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Home - Approfondimenti - Interviste - Immigrazione, proclamato lo stato di agitazione nelle Commissioni per la protezione internazionale. Pallone (Fp Cgil): “Il sistema è sotto pressione. Serve valorizzare le professionalità, non i numeri”

Immigrazione, proclamato lo stato di agitazione nelle Commissioni per la protezione internazionale. Pallone (Fp Cgil): “Il sistema è sotto pressione. Serve valorizzare le professionalità, non i numeri”

di Elettra Raffaela Melucci
15 Maggio 2026
in Interviste
Salvini, 700 reati al giorno da immigrati. Ma sono 600 e da italiani

Fp Cgil e NIdiL Cgil hanno proclamato lo stato di agitazione delle lavoratrici e dei lavoratori delle Commissioni territoriali per la protezione internazionale e della Commissione nazionale per i richiedenti asilo. Al centro della mobilitazione ci sono le condizioni di lavoro negli uffici che valutano le domande di protezione internazionale, sempre più sotto pressione per l’aumento dei flussi e per la gestione emergenziale delle pratiche. Secondo i sindacati, il sistema è segnato da carichi di lavoro insostenibili e da una crescente compressione dei tempi di valutazione. A questo si aggiunge il ricorso strutturale al lavoro precario e in somministrazione, che incide sulla stabilità degli operatori e sulla qualità del servizio. Per Fp Cgil e NIdiL Cgil, questo quadro rischia di riflettersi negativamente sia sulle condizioni dei lavoratori sia sui diritti delle persone richiedenti asilo. Ne parla in questa intervista la segretaria nazionale della Fp Cgil, Giordana Pallone.

Per chi conosce poco questo settore: che ruolo hanno le Commissioni territoriali e che tipo di lavoro svolgono concretamente i vostri operatori?
Le Commissioni territoriali per l’asilo e la protezione internazionale svolgono una funzione estremamente importante e delicata. Sono le sedi in cui i richiedenti asilo vedono valutata la loro domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato. Questo avviene attraverso una serie di verifiche e colloqui approfonditi svolti dalle lavoratrici e dai lavoratori delle Commissioni, che sono figure altamente qualificate. Si tratta di funzionari con conoscenze approfondite non solo del diritto internazionale, ma anche dei contesti politici ed economici dei Paesi di provenienza delle persone migranti. Negli anni, gli uffici hanno visto crescere il numero di domande presentate — anche in ragione della chiusura dei canali di ingresso legali e delle difficoltà a ottenere forme di protezione diverse da quella internazionale — ma tutte devono essere vagliate con grande attenzione.

Avete proclamato lo stato di agitazione: quali sono oggi le principali criticità dentro le Commissioni territoriali per la protezione internazionale?
Negli anni la figura professionale di questi lavoratori è stata progressivamente svalorizzata. Per far fronte all’elevato numero di domande, sono stati banditi concorsi per funzionari con qualifiche elevate. Tuttavia, per sopperire ai carichi di lavoro crescenti, è stato immesso anche personale proveniente da altre amministrazioni, quindi senza una formazione specifica. Negli ultimi anni, poi, si è poi fatto sempre più ricorso al lavoro in somministrazione, con contratti a scadenza ravvicinata, che si sommano alla mancata stabilizzazione nella pubblica amministrazione e all’incertezza sul rinnovo del rapporto di lavoro.

Quindi una vera e propria situazione di precariato.
Esattamente. Una condizione che si intreccia con una modalità di lavoro sempre più orientata al raggiungimento di obiettivi numerici.

Questo ha cambiato anche l’approccio al lavoro dei funzionari?
Si è passati da uffici con personale formato specificamente all’ascolto, alla comprensione e all’analisi dei contesti di provenienza dei richiedenti asilo, a un sistema orientato alla velocizzazione delle pratiche, per “smaltire” quante più domande possibile. Come se si trattasse solo di burocrazia e non di storie di vita spesso drammatiche. Oggi sia i funzionari assunti sia i lavoratori in somministrazione operano per obiettivi e con tempi sempre più rapidi, anche per la necessità, per questi ultimi, di vedersi confermato il posto di lavoro. Tutto questo incide sulla qualità delle valutazioni, che richiedono invece grande perizia, soprattutto in una fase in cui le crisi internazionali sono in aumento e cresce il numero di persone in fuga da guerre e persecuzioni. Un contesto a cui non corrisponde un’adeguata dotazione organica né una reale valorizzazione del personale, che spesso lavora anche in condizioni infrastrutturali inadeguate.

