Alessandro Riello, patron della Aermec, azienda leader nel settore della climatizzazione: l’anno è appena iniziato, dunque è il momento migliore per tirare le somme del 2025 e gettare uno sguardo sul 2026. Il quadro politico ed economico, nazionale e internazionale, sembra tutt’altro che rassicurante. Lei come la vede?
Il 2025 è stato sicuramente un anno difficile. Un anno in cui le complesse situazioni geopolitiche hanno provocato, di riflesso, tensioni su tutto il sistema economico del pianeta: dalle guerre dichiarate e non, all’introduzione dei dazi USA, fino alle situazioni di stress industriali causate dalle direttive europee. Direttive che, personalmente, ritengo al limite della comprensione umana: tanto radicali quanto stravaganti, imponendo cambiamenti nelle applicazioni e nelle tecnologie e creando inevitabili difficoltà sui nostri abituali mercati a cui ci rivolgiamo.
Dunque un periodo di grandi incertezze per chi fa impresa.
Di incertezze certamente, ma senza eccessivo pessimismo. Per esempio, per quanto riguarda la nostra azienda, il 2025 è partito con passo rallentato ma strada facendo ha recuperato vigore. A conti fatti abbiamo chiuso un anno complessivamente buono, pur operando in un contesto di mercati molto diverso da quello a cui eravamo abituati.
Cioè?
Mi riferisco in particolare al quadro economico europeo: Germania e Francia, i paesi virtuosi, le tradizionali locomotive, si trovano in situazioni di grave affanno, mentre Spagna e Italia, a sorpresa, sono i paesi che più crescono. In particolare l’Italia, nonostante tutto, risulta essere uno dei pochi paesi che ha saputo registrare una crescita positiva, anche se contenuta. Naturalmente i settori più coinvolti con l’industria tedesca, in particolare la componentistica per l’automotive, soffrono delle difficolta della Germania. Ma nel complesso l’Italia tiene bene.
Lei come se lo spiega che il nostro paese, da sempre considerato debole, adesso sembra sia la stella d’Europa?
Ci sono, secondo me, tre motivi di base. Il primo è, diciamo cosi, un fattore psicologico: noi italiani tendiamo a manifestare disistima di noi stessi, mentre altri brillano per una autostima talvolta immeritata e ingiustificata. Il secondo motivo è economico, e sta nel modello industriale italiano che, a differenza di quasi tutti i nostri paesi concorrenti, fonda la propria caratteristica sul tessuto delle piccole e medie imprese, differendo dai molti che fondano la loro struttura sulle grandi public company. Qui sta la nostra grande diversità: perché la piccola e media impresa italiana, proprio per questa sua caratteristica, è dotata di una capacità di reazione molto più alta rispetto alle grandi public company e multinazionali. Anche se non è più vero, come si diceva in passato, che “piccolo è bello”, sta di fatto che gli imprenditori italiani hanno saputo evolvere, coniugando le caratteristiche della dinamicità del piccolo con la complessità della crescita.
E il terzo motivo?
Il terzo elemento che ci ha aiutato, e non poco, è quello politico, e mi riferisco alla continuità di Governo. Anche se talvolta si scade in un clima di confronto becero, si sta continuando in una legislatura tra le più lunghe che si ricordino, e che personalmente mi auguro continui. È questa immagine di stabilità che ci fa apparire nei confronti degli investitori stranieri un paese appetibile, dove collocare capitali anche destinati alla nostra crescita industriale. Oggi l’Italia a livello internazionale gode di stima e apprezzamento, e questo ci aiuta anche nel fare impresa.
A proposito d’impresa, quali sono, per lei come imprenditore, gli ostacoli che attualmente più le pesano?
Direi senz’altro i prezzi di alcune materie prime di base, che segnano aumenti non giustificati. Le faccio due esempi non scontati: nella nostra azienda usiamo molto rame, circa 300 tonnellate al mese, e in parte l’argento. Ebbene, il prezzo del rame lo scorso anno era di 8.600 dollari, poi in due settimane è salito improvvisamente a 15 mila, adesso oscilla sui diecimila. Quanto all’argento, è salito da 60 dollari l’oncia a 180 dollari. Queste impennate di costi ci portano ovviamente ad avere margini minori.
Non ha citato i dazi. Non ne avete risentito?
Non particolarmente, almeno non per il nostro settore. Più dei dazi, caso mai, ci preoccupa la svalutazione del dollaro, che ha perso il 15 per cento nei confronti dell’euro. E per chi si appresta a operare negli Usa, è in pratica un altro dazio. Peraltro, va detto che l’andamento dell’economia americana è al momento tutt’altro che brillante.
In sostanza, lei è ottimista anche per il 2026?
Il 2026 si presenta forse ancora più complesso dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle, e dovremo percorrerlo con prudenza e attenzione. Ma personalmente si, sono ottimista. Sono certo che, così come siamo riusciti a ottenere ottimi risultati nel corso delle Olimpiadi invernali, sapremo vincere anche una medaglia d’oro nella tenuta economica. A una condizione: e cioè aumentare quel livello di autostima che oggi non coincide con la nostra vera realtà.
Nunzia Penelope


























