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Home - Approfondimenti - Analisi - Un riformismo reale

Un riformismo reale

13 Luglio 2009
in Analisi

Gianni Baratta segretario confederale della Cisl

In un mondo dove negli ultimi mesi l’economia è crollata fino a far temere un crac dalle dimensioni di quello americano del 1929 tutti si interrogano su come il nuovo corso economico del mondo dovrebbe riordinarsi.
L’opinione prevalente è che una nuova specie di Bretton Woods dovrebbe ripercorrere quell’esperienza che dal dopoguerra all’inizio degli anni ’70 regolò gli scambi internazionali .
Non so quanto le lobbies economico finanziarie saranno disponibili a mettere in gioco una autonomia pressoché illimitata che nel corso degli ultimi trenta anni ha consentito una crescita economica quasi tutta basata sulla speculazione finanziaria e molto meno sull’economia reale. Ma credo che la riforma sia non più rinviabile, se vogliamo puntare a una società globale che abbia una vocazione in linea con la ultima enciclica del santo padre pubblicata nei giorni scorsi, la Caritas in Veritate, piuttosto che una società dove le differenze sociali nel mondo si acuiscano.
Per perseguire questi obbiettivi la società globale si deve permeare di un nuovo riformismo; tutti, compresa la nostra nazione, troppo spesso preda di una politica dove il bipolarismo ha le caratteristiche di uno scontro rusticano e dove le riforme vengono vissute come possibili vantaggi per chi governa e sconfitte per chi è all’opposizione, debbono rivedere le proprie posizioni.
Cos’ è oggi il riformismo? Chi sono i riformisti?
Praticamente tutta la classe politica che va da D’Alema a Berlusconi e Fini si definisce riformista.
Nel sindacato, se escludiamo l’ala più radicale della Cgil, praticamente tutti fanno riferimento a questa categoria.
Il riformismo è terminologia diffusa soprattutto nella cultura del socialismo moderato: quella revisione operata nel corpus dottrinale  del pensiero marxista, tesa  ad indicare il rifiuto di metodi violenti (come la rivoluzione) per abbattere i nemici di classe (i padroni ecc.) o interi sistemi politico-economici (come il capitalismo). Si identifica come un movimento che ha come obbiettivo il miglioramento della società con riforme/cambiamenti non violenti, democratici e graduali con un ruolo dello stato presente a garanzia del welfare.
A ben vedere questa accezione di riformismo si addice perfettamente al profilo di un sindacato moderno, democratico, pluralista, pragmatico e solidarista. Ma il sindacato italiano, pur avendo marciato per quasi sessant’anni sostanzialmente unito, non è tutto così. Ed oggi le differenze si manifestano in tutta la loro evidenza.
Solo tre esempi per evidenziare il tipo di approccio diverso nei maggiori sindacati in Italia.
1)Patto per L’Italia (col precedente governo Berlusconi): la Cgil non solo non firma, ma si avventura in scioperi e manifestazioni di singola organizzazione.
2) Accordo sul Welfare (23 luglio 2007): la Cgil firma (giustamente) un’intesa che ha come riferimento il governo Prodi, col quale quella organizzazione aveva sottoscritto una sorta di patto di legislatura: ampia delega al governo anche sul sociale e stop al conflitto.
3) Accordo per la riforma degli assetti contrattuali (gennaio 2009): la Cgil non firma (c’è di nuovo un governo Berlusconi) e di nuovo va agli scioperi e manifestazioni di singola organizzazione.
A ben vedere si tratta di accordi sicuramente diversi, ma che hanno come comune denominatore la definizione di un quadro complessivo che mette insieme tutele sociali per i lavoratori, competitività per le imprese e modernizzazione delle strutture del paese. In una parola: accordi di segno riformista. Ma la Cgil per essere riformista ha bisogno di un certo quadro politico, ha bisogno del “governo amico”.
La Cisl
 – proprio perché ispira la propria azione basandosi sul merito delle cose e orientandosi sempre verso una direzione capace di cogliere i risultati a prescindere dalle convenienze che il quadro politico consiglierebbe o meno – non ha bisogno di etichette di cui fregiarsi. La nostra adesione agli accordi prescinde dal tipo di governo e di quadro politico esistente. Verso nessun governo c’è mai delega in bianco o sfiducia a priori. Il merito delle questioni ci guida costantemente e non solo nell’iniziativa a livello macro, ma in tutta la nostra sfera d’azione e in particolare nella contrattazione, sia essa, nazionale, territoriale o aziendale.
Se questa è un’azione che nei modi può risultare riformatrice noi lo siamo.
