Pier Paolo Baretta, deputato Pd
La crisi della socialdemocrazia, materializzatasi anche nel recente voto europeo, è ben più di un fenomeno elettorale. E’ la crisi di un sistema politico e sociale, di una visione del mondo. Non sempre questa crisi deriva da fallimenti. Per quel che riguarda il prolungarsi della identità di classe e di una visione economica prevalentemente statalista e garantista, nonostante la fine del taylorismo, la caduta del muro e l’affermarsi della globalizzazione, certamente sì. Per quanto riguarda, invece, i sistemi di protezione sociale, di welfare in generale, essa è il prodotto del successo, del raggiunto scopo sociale.
Conviene partire da qui per discutere del sindacato del futuro. Per l’evidente collegamento che c’è con la vicenda storica del movimento operaio, anche se, nel caso del sindacato, diversamente dalla socialdemocrazia, sconfitte e successi non costituiscono una condanna a morte, ma nemmeno una polizza di assicurazione rispetto ai cambiamenti.
La complessità e la importanza della questione sindacale è inconfutabile nella costruzione della società contemporanea. Ciò è evidente quando il sindacato ha definito, negoziando, il prezzo e le condizioni del lavoro; sia quando è diventato un partner dello Stato nella erogazione di servizi (dalle pensioni all’assistenza fiscale); sia quando ha subito sonore sconfitte (storiche quelle inferte da Regan e Tatcher).
Tuttavia proprio queste sconfitte dimostrano la relazione stringente che c’è tra la capacità di rinnovarsi e la possibilità di continuare a sopravvivere e ad affermare nuovi successi.
In quest’ottica, la questione che il sindacato del futuro deve saper affrontare ora, non…nel futuro, è del tutto simile a quella che ha scandito la sua nascita: il rapporto con la modernità! Con quel complesso, cioè, di eventi tecnologici e sociologici che modificano la vita di milioni di persone, aprono nuove sfide, nuove “alienazioni” e nuove emancipazioni. Un mondo che cambia, insomma. Si tratta, è evidente, di una situazione sconvolgente ed è comprensibile la tentazione a difendersi, a chiudersi in ciò che ha assicurato quel poco o tanto di benessere conquistato. E’ quanto sta avvenendo in questo frangente storico.
Si capisce, dunque, perché ho iniziato riferendomi alla crisi della socialdemocrazia. Infatti, qual’é il punto non risolto dall’esperienza socialdemocratica se non il rapporto con la modernità? Ma, non è forse questo anche il nodo che ha attraversato per tutto il ‘900 la esperienza del mondo cattolico, attorno alla scoperta di quella che, con una felice espressione, piena di pathos, è stata definita “la questione sociale”? E non sono proprio queste due le matrici del movimento operaio e delle sue associazioni?
Come superare questi confini, lasciarci alle spalle il glorioso ‘900 senza buttare via il patrimonio accumulato, ma reinvestendolo proficuamente in nuove imprese?
I conti con la modernità, di cui ho parlato, non sono un problema solo sindacale. Le imprese post fordiste si trovano in mezzo al guado e la crisi attuale rende drammatico questo passaggio di fase. Una analisi più approfondita sul sistema produttivo e sugli imprenditori è necessaria, perché è impossibile capire bene gli uni senza gli altri.
Per quanto riguarda il sindacato, fare i conti con la modernità comporta affrontare almeno quattro grandi questioni.
La prima. La crisi delle ideologie ha lasciato un vuoto che i valori classici di equità e solidarietà non hanno colmato. Da un lato perché questi valori sono stati, per lungo tempo, confusi con la ideologia, dall’altro perché essi si sono scontrati, e spesso hanno perso, con la trasformazione finanziaria dell’economia. Di fronte ai grandi cambiamenti è sfumato il senso applicato di questi valori. E’ necessario ridare un significato post ideologico al sistema di valori. In tal senso il sindacato deve ridefinire ed offrire una nuova idea di società, una visione economico sociale complessiva che dia un respiro coraggioso alla propria azione. La capacità storica del miglior sindacalismo è stata quella di rappresentare gli interessi quotidiani, materiali, concreti delle persone, ma di inquadrarli in una prospettiva di società, sottraendoli al rischio del corporativismo. Al contempo questo equilibrio, mai statico, tra interessi e valori, ha consentito di favorire una crescita culturale collettiva portando, in molti casi, il “quarto stato” ad una percezione di dignità che ha contribuito a far crescere la stessa democrazia.
Se le ideologie che hanno fatto da contenitore a queste istanze appaiono come (absit iniuria…) l’acqua sporca, il circolo virtuoso valori/interessi è come il bambino da conservare e far crescere in buona salute.
La seconda. Per le note ragioni che attengono al contesto industriale delle origini il sindacato è nato protezionista e nazionalista. Questa tendenza si è molto radicalizzata ed ancor oggi uno dei più grandi sindacati del mondo, l’Alf Cio americana, non nasconde questa impostazione. Tutto il dibattito sulle ristrutturazioni e localizzazioni d’impresa, sui diritti e le tutele è segnato dalla contraddizione tra tutela locale ed espansione sovrannazionale. Basta ricordare l’episodio recente dei lavoratori inglesi versus gli italiani, episodio non isolato ormai, per comprendere la urgenza per il sindacato di darsi nuovi parametri che superino la logica dei confini geografici.
La terza. La cultura sindacale e la pratica contrattuale sono fondate sulla dimensione collettiva dei problemi, delle rivendicazioni e delle soluzioni. Ciò ha comportato e tutt’ora comporta una semplificazione dei contenuti, aggregati per macrocategorie concettuali ormai logore (l’orario di lavoro rigido; l’inquadramento professionale uguale per troppe fasce di lavoro; la distribuzione salariale piatta….). La condizione moderna del lavoro sta aumentando lo spazio ed il ruolo della dimensione individuale, non solo per le partite Iva, ma anche dentro la condizione del lavoratore dipendente. Il sindacato è ancora impreparato a questa sfida.
La quarta. Anche se molta strada si è fatta, l’intreccio tra azione sindacale=conflitto=antagonismo vive nell’inconscio del buon sindacalista. Ma mentre il conflitto, se finalizzato alla soluzione dei problemi, è fisiologico nella società moderna, l’antagonismo è, nelle società industriali mature, un vero ferro vecchio. E’ bene abbandonarlo rapidamente a favore di sistemi concertativi, di partecipazione, di democrazia economica.
La stessa crisi economica e finanziaria nella quale navighiamo pone esplicitamente il tema delle regole del gioco dello sviluppo capitalistico. Persino parlando di capitalismo possiamo usare il termine nuovo! Ciò a cui stiamo assistendo è infatti una rivoluzione. Il ruolo egemone della finanza ha cambiato la logica classica del capitalismo e la figura stessa del capitalista.
Da questi snodi ne discende una ridefinizione non della mission, ma della identità del sindacato moderno, del suo approccio culturale, di conseguenza, degli strumenti operativi. In definitiva, di fronte alla “grande trasformazione” il sindacato ha davanti a sè una scelta: lasciarsi andare ad un declino lento o scrollarsi la polvere dai calzari e riprendere il cammino.


























