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Home - La crisi dei corpi intermedi - Treu, nel naufragio delle certezze rischiano di affondare anche sindacati e imprese

Treu, nel naufragio delle certezze rischiano di affondare anche sindacati e imprese

12 Aprile 2013
in La crisi dei corpi intermedi

La crisi delle rappresentanze corre parallela tra partiti politici e parti sociali. Nessuno viene risparmiato, tutti rischiano di affondare nel naufragio che sta spazzando via storiche certezze e consolidati punti di riferimento. Il diario ne parla con Tiziano Treu, che da tempo studia il problema. Un problema, avverte, che riguarda sia il sindacato che la Confindustria e le altre associazioni di impresa; e se del primo si parla di piu’, e’ solo perche’ e’ soggetto quasi morboso di studio, a differenza del mondo imprenditoriale, piu’ chiuso allo sguardo esterno.

Intanto, c’e’ questo declino del sindacato, effettivamente? Ed e’ un problema solo nostro o mondiale?
E’ mondiale. Prima della crisi si sosteneva che in Italia, tutto sommato, la situazione era migliore che in altri paesi, ed effettivamente da noi la rappresentanza dei lavoratori regge: gli iscritti alle centrali sindacali non calano, anche se sempre piu’ sono limitati al lavoro tradizionale, i lavoratori stabili dell’industria manifatturiera e dell’edilizia, i vari settori del pubblico impiego, i pensionati. Restano fuori i giovani e le nuove tipologie di lavori. Un declino quindi non tanto anagrafico, quanto di appeal, non avendo avuto la capacita di parlare a quel mondo di lavoratori precari e parasubordinati, provvisti di qualificazione incerta e di ancor piu’ debole autonomia contrattuale sul mercato. Ma tutto sommato un declino contenuto, che consente al sindacato di conservare il proprio zoccolo duro sul quale contare anche per le risorse materiali e politiche.

Questo fino alla crisi. E dopo?
Dopo, e’ tutta un’altra storia. La crisi entra nel campo di gioco, e non e’ piu’ questione di partite Iva o non partite Iva. Il sindacato perde potere a vista d’occhio e d’altronde, come potrebbe essere diversamente? Manca la crescita, i posti di lavoro vengono falcidiati, il sindacato e’ costretto a svolgere il ruolo di pronto soccorso, a seppellire i morti del grande naufragio. E’ uno stravolgimento del contesto e del ruolo.

E gli imprenditori?
Sono rimasti un po’ sullo sfondo, ma oggi hanno un problema molto serio anche loro. C’e’ infatti una spinta fortissima al decentramento delle relazioni industriali, stiamo tornando ai contratti aziendali. Si difende ancora, in teoria, il contratto nazionale, ma in realta’ si fanno deroghe su deroghe. E come si potrebbe non farle? Di fronte al dilemma ‘’ne licenzio 500 oppure mi dai il demansionamento’’, ovvio che il demansionamento, alla fine, passa. Il rischio di una balcanizzazione e’ quindi molto vicino. Comunque delle imprese in realta’ si sa molto poco. A differenza del sindacato, che ama moltissimo farsi analizzare, alle imprese non piacciono i riflettori sul loro mondo interiore. Ma qualcosa comunque la si vede anche a occhio nudo. Per esempio, vediamo che in Italia, come in altri paesi europei, cresce la tendenza “Marchionne”.

Intende dire farsi i contratti su misura?
In Germania il 50% dei contratti e’ fatto al di fuori del perimetro della Confindustria tedesca. La quale, con assoluto pragmatismo, ha affermato che i suoi iscritti possono fare la contrattazione come meglio credono, purche’ continuino ad essere iscritti e a pagare la quota associativa. Sostengono i tedeschi che la contrattazione non e’ il loro core business. Non e’ vero, naturalmente: perche’ e’ sempre quella l’attivita’ cardine, quella che pesa sul piano politico e sociale. In Germania come in Italia.

E dunque, le strutture padronali sono piu’ in crisi dei sindacati?
Vivono una crisi piu’ grave. Al di la della Fiat ci sono vari tentativi, in parte riusciti, di gruppi di imprese che si attrezzano per farsi i loro contratti. Senza fare tanto baccano come Sergio Marchionne, ma con lo stesso obiettivo: mollare la rappresentanza di Confindustria e fare i propri contratti da soli. Sta accadendo all’auto, ma anche nel settore elettrico, nei servizi, in alcuni altri settori nuovi.