La contrattazione, mestiere principale del sindacato, aveva da tempo bisogno di un ammodernamento per adeguarsi al mutato contesto. La Cisl ha perseguito questo obiettivo con costanza e determinazione, proponendo una piattaforma unitaria, tirandosi dietro la Cgil per aprire il confronto sulla riforma del modello contrattuale quando c’era il governo Prodi e perdendola quando lo stesso confronto (con gli stessi problemi) si doveva portare avanti e chiudere col governo Berlusconi.
La contrattazione  dipinge ancor meglio la vocazione e l’approccio riformista, per come ne vengono elaborate le linee portanti, per come viene condotta e per l’atteggiamento che si tiene verso i propri rappresentati e verso le controparti.
Noi non siamo a priori contro nessuno. La nostra azione rivendica, ma propone al contempo delle soluzioni. Le imprese non sono né nemici da abbattere, né diligenze da assaltare. L’impresa è una realtà economica e sociale con cui confrontarsi e da cui trarre opportunità di sviluppo e di benessere diffuso. La competitività la consideriamo un problema comune, da perseguire con azioni congiunte. Non pensiamo che il salario legato ad obiettivi condivisi sia un abbandono delle garanzie, ma un’opportunità per valorizzare il lavoro, migliorando l’impresa e le condizioni economiche dei lavoratori. Non siamo ammalati di statalismo, né di antistatalismo. Non abbiamo esitato a far nostra l’esigenza di ammodernare la pubblica amministrazione finalizzando a questo obiettivo una proposta politica complessiva ed una linea di politica contrattuale dedicata. Ci siamo sforzati, all’interno del sindacato italiano e di quello europeo, di portare avanti una linea di sindacato partecipativo e contrattualista, capace di far nascere un sistema di relazioni industriali europeo e internazionale in grado di confrontarsi con l’internazionalizzazione dell’economia e delle imprese. Ma alla base di tutto questo, per potersi definire riformisti  c’è un requisito fondamentale: l’etica, la cultura, la prassi, l’esercizio ed il coraggio della responsabilità. Assumersi la responsabilità di proposte e di scelte che possono essere difficili, magari impopolari, ma necessarie e che se non vengono fatte lasciano ad altri la possibilità di farle (anche al nostro posto) lasciando a noi solo la “libertà” di protestare.
Il gradualismo, anche la parzialità dei risultati, in luogo “del tutto e subito” (che si traduce spesso “nel niente e mai”) sono caratteristici del riformismo e della contrattazione stessa, che è riformista per sua natura. La stessa concertazione, massima espressione di un modello a matrice riformista, ha generato la bilateralità. Oggi parlare di bilateralità significa trasferire da un esercizio contrattuale un sistema di servizi in un contenitore che gestisce congiuntamente tra le parti formazione, sanità integrativa, previdenza complementare, iniziative di sostegno al reddito, modelli di outplacement, gestione dinamica del mercato del lavoro, con procedure e sistemi esenti da tentazioni antagonistiche perché orientate ad una gestione congiunta e neutralizzata da azioni conflittuali.
Ma non è forse questo un modello di riformismo di qualità? E perché la Cgil recalcitra? Forse perché tale pratica stempera il modello di sindacato antagonista tanto caro a molti ambienti massimalisti esistenti ancora in quella confederazione e nell’ attuale sinistra politica radicale? O forse perché essendo un modello neutrale sfugge alle regole variabili dell’atteggiamento sindacale per cui ci sono due strategie: quelle da attuare con i governi amici e quelle contro i governi politicamente alternativi? Noi non riconosciamo ne accettiamo questa prassi: il nostro modello sindacale è intrinsecamente orientato a una azione tutta giocata sul merito e sugli interessi di chi rappresentiamo, riconoscendo alle nostre controparti analogo diritto.
Il riformismo è figlio sempre del momento storico in cui si evidenzia. Oggi la crisi globale richiede capacità di sintesi e non velleitarismi, concertazione e non antagonismo, collaborazione e non boicottaggio, in una parola responsabilità.
Questo è il sindacato che vorrei dilagasse in Italia e nel mondo, questa è l’aspirazione che penso ogni uomo e donna impegnati nel sociale dovrebbero avere come modello e rotta da seguire.

Questa, pensiamo, sia la natura della Cisl, dal suo nascere (anzi nelle ragioni stesse della sua nascita) ad oggi, attraverso i cambiamenti profondi e la necessità di adeguamento continuo che hanno caratterizzato la nostra storia.

(Tutti gli interventi nella rubrica Opinioni)

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