Una crescita media del fatturato del 14,6%, rispetto a una media del 5,3%, un incremento più robusto dell’occupazione, livelli retributivi dei propri addetti superiori, con uno scarto che può arrivare anche a 3mila euro, e un grado di soddisfazione più elevato all’interno della realtà aziendale. Sono solo alcuni dei dati, presenti nella Ricerca Nazionale sulle Società Benefit condotta dada NATIVA, Intesa Sanpaolo, InfoCamere, che descrivono le società benefit rispetto a quelle che non lo sono.
Le società benefit, che l’Italia, primo paese al mondo, ha introdotto nel suo ordinamento giuridico nel 2016, sono imprese che, oltre al tradizionale scopo di lucro, integrano nel proprio statuto l’obbligo di generare un impatto positivo su società e ambiente. Oggi, a distanza di un decennio, si contano più di 6mila realtà nel nostro tessuto produttivo.
Un modello che non solo mostra la propria solidità economica e sociale, ma che rivela un ulteriore potenziale: quello delle benefit cities, in cui interi territori scelgono di diffondere il modello come strumento per generare valore condiviso attraverso la collaborazione tra imprese e istituzioni. È questo il passaggio emerso dall’evento “Benefit Cities: un modello di sviluppo sostenibile dei territori”, promosso dall’ Assessorato alle Attività Produttive, Pari Opportunità e Attrazione Investimenti di Roma Capitale e NATIVA, che ha messo al centro l’esempio di Roma.
“L’essere imprese benefit – ha spiegato il presidente di Assobenefit, Marco Morganti – non comporta nessun tipo di beneficio fiscale. Qualche tempo fa c’era un vantaggio nel Codice degli appalti, oggi scomparso. Dunque se un’azienda sceglie questa strada è perché vuole farlo. L’imprenditoria italiana – ha proseguito – ha sempre avuto nel suo dna un’attenzione alla dimensione sociale e non solo al profitto. Le imprese che scelgono di diventare benefit dovrebbero avere interesse nel fatto che anche la catena di fornitura adotti la stessa strada. Ma sarebbe positivo andare, sempre di più, verso distretti e territori di imprese benefit, capaci di integrarsi con il pubblico e offrire servizi alle comunità”.
Tornando all’esempio capitolino, negli ultimi due anni il programma Roma Impresa Comune ha costruito un ecosistema di imprese benefit molto dinamico. I dati raccontano che le società benefit attive, nel 2025, nella provincia di Roma sono 624, con un incremento del 30% negli ultimi due anni. Roma Impresa Comune ha coinvolto oltre 300 realtà e un terzo di queste sono state trasformate in imprese benefit.
Per quanto riguarda la tipologia di imprese aderenti al progetto il 60% si colloca nella galassia delle microimprese, con meno di 10 addetti, a certificare il fatto che sono proprio le realtà meno strutturate le più bisognose del sostegno delle politiche pubbliche, mentre il 12% sono startup o imprese in fase di costituzione, benefit “by design”. Tra i settori maggiormente rappresentati al primo posto ci sono i servizi, con il 56% delle attività, seguite da tecnologia (9%), infrastrutture (8%) e beni di consumo.
Il programma punta a un maggior coinvolgimento dei dipendenti e ad ampliare le opportunità di formazione. C’è poi il perseguimento delle certificazioni, come quella della parità di genere. Il passaggio da una impresa tradizione a una di tipo benefit comporta anche una serie di vantaggi. L’attenzione alla dimensione sociale, al territorio, al benessere individuale e collettivo rappresenta un fattore che può accrescere l’attrattività dell’azienda, soprattutto nei confronti dei giovani.
La sensibilizzazione nel non usare o a un uso inferiore delle materie vergini può trasformarsi in un ulteriore leva strategica attraverso l’abbattimento dei costi. L’iniziativa del Comune capitolino guarda, inoltre, alla creazione di progetti di educazione e coinvolgimento dei cittadini, alla collaborazione e alla creazione di una rete tra aziende partecipanti con aziende già certificate come benefit, alla cooperazione delle aziende private in progetti pubblici e, infine, la promozione del modello benefit negli ecosistemi delle aziende partecipanti.
“Le città sono oggi uno dei luoghi in cui si gioca la qualità dello sviluppo economico, sociale e ambientale dei prossimi anni. Roma ha scelto di non limitarsi a regolare i processi economici, ma di creare le condizioni perché l’innovazione si sviluppi, favorendo la collaborazione tra imprese, ricerca, territorio e società civile. Ovviamente non siamo noi a dire che strada devono prendere le imprese o quale sono gli obiettivi da conseguire, viste le peculiarità di ogni attività produttiva e le differenze tra settore e settore, ma possiamo creare le condizioni per offrire alle imprese terreno fertile”, ha dichiarato Monica Lucarelli, Assessora alle Attività Produttive, Pari Opportunità e Attrazione Investimenti di Roma Capitale.
Il modello romano diventa così un benchmark nazionale, al centro di un confronto con altre amministrazioni locali – da Milano a Cagliari – in una logica di scambio di buone pratiche e replicabilità. Una prospettiva confermata anche dal Presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, Gaetano Manfredi, che ha sottolineato il valore strategico della collaborazione tra pubblico e privato. “Solo da una grande alleanza tra azione pubblica e partecipazione privata – ha detto – si possono trovare le risorse per dare risposte concrete e fare in modo che il futuro sia più sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale. Le città sono le palestre reali di questa sfida.”























