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Home - Approfondimenti - Interviste - Fabris, la guerra in Ucraina ha messo in crisi i modelli economici e culturali tradizionali

Fabris, la guerra in Ucraina ha messo in crisi i modelli economici e culturali tradizionali

di Tommaso Nutarelli
20 Maggio 2022
in Interviste
Il gioco dello “scaricabarile”

Lo scoppio della guerra in Ucraina ha messo in crisi molte categorie sociali e culturali attraverso le quali eravamo soliti leggere la realtà. Sembra aver posto un freno alla globalizzazione e riproposto nel cuore della vecchia Europa un confronto armato tradizionale al quale non eravamo più abituati. Anche il mondo del lavoro, provato dalla pandemia non ancora superata, ne sta risentendo. Ne abbiamo parlato con il professor Adriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa, dove dirige anche il C.I.Co., il Centro Interdisciplinare di ricerche e di servizi sulla Comunicazione. 

Professor Fabris che cosa sta emergendo dal conflitto ucraino?

La guerra in Ucraina è intervenuta in un contesto, come quello europeo, disabituato ai conflitti e orientato a ricomporre le tensioni in modo diverso. Una guerra combattuta tradizionalmente nella quale, da una parte, abbiamo Putin che sta riproponendo un modello imperialista zarista, tipico dell’Ottocento, e, dall’altra, un’Europa caratterizzata da divisioni e interessi particolari dei singoli paesi. Mentre, dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti sono passati dall’essere il poliziotto del mondo all’America First di Trump. È chiaro che sono due vie non più percorribili, che hanno fallito. Serve dunque una terza via.

La guerra sta ponendo fine alla globalizzazione?

Ritengo che sia più corretto parlare di globalizzazioni, al plurale, perché non ne esiste solo una. È chiaro che il conflitto ucraino ha posto un serio freno alla globalizzazione economica. La dipendenza di molti paesi dal gas e dal petrolio russo ne era un segnale forte. In questo momento la minaccia di Putin di tagliare le fonti energetiche ai paesi considerati ostili funziona come un’arma ma è anche motivo di ulteriore isolamento della Russia, così come le sanzioni di Europa e Usa sono sì un modo per combattere il regime putiniano ma anche un motivo di debolezza e incertezza per le economie occidentali. Bisogna dunque ripensare una nuova globalizzazione economica ma anche culturale. La decisione di mettere al bando i capolavori della cultura russa è stupida.

Secondo lei l’Europa sta agendo correttamente?

Credo che l’Europa si stia muovendo abbastanza bene dal punto di vista istituzionale. Ha mostrato un atteggiamento fortemente unitario, almeno all’inizio della guerra, ma non mancano gli elementi di debolezza, come il fatto di non avere una politica estera e difensiva comune. L’Europa non è gli Stati Uniti d’Europa, e questo si traduce in una difficoltà nel coniugare una politica coesa con gli interessi specifici. Basti vedere come sull’embargo al petrolio russo ci sia stata la prima sfaldatura del fronte europeo per le reticenze ad esempio dell’Ungheria di Orban, che ha delle difficoltà oggettive nel rinunciare a questa fonte energetica. Inoltre il principio dell’unanimità e quindi il potere di veto mette sullo stesso piano paesi che hanno un peso politico diverso, con il risultato che le decisioni sono sottoposte a negoziati infiniti quando, invece, a volte servirebbe un tempismo maggiore.

La Nato, gli Stati Uniti e l’Europa hanno delle responsabilità se alla fine è prevalsa la via dello scontro armato?

Quando c’è un conflitto le responsabilità non sono mai di una sola parte, magari con percentuali diverse. Ma quando da una situazione di tensione si decide di passare al conflitto, la responsabilità pende solo su una parte. Ci sono state le possibilità per di evitare lo scontro armato, ma non sono state colte da Putin.

Nell’attuale contrapposizione tra Stati Uniti e Russia si possono leggere dei richiami al periodo della guerra fredda?

