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Home - Approfondimenti - Analisi - Il futuro dei sindacati dipende da come reagiranno alle critiche

Il futuro dei sindacati dipende da come reagiranno alle critiche

17 Giugno 2009
in Analisi

di Gian Primo Cella

Ho  provato non poche resistenze a partecipare al dibattito proposto da “Il diario del lavoro”. Alcune resistenze, come quelle derivanti dall’eclissarsi delle prospettive dell’unità sindacale, sono in buona parte di natura personale e, come tali, poco dovrebbero contare nel dibattito pubblico. Altre sono di natura metodologica, e si riferiscono alle difficoltà di utilizzare nei campi delle relazioni industriali e della azione sindacale una “teoria normativa” (quella sul come le cose dovrebbero andare) rispetto ad una più appropriata “teoria positiva” (quella che cerca di fornire una interpretazione sensata di quello che sta accadendo). Troppo spesso su questi temi si incontrano esempi dell’utilizzo del primo tipo di “teoria”, comprensibile per gli esponenti delle organizzazioni di rappresentanza, meno giustificabile per gli osservatori, a qualunque comparto disciplinare appartengano. Cercherò di superare queste resistenze, non senza però richiamare la confermata dipendenza delle relazioni industriali dai contesti economico-strutturali in cui si ritrovano ad operare,  una dipendenza (quasi una condanna) che limita il volontarismo degli attori (sindacati e associazioni imprenditoriali) anche se non lo impedisce del  tutto. La politica, e le politiche, hanno un ruolo rilevante nel formare questo legame con il contesto, e nel favorire o meno, con gli opportuni incentivi, l’espressione e il perseguimento delle preferenze degli attori.  Di qua l’importanza dei governi e delle loro scelte.
Questa dipendenza dal contesto riduce di molto gli spazi di applicazione per una “teoria normativa”, ma anche dovrebbe condurre a moderare gli entusiasmi per gli operati “riformatori” degli attori sociali, quando questi sono attuati non tenendo conto di questi condizionamenti. Difficile, ad esempio, che “passino alla storia” delle relazioni industriali i recenti pur importanti accordi interconfederali fra Confindustria e due su tre delle maggiori confederazioni sindacali sui temi delle strutture contrattuali, in quanto slegati in molti aspetti dal contesto economico (di profonda crisi, con gravi ripercussioni sulle dinamiche occupazionali) e dalle strutture della produzione di beni e servizi (che restano nella situazione italiana altamente frammentate).
Per soffermarsi più in particolare sui sindacati italiani, e sul loro futuro, mi sembra che molto dipenderà dalle loro capacità di reazione alle critiche, talvolta alle accuse, che da molte parti (alcune benevole, più spesso insofferenti o peggio) si sollevano nei loro confronti, e che sono presenti in modo implicito anche in questo dibattito. In questa possibile reazione non solo gli spazi di autonomia degli attori sono rilevanti, ma in taluni casi potrebbero permettere una maggiore capacità di risposta alle esigenze del contesto economico-sociale. Alcune di queste accuse sono ricorrenti in tutta la storia delle vicende sindacali, provengono soprattutto dalle discipline economiche ma non solo, e mostrano una ricorrente incapacità di comprensione della natura, degli obiettivi, delle ambizioni delle esperienze sindacali. Sono ad esempio le accuse di conservatorismo, di inefficienza, di opportunismo. Può essere utile una riflessione sulle nuove formulazioni di queste accuse tradizionali (rinvio per questo a un mio recente intervento su “Aggiornamenti sociali”, n. 2, 2009), ma non ci dirà molto sul futuro possibile. Più interessante a tal fine potrebbe essere la considerazione di un sorta di accusa (o di giudizio) di irrilevanza che viene da alcuni sollevata nei confronti della azione sindacale (e che è sottostante alla tesi dell’accerchiamento, espressa nel recente e fortunato libro omonimo, Il Mulino 2008, di Guido Baglioni). Ma rimando, per ragioni di spazio, questa considerazione ad altro momento.
