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Home - Approfondimenti - Analisi - L’accordo sindacale: un aiuto a risolvere il puzzle delle relazioni industriali

L’accordo sindacale: un aiuto a risolvere il puzzle delle relazioni industriali

di Mimmo Carrieri
22 Giugno 2026
in Analisi
L’accordo sindacale: un aiuto a risolvere il puzzle delle relazioni industriali

Le tre Confederazioni sindacali hanno raggiunto un’intesa, denominata “Proposte per Accordo quadro”, che costituisce la Piattaforma per la trattativa in corso con le associazioni datoriali sulle nuove regole delle relazioni industriali.

Si tratta di un metodo già adottato in passato. Nel 2016  le tre Confederazioni definirono un analogo documento, come premessa alla trattativa con la Confindustria, sfociata poi nell’Accordo interconfederale del 2018. In quel caso i tre principali sindacati arrivarono a convergenze molto importanti e promettenti in materia di rappresentanza e partecipazione, le quali furono in seguito largamente raccolte, e arricchite, dall’ Accordo tra le parti (il cd. Patto per la Fabbrica).

In questo caso dobbiamo sperare che – come è nell’aspettativa dei protagonisti – si arrivi in tempi più rapidi ad un Patto di cui si avverte l’esigenza  e che risulta essenziale ai fini del rilancio del ruolo generale delle nostre organizzazioni di rappresentanza.

Possiamo dire che ci troviamo davanti ad un Documento importante?

Sicuramente si. Ma più che per i contenuti, che vengono proposti e che sono largamente estrapolati, da precedenti accordi bilaterali, l’importanza deriva dall’accordo in sé. Dopo un periodo di alcuni anni nei quali le posizioni delle tre Confederazioni si erano divaricate,  ora il pendolo si è mosso nella direzione opposta. Come era stato notato acutamente da qualche osservatore , si è messo in moto un processo di avvicinamento, o meglio di ri-avvicinamento, che ha condotto ad un buon compromesso. Il cui valore simbolico è elevato e rafforza anche nelle controparti datoriali il bisogno di unità e di un’intesa generale.

Un aggiornamento delle regole fissate nel 2018 era divenuto da tempo maturo. L’esplosione dell’inflazione , che purtroppo sta ancora risalendo, nel 2023-4 ha reso ancora più chiaro e  vistoso il fenomeno italiano dei bassi salari e del lavoro povero, richiamando palesemente la necessità di interventi correttivi. Ed anche di Patti  sociali ad ampio raggio in grado di includere con successo i settori dei servizi  in maggiore sofferenza salariale: con l’obiettivo di un raccordo con le altre componenti del nostro sistema  produttivo , in modo da restituire alle due parti il ruolo di garante generale della dinamica retributiva.

Ed infatti le principali novità , non banali, contenute in questo testo riguardano proprio questa materia che si caratterizza come il suo vero cuore.

A questo riguardo il testo sottolinea che la “crescita delle retribuzioni a livello nazionale dovrà essere adeguata al reale recupero ed incremento del potere di acquisto” tenendo conto di diverse variabili, dai cambiamenti tecnologici alle innovazioni organizzative, agli andamenti specifici di settore che concorrono agli incrementi nei processi e nei prodotti relativi al nostro sistema produttivo.

Se allora il recupero del potere di acquisto viene  calcolato  in base all’Indice IPCA NEI, dunque  depurato dall’andamento delle materie prime, la novità  principale consiste nel riferimento alla verifica annuale dell’andamento dei salari in rapporto all’inflazione. Una verifica da effettuarsi nel mese di giugno,  in modo da consentire aggiustamenti e recuperi: sulla scorta dello già sperimentato modello adottato dai metalmeccanici E la verifica annuale con relativi adeguamenti continuerà ad operare – sempre secondo questo testo – anche in relazione ai contratti scaduti e non rinnovati.

Si tratta di un meccanismo di salvaguardia dei salari non immaginato nel 2018, in un’era di inflazione bassa, e ora divenuto indispensabile per fronteggiare un quadro fattosi turbolento: in questo modo si potrebbe ridurre il rischio delle elevate perdite retributive, evidenziatesi tra il 2019 e il 2024. Queste perdite in effetti non sono state riassorbite e hanno concorso a una caduta che   in precedenza non si era mai verificata :  in termini  assoluti, nel confronto con altri periodi post-1993 (  l ‘ Accordo che aveva reimpostato la struttura contrattuale), ed anche come si può osservare con nettezza  nelle comparazioni internazionali.