Qual è la risposta istituzionale a queste criticità?
È una situazione che va avanti da anni e che il crescente ricorso al lavoro in somministrazione dimostra come non si sia voluta realmente risolvere.

E da parte dei lavoratori invece?
Tra lavoratori del comparto delle funzioni centrali e lavoratori in somministrazione si è creata un’alleanza nella sofferenza, pur nelle diverse condizioni contrattuali. Gli stessi precari chiedono di poter accedere a concorsi che valorizzino anche l’esperienza maturata nella pubblica amministrazione. I lavoratori stabilizzati, dal canto loro, hanno bisogno di più personale per far fronte ai carichi crescenti. È questa la base dello stato di agitazione.

Questa compressione dei tempi incide anche sui diritti di chi richiede asilo?
Dietro tutto questo c’è un disegno politico che vediamo in molti interventi normativi in materia di immigrazione e sicurezza. L’obiettivo sembra quello di restringere gli spazi di riconoscimento della protezione internazionale, alimentando una retorica dell’emergenza e dell’invasione che si intensificherà con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, prevista per il 12 giugno. Molti migranti non sanno di poter chiedere protezione internazionale, perché spesso non hanno consapevolezza che ciò che hanno subito costituisce una violazione dei diritti fondamentali. Per chi proviene da contesti di discriminazione o violenza, non è immediato riconoscersi come vittima di una persecuzione rilevante ai fini della protezione internazionale. Questo passaggio di conoscenza avviene grazie a tutte le figure della prima accoglienza — assistenti legali, mediatori — e anche alle lavoratrici e ai lavoratori delle Commissioni, che devono ricostruire la storia personale del richiedente per individuare gli elementi utili al riconoscimento dello status.

Quali conseguenze temete per il sistema di accoglienza con l’entrata in vigore del Patto europeo?
Con le nuove disposizioni su Paesi sicuri, Paesi di primo ingresso e sull’esternalizzazione delle procedure, si rischia un ulteriore irrigidimento del sistema. Non è un patto che valorizza inclusione e integrazione, ma sembra andare nella direzione opposta. In questo contesto ne risentiranno non solo le Commissioni, ma tutta la filiera dell’accoglienza: dai servizi SAI agli assistenti sociali, dai mediatori culturali agli assistenti legali, tutte figure che accompagnano i percorsi di inclusione.

A proposito di Albania, secondo il parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia Ue il protocollo Italia-Albania risulta compatibile con le norme Ue. Perché non risolve il problema della gestione migratoria?
Le politiche migratorie degli ultimi vent’anni sono state impostate su una logica emergenziale, ma i movimenti migratori non sono un’emergenza: sono strutturali. Serve un cambio di paradigma, con canali legali di ingresso sia per motivi di lavoro sia per ricongiungimenti familiari, studio, protezione internazionale e altre esigenze. La soluzione non è esternalizzare le procedure o creare centri in Paesi terzi come l’Albania, ma costruire un sistema ordinato di ingressi regolari e percorsi di inclusione reali.

Quali risposte chiedete al Ministero dell’Interno e quali iniziative siete pronti a mettere in campo?

Chiediamo di superare la logica della produttività applicata a un’attività delicata come quella delle Commissioni, e di mettere il personale nelle condizioni di svolgere al meglio la propria funzione. Il lavoro non può essere misurato solo con obiettivi numerici, frutto di una narrazione emergenziale. Chiediamo la valorizzazione delle professionalità, il mantenimento della valutazione collegiale delle domande e non il loro accentramento in capo al presidente della Commissione. Le Commissioni sono composte da quattro membri — due funzionari, un rappresentante UNHCR e un commissario — e la collegialità è un elemento essenziale. Serve inoltre ridurre il ricorso al lavoro in somministrazione e riequilibrare il rapporto tra personale e carichi di lavoro, per evitare fenomeni di burnout. A seguito dell’assemblea nazionale e dell’annuncio della proclamazione dello stato di agitazione, siamo stati convocati dal Prefetto Fabrizio Gallo, presidente della Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo, cui andremo a presentare le istanze di lavoratrici e lavoratori. Se non arriveranno risposte, proseguiremo il percorso di mobilitazione fino allo sciopero nazionale.

Elettra Raffaela Melucci

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