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Home - Approfondimenti - Interviste - Susanna Camusso, Cgil Lombardia, il sindacato torni sul territorio

Susanna Camusso, Cgil Lombardia, il sindacato torni sul territorio

6 Maggio 2008
in Interviste

Il sindacato non ha capito cosa stava accadendo tra i lavoratori e questo è un dato molto negativo. Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil della Lombardia, non è spaventata del voto alla Lega, fenomeno ormai vecchio, ma della disattenzione con cui il sindacato ha guardato al mondo del lavoro in questi anni, senza approfondire i motivi di disagio che invece venivano affiorando. E pensa che solo tornando nel territorio, radicandosi come una volta, tornando a fare vera contrattazione, il sindacato potrà superare la sua crisi.

Susanna Camusso, il sindacato è o si sente responsabile del crollo del voto operaio nei partiti della sinistra e del loro dirottamento verso la Lega?
Il sindacato non è parte della politica, non ha responsabilità per quello che accade nel segreto della cabina elettorale. Poi posso essere d’accordo sul fatto che abbiamo qualche responsabilità anche noi, ma soprattutto perché non abbiamo capito cosa stava accadendo tra i lavoratori.



Siete rimasti stupiti di questi risultati?
No, perché il voto operaio verso la Lega non è una novità. Sono quasi venti anni che ciò accade. Da allora i lavoratori hanno cominciato ad avere la tessera della Cgil e a votare Lega.



Come mai questa divergenza?
La spiegazione va cercata nel rapporto tra la Lega e il territorio e il rinnovato attaccamento della gente ad esso, specialmente al Nord. Non dimenticando che la Lega spesso viene letta come un fenomeno congiunturale, mentre si tratta di un partito strutturato e radicato. Amministra tanti comuni e li amministra tenendo conto della pluralità dei cittadini che li abitano.



Perché la Lega e non un altro partito?
Perché protegge o promette di proteggere contro tutto ciò che di avverso avviene, per esempio la globalizzazione. Dà rassicurazione di non essere travolti da cosa sta accadendo nel mondo. Dice no ai delinquenti e sì ai dazi contro l’estero. Sono no global all’incontrario, chiudono la porta invece di aprirla.



Ma perché gli operai più degli altri?
Devo dire che questo del voto operaio che lascia la sinistra e si dirige verso la Lega è un modello solo giornalistico. I dipendenti di aziende private hanno dato da tempo spazio al centrodestra. Solo il lavoro pubblico gli ha mantenuto il proprio sostegno. Ma questo è accaduto in tutta Italia. Forse banalmente si parla di voto operaio perché qui al Nord il lavoro operaio c’è.
Ma uno spostamento c’è stato in questa occasione.
La matrice di questi comportamenti va cercata nell’atteggiamento della sinistra verso i ceti più deboli. L’accusa più frequente è che la sinistra si occupa spesso e troppo degli ultimi, mai o non a sufficienza dei penultimi. Questo ha colpito i tanti che pur avendo un lavoro si sentono a rischio di povertà e non ricevono sufficiente attenzione.



Una guerra tra poveri.
Quando questo avviene, cresce la paura verso chi è diverso. E le difficoltà economiche accrescono questo sentimento di disagio. L’immigrato che lavora o usufruisce dei servizi sociali è visto come chi toglie questo lavoro o questi servizi agli altri, anche se non è così. E in più c’è l’immigrato che protesta perché la sinistra non gli dà ascolto, come è capitato per la presidente delle donne marocchine, che si è candidata con il centrodestra perché, ha dichiarato, la sinistra non l’ascoltava. E’ il vecchio discorso della sinistra supponente, che tante cose non le fa, senza accorgersi di quanto questo sia valutato negativamente.



Torniamo alle colpe del sindacato.
Non abbiamo capito cosa stava accadendo tra la gente che rappresentiamo. Per esempio, la Cgil non è stata capace di leggere nel modo giusto il senso delle assemblee che abbiamo svolto l’estate passata sull’accordo per il welfare. Il no che è emerso in quella consultazione è stato interpretato come fosse tutto interno alla nostra dialettica, un appoggio a Cremaschi, alla Fiom, alla minoranza. Ma dietro c’era qualcos’altro, c’era una richiesta di una maggiore attenzione, c’erano scelte localistiche diverse, c’era la sensazione che forse era meglio finanziare un’autostrada che eliminare lo scalone. Ma noi abbiamo preferito non pensarci, sbagliando. Non ci siamo accorti del disagio che quei no trasmettevano.



La ricetta è quella di tornare sul territorio?
Non c’è dubbio. L’attenzione deve concentrarsi sui rapporti con le amministrazioni, centrali e locali, su come legare i diritti sociali con i diritti di cittadinanza. La scommessa è sul territorio, sulla contrattazione. Non possiamo continuare a essere vissuti come quelli che hanno problemi con il secondo livello di contrattazione. Dobbiamo cambiare registro, attaccare per esempio la Confindustria, che non vuole generalizzare il secondo livello di negoziazione.



Ma voi ci siete nei territori?
Ci siamo, ma non fino in fondo. Oggi il presidio nel territorio è fatto essenzialmente di Spi e di servizi. Non bastano, non c’è una risposta vera ai lavoratori.



Cosa serve?
Dobbiamo saper capire, intercettare le domande dei lavoratori. Possiamo rispondere anche con una maggiore presenza delle categorie. Che non sono in grado di avere la debita attenzione a cosa accade in realtà nei territori, molto anche perché il sindacato è abituato a guardare più alle grandi e medie imprese che alle piccole e alle piccolissime.



Sono attrezzate per questo lavoro le categorie?
No, spesso il sindacato di categoria nel territorio ha dimensioni molto limitate, scarseggia di risorse materiali e umane. E così molto resta fuori, non viene osservato, né curato. E questo è un male, perché i bisogni dei lavoratori esistono al di là della nostra capacità di risolverli. Per questo dobbiamo investire nel territorio, rendere le strutture più elastiche rispetto alle necessità che stanno emergendo. Non servono strutture nuove, si deve scentralizzare, dove il centro non è solo Roma. Ci si deve chiedere quale collegamento il lavoratore ha con il suo territorio, perché  se per il lavoratore è importante il territorio, allora l’organizzazione nel posto di lavoro non basta più. In fabbrica non c’è razzismo, ma nel territorio la gente ha paura. Se servono trasporti, mense, asili, asl efficienti, non è nel luogo di lavoro che hai una risposta vera. E’ nel territorio che devi andare.


5 Maggio 2008


Massimo Mascini

redazione

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