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Home - Rubriche - Giochi di potere - Il bug del Campo largo, i giovani di nuovo a casa e gli elettori M5s “incompatibili”

Il bug del Campo largo, i giovani di nuovo a casa e gli elettori M5s “incompatibili”

di Alberto Gentili
29 Maggio 2026
in Giochi di potere
Il bug del Campo largo, i giovani di nuovo a casa e gli elettori M5s “incompatibili”

GIUSEPPE CONTE M5S, ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PD, NICOLA FRATOIANNI SI, ANGELO BONELLI EUROPA VERDE

Il sogno del Campo largo, il miraggio di una cavalcata vincente fino alle elezioni politiche del prossimo anno, è durato poco più di due mesi. Il 23 marzo la valanga di quasi 15 milioni di “No” al referendum di Giorgia Meloni & Co. aveva fatto credere a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Matteo Renzi e agli altri maggiorenti del sedicente fronte progressista, che la vittoria contro la destra-centro sarebbe stata poco più di una formalità. Il 25 maggio la batosta subita a Venezia, dove Elly aveva annunciato lo sfratto di Giorgia Meloni da palazzo Chigi (“da qui parte le riscossa per battere il governo”), e gli altri risultati non esaltanti della tornata elettorale amministrativa, hanno riportato il centrosinistra alla dura realtà: la vittoria è ancora tutta da costruire e il lavoro da fare è immenso.

Eppure, negli ultimi due mesi, i leader del Campo largo hanno dato una brillante prova di inconsapevolezza – drogati com’erano dal successo referendario – mettendo in scena il festival dell’ego e delle vanità. E non hanno trovato il tempo per chiudersi dentro una stanza per provare a disegnare uno straccio di strategia unitaria e un abbozzo di proposta di governo. Ognuno ha arato il proprio orto e si è guardato al proprio specchio. Schlein si è messa a girare per il mondo per darsi uno standing internazionale ed è andata da Barack Obama, da Bernie Sanders e da Pedro Sanchez al congresso del Pse celebrato a Barcellona. Conte prima ha proposto le primarie per scegliere il leader poi, ingolosito dal sogno di diventare presidente del Senato o addirittura presidente della Repubblica, ha lanciato una “campagna di ascolto” di cui nessuno ha visto traccia. Così in definitiva, sul terreno a dare battaglia a Meloni, è rimasto solo Renzi. Anche di Bonelli e Fratoianni si sono avute solo notizie frammentarie.

Ma c’è di più. C’è che il giocattolo del Campo largo sta dimostrando di essere decisamente imperfetto, di avere importanti bug di sistema. In due parole: si inceppa, non funziona. La prova è arrivata dall’analisi dei flussi elettorali a Venezia. Il 50% degli elettori 5Stelle hanno votato per il rappresentante del centrodestra, l’assessore uscente Simone Venturini. E appena il 24% dei votanti pentastellati hanno scelto il candidato presentato dalla coalizione: il dem Andrea Martella.

Un “tradimento”, per molti, che confermerebbe il vizio di origine del patto tra Schlein e Conte: nessun afflato ideologico, nessuna consonanza politica, ma la necessità per la segretaria dem di saldare un’alleanza ampia per provare a battere Meloni e il bisogno del leader 5Stelle di trovare una collocazione per convenienza e sopravvivenza. Di farsi progressista, insomma, perché soltanto nel fronte progressista c’è posto e c’è chi ne richiede la presenza. Ma, in quanto sinceramente e convintamente populista, Giuseppi è molto più simile a Matteo Salvini che a Elly. Sia su temi interni, come sicurezza e assistenzialismo, sia su quelli internazionali guardando a Trump, Putin e l’Ucraina.

Però, visto il punto cui si è arrivati, nessuno a sinistra si sogna di gettare sul tavolo la “questione Conte”. Ormai la compagnia di giro è formata e così resterà. A meno di sorprese last minute del capo post-grillino che a settimane alterne, una volta messe in stand-by le primarie, non appare così blindato all’interno del perimetro del centrosinistra. Soprattutto, si diceva, non lo sono gli elettori del Movimento. Tanto più che Schlein, complici le frequenti apparizioni a fianco degli odiati “cacicchi”, è vista da quel che resta del popolo grillino come l’espressione della nomenklatura che voleva abbattere ai tempi dell’”uno-vale-uno”. Non a caso, conoscendo l’umore dei suoi, Conte si guarda bene dal proporre un’alleanza organica con il Pd. E tanto meno può accettare la premiership di Schlein: il rischio sarebbe perdere per strada mezzo Movimento.

A parziale consolazione di Elly c’è che i 5Stelle “pesano” sempre meno. Hanno incassato il 2,6% a Venezia e si sono attestati intorno al 3% a Messina, Trani, Andria, Crotone, etc. Rocco Casalino, l’ex portavoce di Conte, nella “sua” Ceglie Messapica ha preso 246 voti e non è stato eletto. Certo, l’ultima super media di Youtrend assegna al Movimento il 12,3%, ma chissà come sarà tra un anno o poco più.

In fondo, il destino del fronte progressista è affidato ai giovani. Sono stati loro il 23 marzo a correre in massa alle urne per dare lo sberlone a Meloni, la scorsa settimana invece i ragazzi sono tornati a rintanarsi sul sofà.  Ecco, se Elly e soci vogliono sfrattare Meloni da palazzo Chigi non gli basta sperare nei prezzi alle stelle e nella recessione che faranno ribollire la pancia degli italiani, devono riuscire a motivare e attrarre i giovani. Non guasterebbe, tra l’altro, neppure la scelta di un “leader terzo” per provare ad amalgamare i due elettorati con un’operazione di appeasement ben consegnata su vari fronti tematici, con iniziative comuni che disinneschino le antiche ostilità. Sempre che non sia troppo tardi.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

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Giornalista

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