Quindi la nuova tendenza della rappresentanza e’ verso la frammentazione?
Verso la frammentazione in gruppi di pressione che rappresentano interessi sempre piu’ particolaristici. E questo preoccupa. Perche’ si sta perdendo la funzione piu’ nobile dei corpi intermedi come l’abbiamo sempre conosciuta, a favore di una sorta di lobbismo dove ognuno tira acqua al suo mulino, perdendo di vista il quadro dell’interesse comune.

Il sindacato come lo affronta?
L’elemento che risulta davvero incomprensibile e’ che a fronte di questa situazione i sindacati sono ancora divisi, come fossero mossi da uno spirito suicida. Inoltre, anche quelli che una volta erano portatori di nuove idee, come la Cisl, oggi sembrano spenti: litigano con la Cgil, ma senza costrutto. Insomma, la situazione e’ molto seria. E forse ha ragione chi sostiene che e’ una crisi ancora piu’ grave di quella che sta vivendo la politica.

D’altra parte, Beppe Grillo ha avvertito: in breve tempo saranno spazzati via tutti i corpi intermedi, partiti o sindacati che siano.
Purtroppo, al momento la percezione che si ha del sindacato e’ molto simile a quella dei partiti: poltrone, poteri. Ma occorre fare attenzione: perche’ in quella zona desertica che Grillo ha in mente, lasciata vuota dai corpi intermedi, crescono solo le dittature.

Sulla politica pesa il tema dei costi. Ma esiste un problema analogo, di trasparenza di bilanci, anche nelle rappresentanze?
Eh, direi. Quanto costa, e quanto spende, la Confidustria? E Rete Imprese Italia? Nessuno lo sa, nessuno lo chiede. Per ora, almeno. Ma soprattutto c’e’ il problema degli enti bilaterali: la parte più corposa del business, su cui ne sento di cotte e di crude. Topi nel formaggio, che si creano un mondo parallelo di poltrone e poltroncine. Ed e’ un fenomeno bipartisan, che coinvolge sindacati e imprese nello stesso modo.

Ma la sussidiarietà e’ stata una delle bandiere degli ultimi anni…
La sussidiarietà si, lo spreco no, l’intermediazione arbitraria nemmeno. Questi sono terreni nei quali il movimento di Beppe Grillo affonda la lama nel burro e di cui puo’ chiedere conto. Stesso discorso vale sulle quote di servizio: ci sono, ed e’ normale, ma in questo momento storico e’ come il discorso del finanziamento alla politica, e probabilmente andrebbe superato. Non voglio parlare di comitato d’affari, ma una degenerazione c’e’ indubbiamente stata. Occorre fare pulizia delle zone grigie, e occorre evitare che il valore dei corpi intermedi sia solo business, con sempre meno ideali e sempre meno innovazione.

Cosa dovrebbe fare il sindacato per salvarsi dal naufragio?
Non bastano innovazioni organizzative o motivazionali, occorre un riorientamento strategico degli obiettivi che faccia leva sulla crescita di domanda di tutela e diritti che attraversa il mondo del lavoro. Si tratta di allargare gli orizzonti dell’azione sindacale, ricorrere a risorse giuridico/istituzionali, ad alleanze con altre organizzazioni  sociali e politiche, rappresentative  di interessi diversi da quelli economici lavoristici, originati al di fuori dei luoghi  di lavoro e radicati in identità personali e sociali di razza, sesso, etnia, disabilità, orientamento sessuale. Ma non so se basti anche questo.

Ma da questa crisi, secondo lei, usciranno piu’ facilmente i partiti o le parti sociali? Ammesso che se ne esca, naturalmente.
Il sindacato e’ sempre cresciuto appoggiandosi, e a sua volta fornendo appoggio, ai partiti riformisti. Avrebbero ancora bisogno l’uno dell’altro. Ma la vedo dura, e sono molto incerto sul futuro: vorrei avere l’ottimismo della volonta’, ma temo prevalga il pessimismo della ragione.

Nunzia Penelope

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