La crisi di Electrolux che ha investito il nostro paese è solo la punta di un iceberg. Perché la realtà è che tutta l’industria manifatturiera sta franando nel nostro paese. Gli elettrodomestici hanno al loro fianco altre gravi catastrofi industriali. L’attuale produzione di auto in Italia è solo il pallido riflesso di cosa era l’automotive in altri felici anni. Basta posare lo sguardo sulla sorte dello stabilimento Fiat di Cassino, che era un vero gioiello di tecnologia avanzata e deve porre le sue speranze di sopravvivenza sugli umori di un carmaker cinese che potrebbe sì diventare un’eccellenza dell’auto elettrica, ma questa è una realtà tutta da costruire. E non sta meglio la chimica, perché l’abbandono da parte di Eni di Versalis, azzerando quindi tutta la chimica di base, getta un’ombra scura e pericolosa sull’intero
comparto.
Ma se la passa molto peggio la siderurgia, che pure era un punto di forza di tutto l’apparato industriale del nostro paese. Lo stabilimento di Taranto, simbolo della grande realtà dell’intero settore, non versa in condizioni di difficoltà, il problema è più grave, perché non si ha nemmeno il coraggio di chiudere una volta per tutte questo centro produttivo in passato così florido, oggi senza un vero futuro. E l’elenco potrebbe andare avanti, perché le Tlc non se la passano certo bene. Le tante aziende del settore, piccole e grandi, lottano con coraggio e determinazione, ma le loro condizioni sono gravissime, al limite della resistenza.
Con questo vogliamo dire che l’industria non ha un futuro nel nostro paese? Certamente no, la struttura produttiva nel suo insieme regge, abbiamo eccellenze e punti di vera forza, ma lo sviluppo, la crescita di anni passati è solo un ricordo appannato che fa male al cuore. Il confronto con altre realtà industriali, la prima è la Spagna, pure così vicina, è mortificante. Non solo i singoli comparti godono di buona salute, ma l’economia di questo paese cresce annualmente del 2%, l’Italia stenta ad arrivare all’1%. E la capacità della Spagna nell’attirare capitali esteri è almeno doppia rispetto a quella dell’Italia.
Alla base di questa disfatta, perché di questo si tratta, c’è una carenza di politica industriale che dura da un tempo immemorabile. Non si tratta di anni, ma di decenni. Il ricordo più vivo di una vera politica industriale ci riporta agli anni Settanta, quando ministro dell’Industria era Beniamino Andreatta. Non è che da allora non si sia tentato nulla, ci sono stati esperimenti e proposte che hanno colto anche dei veri successi. I vari piani 2.0, 3.0, fino al 5.0 hanno funzionato e prodotto risultati, ma sempre al rallentatore, non c’è mai stata una vera forza propulsiva, in grado di cambiare un tran-tran più che insoddisfacente. Nessuno ha mai provato davvero a rimettere in moto la struttura produttiva del nostro paese. È mancata la spinta che poteva venire solo dalla politica, che ha sempre latitato.
Non è facile addossare la responsabilità di questo disastro agli imprenditori privati, perché questi investono quando sanno con chiarezza quale è il quadro generale della politica industriale, quando qualcuno indica con precisione quali sono i settori sui quali si spenderà la mano pubblica, dove è possibile investire, e hanno certezze che questa realtà durerà negli anni. Queste certezze non ci sono mai state, abbiamo sempre navigato nella precarietà, ma l’insicurezza è la peggiore nemica della voglia di investire i propri capitali.
Sia chiaro, gli imprenditori italiani non sono mai stati dei leoni, la loro maggiore responsabilità è stata sempre quella di centrare la competizione sulla riduzione dei costi, mai sulla ricerca e sviluppo, mai sulla qualità del prodotto. Hanno colpevolmente cercato, ogni volta che è stato possibile, di profittare della svalutazione della lira, di combattere sui mercati internazionali con armi spuntate, che non davano garanzia. La situazione si è progressivamente deteriorata e siamo arrivati alla disfatta con la quale oggi dobbiamo fare i conti. È tardi per rimediare? Forse sì, ma sarebbe più colpevole non prendere atto che questa è la situazione e non cercare di porvi in qualche maniera rimedio. Magari con sacrifici gravi, sperando che la forza vera dell’industria resti viva e riprenda a prosperare.
Massimo Mascini
























