, è solo un esempio eclatante, ci ha messo in una condizione molto grave ad inizio Covid. A Piombino c’è anche una questione ambientale, le bonifiche da fare il più rapidamente possibile siano occasione di riqualificazione del territorio e occasione di lavoro. Su Piombino e sull’indotto serve subito una scelta chiara del Governo, il tempo è scaduto.

Un tema tristemente all’ordine del giorno è quello della sicurezza sul lavoro. Dove si deve intervenire?

Serve con urgenza una cultura della sicurezza. Non possiamo continuare a pensare che la sicurezza sia un costo invece che un investimento sul futuro. È necessario attuare una formazione per tutti i lavoratori, costante, universale e continua. Pensiamo che la cultura della sicurezza possa partire dalle scuole: creare una cultura del lavoro per costruire un futuro più sicuro per tutti. In più dobbiamo moltiplicare gli investimenti nella ricerca, un maggior livello di sicurezza passa sicuramente anche da una tecnologia più avanzata. Ultimo non ultimo vanno fatte assunzioni nel sistema dei controlli e che le ispezioni siano tassative: le aziende inadempienti devono pagare, non possiamo accettare che i lavoratori non tornino a casa dopo un turno di lavoro. Non si può lavorare per morire.

Molti imprenditori dichiarano di non trovare personale a causa dei troppi sussidi erogati in Italia, è veramente il reddito di cittadinanza il colpevole?

Anche in Toscana ci sono imprenditori che dichiarano di non trovare il personale ma non si può dire che la colpa sia del reddito di cittadinanza. Con la crisi dirompente del turismo molti lavoratori del comparto, nell’incertezza totale, si sono orientati in altri settori. Ma la domanda c’è ancora, il problema è tutta sul lato dell’offerta. Non si possono offrire 600 euro mese netti – e ci mancherebbe che fossero pure lordi – per 12 ore di lavoro al giorno. Si assuma applicando i contratti nazionali del settore e i lavoratori arriveranno.Se ne è molto scritto e parlato, ma vale la pena ricordare che alla Sammontana per 350 assunzioni stagionali sono arrivate 2.500 domande. La verità è che il reddito di cittadinanza, anche in Toscana, ha tolto dalla povertà assoluta molte persone nei mesi più difficili della pandemia.

Riguardo al Pnrr, quali sono i progetti della regione Toscana?

Nel Pnrr ci sono i progetti per la Fano-Grosseto e la Darsena Europa a Livorno. Una grande assente è la strada Tirrenica. In più vogliamo che la Toscana punti sulle aree interne e sulle infrastrutture digitali, solo con un collegamento internet uguale ovunque avranno tutti le stesse possibilità. La Cgil chiede più attenzione sui giovani e le donne, che sicuramente dal punto di vista sociale sono stati i più colpiti dalla pandemia. È necessario trasformare gli obiettivi trasversali a tutte le missioni in obiettivi concreti. Questa è una fase importante, abbiamo la possibilità di ridisegnare il Paese. Anche le istituzioni devono cambiare modello rispetto a quello prepandemico, tornare al prima  non solo è insufficiente, è sbagliato. Il futuro del Paese deve avere al suo centro il lavoro di qualità. Dobbiamo ridiscutere tutti gli elementi che danno precarietà alla vita dei lavoratori, non possiamo dimenticarci di nessuno. Ci siamo accorti da un giorno all’altro dell’importanza di medici, infermieri, ma anche di chi sta alla cassa  della grande distribuzione.

Cosa pensa dell’attuale governo e dell’interlocuzione che ha con i sindacati?

Anche se viene dal mondo della finanza l’autorevolezza del Presidente del Consiglio è indiscutibile. Nella maggioranza ci sono politici distanti dalle nostre posizioni. In alcuni ambiti l’esecutivo si è comportato correttamente, su altri, come il lavoro, riscontriamo qualche criticità. Sugli appalti, una parte della maggioranza era indirizzata verso il massimo ribasso. Grazie alla mobilitazione il governo ha cambiato idea e questo ci dice che dobbiamo essere sempre pronti e vigili. Complessivamente il nostro giudizio non è positivo, come sindacato faremo la nostra parte e lavoreremo per le riforme che servono al Paese, prime tra tutte quella delle pensioni, degli ammortizzatori sociali, della sicurezza e del fisco.

Eleonora Terrosi

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