In modo dettagliato vengono richiamati i due criteri, già enunciati nel 2018, del TEM , il trattamento economico minimo e il TEC, il trattamento economico complessivo. L’ispirazione appare quella di sottolineare l’importanza delle diverse voci che rientrano nel paniere retributivo ai fini della definizione di un salario adeguato ,  secondo la formulazione dell’art.36 della Costituzione: in dialogo con quello che il governo nel decreto ! maggio ha definito come salario ‘giusto’.) . In questa ottica  Il salario minimo è affidato ai minimi contrattuali, e dunque non si parla di salario minimo legale.

Per il resto il testo richiama l‘esigenza di rendere effettivo il sistema di misurazione della rappresentatività in modo da fornire certezze intorno a quali contratti siano dotati di portata generale.  Al riguardo non vengono indicate   nuove regole, bensì tutto ruota intorno  a quelle già codificate nel Testo Unico del 2014 (soglia del 5% per la rappresentatività, e validità generale per i contratti dotati di un consenso superiore al 50%) . Che attendono però ancora di essere generalizzate in modo adeguato a tutti i settori produttivi. Piuttosto da notare come venga effettuato un richiamo alla esigenza che “sul lato datoriale andranno definiti criteri di rappresentanza tra tutte le associazioni sulla base di dati omogenei certi e misurabili”. Questo conferma la crescente importanza di questa variabile – tra le  maggiori fonti della proliferazione dei contratti pirata – già enunciata nell’Accordo del 2018. E , nello stesso tempo, come , nonostante siano passati diversi anni da allora,  questi criteri, a differenza di quelli relativi alla rappresentatività sindacale, non risultino ancora definiti con assoluta precisione e in modo non controverso.

Tra gli oggetti  classici  delle relazioni industriali viene elencata anche la partecipazione, nonostante il recente approdo legislativo,  in ragione delle nuove sfide indotte dalle applicazioni dell’Intelligenza artificiale che ne ridefiniscono l’importanza . Bisogna però osservare come tra i diversi strumenti citati manca quello, almeno in potenza di portata più rilevante, che è la partecipazione strategica. Un vuoto che va rilevato non per ragioni lessicali o per affezione verso i modelli partecipativi più robusti ed incisivi. Ma piuttosto in quanto se è vero quanto sostenuto da Luciano Pero alla Scuola superiore di relazioni industriali proprio la diffusione dell’IA richiederà una co-progettazione organizzativa crescente delle innovazioni tecnologiche: a vantaggio tanto delle aziende che dei lavoratori.

Mancano nel testo riferimenti espliciti a possibili interventi legislativi, a differenza di quanto evocato nel 2016-18. D’altra parte  i sindacati fanno i conti con il fatto che l’attuale governo non intende mettere mano a sostegni legali intorno alla rappresentanza, cosa che colpevolmente non avevano fatto neppure i suoi predecessori. Anche se – come sappiamo – il recente Decreto governativo , denominato 1 maggio,  ha inteso ancorare il salario -definito come ‘giusto’ – ai contratti sottoscritti dai sindacati comparativamente più rappresentativi.  Si può ritene    re che almeno per il  momento sembra messo da parte il collegamento , molto più criticabile, con il paramento dei contratti ‘maggiormente applicati’ : un parametro che fa chiaramente da sponda a condizioni salariali e tutele in dumping e dunque inferiore ad ogni  soglia minima. Ma intanto resta in piedi l’interrogativo: come si accertano quali sono i sindacati maggiormente più rappresentativi?

Insomma le tre Confederazioni hanno confermato le loro piste caratterizzanti, intorno alle quali si muovono, con continue evoluzioni,  ormai da almeno un quindicennio . Invece il governo segue altre piste che almeno in  parte non sembrano coincidere o incontrarsi  con il perimetro e gli obiettivi  fissati dalle due parti.

Questo aumenta il rilievo e la necessità di un grande Patto tra le grandi organizzazioni sociali. Infatti un grande Accordo  serve non solo a ridurre le incertezze e anomie , alcune classiche e altre più recenti, che condizionano il nostro sistema di relazioni industriali. Ma anche a colmare, per quanto possibile, i buchi lasciati da un orientamento volutamente  ondivago  e semi-astensionista dell’esecutivo, intenzionato a non incrociare, se non in modo indiretto, le istanze delle parti sociali.

Quello cui assistiamo è un gioco  paragonabile ad un puzzle al quale si pone mano da due prospettive diverse ad opera del governo da un lato e delle parti dall’altro. Con tessere diverse, che non sono tra loro inconciliabili,  ma neppure  si incastrano automaticamente . Dobbiamo sperare che questi due giochi ad un certo momento convergano verso punti di caduta reciprocamente accettabili e soprattutto dotati di un impatto efficace.

Mimmo Carrieri

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