Altre critiche, o accuse, sono avanzate anche da chi non nutre intenti malevoli, di ridimensionamento o di esclusione, nei confronti dei sindacati. E’ proprio su queste critiche che occorrerà riflettere; esse ci dicono molto se non sul sindacato di domani, almeno sul come si incammina verso il futuro il sindacato di oggi. Un rilievo piuttosto diffuso si traduce in una accusa di discriminazione. Il termine è aspro, talvolta usato con intenti strumentali, forse eccessivo anche perché presuppone una intenzionalità che non è provata. Secondo tale accusa i sindacati sarebbero rivolti a proteggere solo i lavoratori iscritti (o comunque “iscrivibili”), abbandonando nei fatti quelli più lontani dal centro della rappresentanza (gli atipici, in primo luogo). Le vicende italiane ne mostrano  esempi chiari; basti comparare le condizioni di protezione messe in atto per i i dipendenti delle grandi imprese (Alitalia in testa) con le attese, inesaudite da più di un decennio ed ancor oggi in una fase di grave crisi occupazionale, per l’ottenimento di un sistema esteso di protezione da applicare a tutte le condizioni di lavoro.
Un’altra critica, forse la più consapevole della natura e della storia dei movimenti sindacali, è quella illustrabile con la metafora dell’inaridimento. Inaridimento dell’offerta di rappresentanza. Il termine metaforico rende bene l’attenuarsi se non lo scomparire di quel qualcosa in più (socialità, mutualità, solidarietà) che in passato veniva offerto assieme alla rappresentanza degli interessi. E’ quel “qualcosa in più” di cui ci hanno parlato autori famosi, affascinati dalla combinazione di quotidianità e speranze offerta dalle esperienze sindacali, da Simone Weil a Frank Tannenbaum. Gli sforzi in direzione della riscoperta di questo “qualcosa” non mancano (specie negli Stati Uniti) e animano alcuni programmi di ricostruzione o di rivitalizzazione dell’offerta sindacale. Nell’esperienza italiana non mi sembra che tali sforzi abbondino.
Si ripropongono infine le accuse di scarsa autonomia dalla politica, e dalle dinamiche e tensioni del sistema politico. Sono accuse ricorrenti, talvolta formulate in termini generici e sempre rilevate nelle indagini di opinione. Come tali forse non andrebbero considerate più di tanto. Ma nella attuale situazione italiana, svelano le incapacità delle confederazioni di utilizzare lo straordinario patrimonio (che tuttora persiste) di partecipazione e di rappresentanza per la costruzione di un grande movimento del lavoro, autonomo dalla politica ma non indifferente ad essa. In questa incapacità le due maggiori confederazioni italiane (Cgil e Cisl) si muovono alla pari. Troppo spesso nella Cgil si assiste alla sovrapposizione di dinamiche della sinistra politica a dei problemi di rappresentanza e di tutela che, in buona parte, prescindono da esse. Ma certo sorprende ancor di più l’atteggiamento eccessivamente collaborativo (talvolta adesivo se non collusivo) della Cisl nei confronti del governo di destra. Non è criticabile certo la disponibilità della Cisl a sfruttare tutti gli spazi di contrattazione che la situazione politica comunque presenta. In questo la confederazione resta fedele alla sua impostazione di “sindacato moderno” orientato alla contrattazione. Quello che sorprende è piuttosto lo strisciante atteggiamento di “comprensione” per un governo guidato da un premier che, ad esempio sui temi della protezione del lavoro, alterna incompetenze a menzogne (e le seconde non sempre giustificabili dalle prime).
Non sono in grado di dire che le confederazioni sindacali italiane dovrebbero farsi carico di quest’ultima serie di critiche e di accuse, senza trascurare la prima serie, che talvolta (non sempre) merita risposte puntuali. Sono certo comunque che, al di fuori di questo cammino, il futuro delle confederazioni non sarà molto attraente per tutti quelli che sono stati affascinati dalle vicende dei movimenti sindacali nel secolo industriale. Forse non ci sarà da preoccuparsi troppo, i sindacati potranno procedere, e non scomparire, anche con  minore fascino e con qualche delusione in più.

(Tutti gli interventi nella rubrica Opinioni)    

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