Stiamo vivendo una situazione che, in parte, sembra richiamare il secolo passato se non addirittura l’800. C’è una riaffermazione dello stato nazionale sovranista, e ci troviamo davanti a due blocchi contrapposti guidati da Usa e Russia. È vero che la storia è maestra di vita nel riproporre, attraverso i modelli del passato, una chiave di lettura del presente, ma oggi ci sono condizioni diverse, e non sempre vale la legge dei ricorsi storici. La Russia di Putin è distante dall’Urss della guerra fredda che propugnava la diffusione mondiale del comunismo, il che poteva avere anche un significato ideale. L’interesse di Putin, invece, è soprattutto quello di allargare la propria sfera d’influenza su alcuni territori, affermando un’ideologia imperialista, che esalta il nazionalismo russo. Allo stesso modo gli Stati Uniti non sono più quelli della guerra in Vietnam o della crisi missilistica a Cuba. Anche un certo antiamericanismo, figlio di una cultura di sinistra, non è più uno strumento idoneo per decifrare l’attuale situazione.

Una parte dell’opinione pubblica sovrappone la resistenza ucraina a quella dei partigiani contro i fascisti e i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. È un paragone che può reggere?

Paradossalmente c’è un richiamo ai valori della resistenza da entrambi le parti. L’operazione speciale, come la chiama Putin, è stata avviata secondo la narrazione russa ufficiale per denazificare l’Ucraina. In Ucraina, dal canto loro, danno del nazista a Putin e cantano Bella Ciao, perché, anche loro, svegliandosi la mattina del 24 febbraio scorso hanno trovato l’invasore. Ci sono evidentemente delle differenze tra la resistenza partigiana contro il nazifascismo e lo scontro tra gli ucraini e i russi. Oggi si stanno fronteggiando due eserciti regolari. Non era così per i partigiani.

Si parla di un occidente contrapposto alla Russia. Ma esiste un’entità omogenea, dal punto di vista economico, sociale e culturale, che possiamo chiamare “occidente”?

L’occidente è una metafora. È la terra dove tramonta il sole. Bisogna capire i significati di questa metafora. Il primo è identificabile con un certo modello economico e culturale veicolato dalla globalizzazione, che in parte ha annullato la distinzione tra est e ovest. Il Giappone, pur essendo in oriente, è perfettamente integrato in questo modello. Il secondo circoscrive l’occidente all’Europa e alle Americhe. Ma anche qui siamo di fronte a un’entità eterogenea, perché ci sono profonde divergenze nell’impostazione culturale e sociale tra le due sponde dell’Atlantico. Il problema è che manca un modello culturale e sociale prettamente europeo.

Che peso sta avendo in questo conflitto la propaganda?

Se, come abbiamo sin qui detto, siamo davanti a una guerra tradizionale, che vede carri armati invadere città e paesi, con drammatiche sofferenze per la popolazione civile, è anche vero che l’uso dei social per promuovere, da entrambi gli schieramenti, la propria narrazione del conflitto è un fatto del tutto nuovo. La straordinaria resistenza dimostrata sin qui dall’Ucraina, oltre a risiedere nella tenacia del suo popolo e nell’invio delle armi da parte di Stati Uniti e Europa, è dovuta anche al forte consenso che è riuscita a creare intorno a sé in quei paesi dove ci sono dei mezzi di informazione liberi. Il presidente Zelensky, al quale va riconosciuto coraggio e determinazione, è l’uomo giusto al momento giusto. Si può dire che ci voleva un attore per ricoprire il ruolo che ha attualmente. Non dimentichiamo che parte dei ghost writer che scrivono i discorsi con i quali ha parlato ai leader di tutto il mondo sono gli stessi autori di Servant of the People, la serie televisiva che ha reso famoso l’attuale presidente ucraino. Dal canto suo Putin usa la propaganda e controlla i media nazionali da molto tempo. Non è più un mistero che le fake news diffuse dai russi abbiano influenzato la Brexit e l’elezione di Trump.

Che tipo di informazione stanno veicolando i talk show? Secondo lei è giusto dare spazio a giornalisti russi allineati alla narrazione di Putin?

In molti talk show che vanno in onda oggi l’informazione è diventata spettacolo, e si punta più alla narrazione che a all’analisi dei fatti. Bisogna capire che tipo di comunicazione si vuole veicolare, se essa è finalizzata a per persuadere l’ascoltatore o, invece, a studiare i fatti e arrivare a un’approssimazione della verità. Questo, purtroppo, non succede per lo più nei talk, neanche da parte dei cosiddetti esperti, analisti di guerra e generali, che hanno sostituito i virologi dell’epoca della pandemia. Sull’opportunità di invitare i giornalisti russi non credo che ci siano problemi, l’importante è non concedere loro di fare propaganda.

