Per Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan. Per tutti i lavoratori vittime della lunga scia di sangue tracciata dal caporalato e dallo sfruttamento del lavoro. Sabato, ad Amendolara, la manifestazione nazionale proclamata dalla Flai Cgil ha unito rabbia, dolore e richiesta di giustizia, portando in piazza migliaia di persone, lavoratori di diverse nazionalità, rappresentanti delle istituzioni e del mondo associativo. Un corteo nato per chiedere che quello che viene ormai considerato un male strutturale del sistema agricolo venga finalmente combattuto con strumenti efficaci e permanenti.
Lo slogan scelto per la mobilitazione – «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così» – ha accompagnato una giornata segnata dalla memoria dei quattro braccianti agricoli uccisi dopo aver rivendicato condizioni di lavoro e retribuzioni dignitose. Prima dell’avvio del corteo, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini e il segretario della Flai Cgil Giovanni Mininni hanno deposto due corone di fiori presso la stazione di servizio sulla Statale 106 dove si è consumata la strage.
Il grido di rivolta, ma anche di speranza, è stato rivolto ancora una volta alla politica e alle istituzioni: più ispezioni, più prevenzione e più repressione nei confronti di chi sfrutta lavoratrici e lavoratori ricattandoli attraverso il bisogno. Affinché la memoria di Amin, Ullah, Safi e Waseem non si disperda e tragedie come questa non si ripetano mai più.
«Le leggi ci sono, non c’è da inventarsi delle cose», ha scandito dal palco Maurizio Landini. Per il leader della Cgil, il problema non è l’assenza di strumenti normativi ma la loro applicazione. «Bisogna rafforzare i controlli, fare le assunzioni, mettere nelle condizioni gli ispettorati e tutti i soggetti preposti di fare quello che devono fare». Un richiamo particolare è stato rivolto alla parte preventiva della legislazione contro il caporalato, che secondo il sindacato continua a essere applicata in modo insufficiente.
Secondo Landini, ogni territorio dovrebbe dotarsi di sedi permanenti di confronto tra istituzioni, parti sociali e soggetti coinvolti per monitorare concretamente ciò che accade nel lavoro agricolo. La Cgil chiede inoltre che la cabina di regia nazionale sul caporalato non si limiti al monitoraggio, ma sia messa nelle condizioni di assumere decisioni operative, collegando i finanziamenti pubblici alle imprese al rispetto di criteri verificabili relativi a produzioni, terreni coltivati e ore di lavoro necessarie.
«Non si può stare zitti, né fare finta di vivere da un’altra parte, né sperare che passi la nottata perché torni tutto come prima», ha affermato ancora Landini. Richiamando l’appello del vescovo a una «rivolta delle coscienze», il segretario della Cgil ha invitato ciascuno ad assumersi la propria responsabilità di fronte a un fenomeno che non riguarda soltanto la Calabria o l’agricoltura, ma attraversa diversi settori produttivi e territori del Paese. «Abbiamo bisogno di indignarci», ha concluso, perché di fronte allo sfruttamento e alla negazione dei diritti «ognuno di noi deve fare la propria parte».


























