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Home - Blog - A tappe forzate verso la disgregazione del paese

A tappe forzate verso la disgregazione del paese

di Roberto Polillo
15 Febbraio 2019
in Blog
A tappe forzate verso la disgregazione del paese

Quella mera “espressione geografica”, in cui fatta l’Italia, si sarebbero dovuti fare gli Italiani, potrebbe ritornare a quel mucchio di statarelli che costituivano l’Italia preunitaria.

Una “neo-ripartizione” geopolitica del territorio che già il voto delle ultime elezioni politiche aveva evidenziato colorando il nord del blu neoleghista, il sud del giallo grillino e il centro residuale (sempre più insidiato) del rosso pallido del PD. Tre macchie di colore senza sfumature che le elezioni dell’Abruzzo hanno reso ancora più nitide

Ora la separazione dell’Italia, con la secessione costituzionale del Nord opulento, potrebbe suggellare l’antico sogno di Umberto Bossi, che in queste ore sta giocando una partita, forse, per lui decisiva. Un processo di disgregazione  avviato, si badi bene, non solo  dalle roccaforti del leghismo il Veneto ela Lombardia, ma anche  dall’Emilia Romagna, ultima espressione del vecchio e glorioso centro sinistra di governo.

Queste tre regioni, anche se in misura diversa tra loro,  hanno spinto per esercitare potestà esclusiva su  quelle 23 materie   che l’articolo 117 della Costituzione, riformata nel 2001 dal centro sinistra, definisce a legislazione concorrente.  Un ventaglio amplissimo di competenze dall’istruzione alla sanità, dal lavoro (sicurezza e politiche attive) alle infrastrutture (porti, aeroporti e grandi reti dell’energia), dall’ambiente ai beni culturali fino alla protezione civile che ora potrebbero diventare di competenza esclusiva delle singole regioni. Con tutto quello che questo comporta.

La bilancia del glocale si sposta sempre più verso il locale e arbitro di questo nuovo equilibrio è ora la componente grillina del governo: quella incompiuta e contraddittoria delegazione al potere del paese sempre più subalterna al capitano e sempre più in difficoltà per una progressiva perdita di identità.

Un primo assaggio di quel che entro breve potrebbe accadere è stato il via libera del ministero dell’Economia al capitolo finanziario dell’«autonomia differenziata» chiesta dalle tre regioni. Le funzioni aggiuntive chieste dalle Regioni del Nord saranno finanziate cedendo loro una quota dell’Irpef o di altri «tributi erariali» (per esempio l’Iva) generata sul territorio.  

Una tappa significativa per arrivare al traguardo finale,  in cui le regioni saranno finanziate sui costi standard  e in mancanza di questi ( eventualità tutt’altro che remota) su un livello di finanziamento per le nuove funzioni che «non potrà essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse funzioni».

Un astuto codicillo che assegnerà alle regioni del Nord una compartecipazione ben  più ricca di oggi,  atteso che  al Nord la spesa pro capite per molti servizi pubblici è inferiore alla media nazionale e che quindi dovrà essere rafforzata da risorse necessariamente sottratte alle sgangherate e più costose  regioni del sud.

Sulla sanità (su cui si concentrano il 70% delle spese regionali) il colpo sarà devastante.  Già oggi le differenza interregionali non sono quelle di uno stato unitario in termini di prestazioni e soprattutto di esiti di salute.

I Livelli essenziali delle prestazioni ( di competenza esclusiva dello Stato)  da molto tempo si sono trasformati in LEAM (in cuila Mfinale sta per minimi) grazie al chiasma a tenaglia di due perversi meccanismi:

 

  • il razionamento implicito delle prestazioni nella real life causato  dalla progressiva riduzione delle risorse umane da cui dipende il lavoro astratto e generico con cui si produce assistenza (particolarmente grave nelle regioni canaglia);
  • il definanziamento assoluto e relativo al contempo  del sistema attraverso la riduzione del Fondo Sanitario Nazionale.

 

Un de-finanziamento assoluto perché  come ricordano le Regioni “il Patto per la Salute2014-2016 prevedeva in 115,440 miliardi di euro il livello di finanziamento per l’anno 2016 – importo ridotto dalle successive manovre di finanza pubblica a 111,000 miliardi di euro – e che per il 2019, con la recente legge di Bilancio, sono stati stanziati 114,439 miliardi di euro”.

Un de-finanziamento relativo  dal punto di vista della loro allocazione in ambito regionale perché le regioni del sud sono costrette a comprare prestazioni al Nord che devono poi pagare attraverso il saldo tra mobilità attiva e passiva. Una partita di giro che per il 2017 si è tradotta  in un guadagno di 690 milioni perla Lombardiae 375 milioni per  l’Emilia Romagna e in altrettanto perdite per le regioni debitrici.

Una sorta di trasposizione nella produzione di prestazioni sanitarie  dei vantaggi comparati di Ricardo in cui alcune  regioni (quelle del Nord) di specializzano nel vendere prestazioni ad altre (quelle del Sud) che sempre più cadono nel circolo improduttivo delle dipendenza.

A questo si deve poi aggiungere, come ciliegina sulla torta,  la facoltà, ora prassi consolidata,  per le regioni ricche, di offrire ai propri cittadini super LEA sotto forma di prestazioni aggiuntive e il divieto  a quelle sotto piano di rientro di fare altrettanto.  Differenze dunque che si aggiungono a differenze  

Tutto questo, tuttavia,  diventerebbe  solo un pallido ricordo se i grillini non decideranno di opporre  il loro no a questa sciagurata deriva, purtroppo bipartisan che approda in queste ore al Consiglio dei Ministri.

Se il provvedimento avrà il via libera e proseguirà il sui iter parlamentare  ottenendo l’approvazione rafforzata dalle camere,  le regioni potrebbero aumentare il ventaglio di prestazioni offerte solo ai propri cittadini ( come del resto in parte già accade) mentre le altre dovranno renderle ancora più razionate. Ancora più pesanti le conseguenze sul personale perché anche i professionisti della salute potranno essere assunti, inquadrati e  pagati in modo differenziato con una inevitabile fuga  dei migliori verso il Nord. Ammesso e non concesso che anche il paese di nascita o residenza non diventi criterio di accesso.

E allora prepariamoci ai dazi,  ai passaporti e perché no alle cartelle cliniche scritte in dialetto.  Speriamo solo di non ritrovare i briganti a presidiare i valichi tra i diversi principati e ducati in cui si ritroverà spezzettato il paese

 

 

  

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