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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - I sindacati, Salvini, e il risveglio di Conte

I sindacati, Salvini, e il risveglio di Conte

di Nunzia Penelope
19 Luglio 2019
in L'Editoriale

 

Salvo incidenti di percorso (tipo crisi di governo improvvise) la settimana prossima sindacati e imprese dovrebbero essere finalmente riconvocati dal Governo. Questa volta nella sede propria di Palazzo Chigi. L’annuncio è in una lettera che il premier Giuseppe Conte ha scritto giovedì al quotidiano La Repubblica: “convocherò a Palazzo Chigi tutti i rappresentanti sindacali, delle imprese e delle altre associazioni di categoria, per un confronto ordinato e proficuo con la partecipazione di tutti i Ministri, per una condivisa valutazione sulle varie istanze, utile a definire i contenuti della manovra”. Nella lettera Conte aggiunge: “ogni iniziativa compiuta da una singola forza politica è pienamente legittima, ma non può sostituirsi al pieno contraddittorio tra tutte le parti alla presenza dell’intero Governo, come impone la correttezza istituzionale”.

Chiaro il riferimento del premier a Matteo Salvini e all’insolita riunione tenuta dal ministro dell’Interno e vicepremier con 43 parti sociali al Viminale di lunedì scorso, subito oggetto di furiose polemiche. Polemiche centrate però, stranamente, solo sulle tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil  e in particolare sulla Cgil: come se delle 43 sigle presenti solo tre portassero il peso di “ aver legittimato’’ – questa la critica- il ministro dell’Interno e la sua irrituale iniziativa. Peraltro, andrebbe ricordato che una riunione gemella di  quella ‘’incriminata’’ Salvini l’aveva già organizzata il 9 dicembre scorso, quando chiamò, sempre al Viminale, 15 rappresentanze di impresa guidate dalla Confindustria. Nessuno ci trovò da ridire, anzi: molti elogi al vicepremier leghista che – a differenza del suo collega Luigi Di Maio- dialogava costruttivamente con quello che all’epoca veniva definito il ‘’partito del Pil’’. Si potrebbe inoltre osservare che le 43 sigle convocate lunedi scorso sono forse pure troppe, ricordando i tempi della Sala Verde di Palazzo Chigi epoca D’Alema, quando accadeva che il segretario della Cgil (ai tempi Sergio Cofferati) non trovasse nemmeno una sedia libera, causa sovraffollamento di sindacati e sindacatini, molti dei quali non si sa bene a quale titolo presenti.

Tuttavia, e’ proprio l’appuntamento di lunedì scorso che ha portato come conseguenza l’improvviso ‘’risveglio’’ di Conte, dopo che le parti sociali da due settimane attendevano invano un segnale da Palazzo Chigi, impegnatosi a convocare una serie di tavoli di confronto, fin qui mai visti. Sull’ “effetto sveglia” ha poi sicuramente giocato anche l’intenzione dichiarata da Salvini di  ripetere l’adunanza al Viminale il 6 e 7 agosto: farsi battere per la seconda volta sul tempo, si sarà detto Conte, proprio no. I sindacati, in questa partita, si sono forse mossi un po’ come insegna la vecchia tattica del liceo: se il ragazzo che mi piace non mi chiama, esco con un altro, così il primo si ingelosisce e si dà una mossa. Tattica adolescenziale o meno, sta di fatto che, nel giro di qualche giorno, da  Cenerentole che nessuno considerava i sindacati si sono trasformati nella scarpetta di cristallo che tutti vogliono provare a calzare.

Tornando a ragionamenti più seri, resta la domanda: hanno fatto bene o male Cgil, Cisl e Uil ad accettare l’invito del ministro Salvini? La risposta è nella storia del sindacato stesso: la richiesta di incontro da parte di un rappresentante del governo si è sempre accettata, non fosse che per rispetto delle istituzioni, esattamente come è sempre andati a trattare con qualunque ”padrone”, a prescindere se sia simpatico o meno. Se poi il ministro Salvini parla di economia, scavalcando i colleghi competenti, non è un problema delle parti sociali, ma del governo. E se pure, una volta arrivati al Viminale, si scopre che la riunione è più di partito, e nello specifico della Lega, che di governo, non si va comunque via, ma si resta fino alla fine, perché chi lascia il tavolo di un confronto, lo sanno bene i sindacalisti, ha sempre torto.

Infatti, proprio aver partecipato a quella riunione ha consentito successivamente a Cgil, Cisl e Uil di esprimersi criticamente nei confronti del governo, rilanciando il proprio ruolo autonomo. Non fossero andati, sarebbero rimasti opposizione minoritaria a Salvini; invece il sindacato oggi è ancora in campo con le sue proposte, e la partita è aperta.

Ma c’è di più. Perché proprio le polemiche scaturite dalla presenza delle forze sociali al Viminale hanno plasticamente dimostrato la ormai totale “sconnessione” tra le diverse anime dell’esecutivo, legittimando la domanda che gli stessi leader sindacali hanno posto subito dopo l’incontro: “diteci quanti governi ci sono, perché noi ne vediamo almeno tre, ma vogliamo trattare con uno solo”.

Insomma, quell’incontro al Viminale ha messo un dito profondamente nella piaga, evidenziando, ed esasperando, le contraddizioni dei giallo – verdi. Come si è visto peraltro chiaramente in questi giorni, scanditi dagli scontri furibondi tra Salvini e Di Maio che hanno portato la maggioranza sull’orlo di una crisi: forse non ancora di governo, ma sicuramente di nervi.

Dunque, chi pensa che Cgil, Cisl e Uil si siano fatti strumentalizzare da Salvini, o che siano caduti in una ‘’trappola’’, forse non sta leggendo tutte le carte  nel modo giusto. Come andrà a finire è difficile dirlo; ma certo, a oggi, il sindacato sembra l’unica forza realmente in grado di rendere difficile la vita al governo.

Nunzia Penelope

Nunzia Penelope

Nunzia Penelope

Vicedirettrice de Il Diario del lavoro

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