Secondo lei i filosofi stanno espletando nel modo giusto il loro compito nello spiegarci la complessità che ci circonda?

I filosofi dovrebbero essere portatori di un discorso che mira all’elaborazione di un pensiero critico, che sproni le persone a ragionare sulla complessità che ci circonda, a non cadere nella rete di facili semplificazioni. Un tipo di discorso molto spesso sentito lontano dalla quotidianità, non immediatamente applicabile. Nel momento in cui i filosofi vanno nei talk rischiano di piegarsi alla comunicazione spettacolo, venendo meno al loro compito.

Il linguaggio che usano la Russia e il blocco occidentale per parlarsi è propedeutico a un avvio serio della diplomazia?

La narrazione che le due parti stanno facendo l’una dell’altra sicuramente non aiuta il negoziato. Anzi direi che al momento non sembrano esserci spiragli. È anche vero che per arrivare a una vera trattativa Putin dovrebbe fare retromarcia su molte decisioni prese in questi mesi, e questo non sembra essere uno scenario realizzabile.

Oggi chi professa le ragioni della pace viene accusato di rincorrere un desiderio banale, perché tutti noi dovremmo volere la pace. Secondo lei il pacifismo è un valore che va oltre questo ovvio bisogno?

Per ogni persona di buona volontà la pace è lo scopo. Ma dobbiamo capire come arrivarci. Nel momento in cui una delle due parti rompe l’equilibro, non cerca una composizione alla tensione con il dialogo ma sceglie l’aggressione, allora è giusto combattere per ristabilire la pace. Se si sceglie di combattere, lo si deve fare per ricostituire una dimensione di giustizia che è venuta meno. Ma il fine non deve essere quello di alimentare una guerra permanente magari per vendere più armi.

I continui appelli alla pace di Papa Francesco sono stati sottoposti a quella che si potrebbe definire una censura da parte dei giornali. Come se lo spiega?

Effettivamente le parole di Papa Francesco sono state oggetto di una piccola censura da parte dei mezzi di informazione. Il motivo è da ricercare nel forte ridimensionamento della voce cattolica all’interno dell’opinione pubblica, anche per un profondo processo di ricambio che sta vivendo in questo momento la Conferenza episcopale italiana.

In che modo il mondo del lavoro sta cambiando prima con la pandemia e ora con la guerra?

Prima la pandemia, che ancora non è superata – basti vedere i lockdown in Cina che stanno bloccando la produzione di prodotti e tecnologie che tutti noi usiamo – poi la guerra si sono abbattute come una tempesta perfetta sull’economia e il lavoro, innescando profonde trasformazioni. Molte delle nostre relazioni, anche nel contesto lavorativo, si sono tecnologizzate: penso allo smart working, anche se ora assistiamo, in parte, a un suo arretramento. C’è poi il fenomeno delle dimissioni volontarie, che esprime un cambio di paradigma valoriale. Le persone guardano unicamente all’oggi, al presente, senza nessuna attenzione e pianificazione per il futuro, che appare come un qualcosa di sfuggente e precario. Un tipo di mentalità riassumibile nella frase: si vive una volta sola. Un’impostazione che se sul piano personale è legittima, non è condivisibile se perseguita dalla politica o dai corpi sociali.

Crede che la politica abbia una visione lunga del paese?

Molte forze politiche guardano unicamente alle elezioni, non hanno nessuna responsabilità per il momento di crisi e incertezza che stiamo vivendo. Il problema è una politica incentrata solo sul presente, che non ha un vero progetto, una prospettiva di ampio respiro per il paese.

Le parti sociali come si stanno comportando in questa difficile congiuntura?

Le parti sociali, e mi riferisco tanto ai sindacati quanto alla dimensione datoriale, oscillano tra una mentalità legata al passato e la consapevolezza che sono necessari nuovi modelli per guardare al futuro. Vi sono spesso irrigidimenti, dovuti a logiche vecchie, a partire dalle quali esse non sempre sono in grado di capire le trasformazioni che sono in atto. Ma non mancano fortunatamente le intelligenze e le sensibilità per cercare nuove risposte e nuovi equilibri. È proprio da queste energie che dovrebbe venire la spinta per un nuovo patto sociale.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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