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Home - Notizie del giorno - Alleanza per la povertà: il tema non è una emergenza ma un problema strutturale

Alleanza per la povertà: il tema non è una emergenza ma un problema strutturale

5 Febbraio 2026
in Notizie del giorno, In evidenza
L’ascensore sociale si è rotto

SENZA FISSA DIMORA NELLA GALLERIA SOTTO LA STAZIONE CENTRALE SENZA TETTO CLOCHARD POVERTA' FREDDO

La povertà in Italia “non è un’emergenza, ma un problema strutturale, trasversale, complesso e plurale, che i dati Istat non bastano a fotografare”. Così Antonio Russo, portavoce nazionale di Alleanza contro la povertà, ha aperto oggi la presentazione del rapporto “L’Italia delle povertà”, realizzato dall’Alleanza contro la povertà insieme a Iref. L’incontro, a Roma, ha riunito studiosi, rappresentanti istituzionali, amministratori locali e operatori dell’informazione, in un confronto sui numeri e sulle analisi che vuole offrire “spunti e indicazioni per la migliore efficacia delle politiche, attualmente inadeguate”, ha aggiunto Russo. “Questo rapporto è in continuità con il lavoro svolto in questi mesi – ha ricordato Russo – con l’obiettivo di studiare la povertà, le sue cause e le sue ricadute, e di monitorare l’efficacia delle politiche di contrasto”.

Dal rapporto emerge con chiarezza che “non esiste la povertà, ma le povertà. E l’area della quasi-povertà si è ampliata e si assiste a una progressiva normalizzazione della povertà stessa, che entra nella vita quotidiana senza manifestarsi come marginalità estrema”, ha osservato ancora Russo. “La povertà è un processo, non uno stato – è stato sottolineato – ed è il prodotto di condizioni che non sono mai state realmente prese in carico. Oggi è sempre più difficile riscattarsi da una condizione di povertà relativa o assoluta”.

In tale contesto, le misure statistiche, “pur necessarie, non riescono a fotografare tutti i volti della povertà, mentre le politiche di contrasto faticano a essere implementate, come dimostrano le difficoltà nel passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione e al Supporto per la formazione e il lavoro. Anche il racconto pubblico della povertà condiziona fortemente le politiche e per questo abbiamo incluso nel rapporto un capitolo dedicato proprio a questo”, ha evidenziato.

La povertà, negli ultimi tempi, si è profondamente trasformata, andando a colpire fasce della popolazione per così dire “insospettabili”. Su questo soprattutto si è soffermato Remo Siza, membro del Comitato Tecnico di Alleanza contro la povertà in Italia e tra gli autori del rapporto. “C’è stata una modifica profonda dei profili sociali delle persone in povertà, che oggi non colpisce solo persone disoccupate o senza dimora. Oggi – ha spiegato – circa l’80% della popolazione vive condizioni economiche accettabili o in crescita, mentre il restante 20% ruota intorno alla povertà, anche se le statistiche ufficiali non collocano questa fascia tra i ‘poveri'”. All’interno di quest’area, dunque, “c’è un mondo di povertà non ufficiale, fatto di deprivazione e ristrettezze economiche, che spesso non emerge dalle statistiche”.

Tra i principali fattori di impoverimento, Siza ha indicato “bassi salari, instabilità lavorativa, lavori intermittenti”. In tutto ciò, c’è un elemento che preoccupa: “La povertà oggi riesce a nascondersi, perché non coincide con l’esclusione sociale. Tutti siamo nelle condizioni di partecipare alla vita sociale, per esempio attraverso i social, anche chi è in condizione di povertà, che così diventa invisibile. Io non saprei dire quanti nel mio palazzo siano in grave difficoltà, ma non posso escludere che ce ne siano”, ha detto.

Preoccupa anche l’aumento della povertà minorile, che “ha raggiunto nel 2024 il valore massimo almeno degli ultimi 10 anni. Non solo: la nascita di un figlio incrementa di quattro punti percentuali il rischio di povertà, con un’incidenza dell’8% tra i minori italiani e del 40% tra quelli stranieri”.

Sull’insufficienza delle statistiche ufficiali si è soffermato Gianfranco Zucca, ricercatore Iref. “Il rapporto propone un uso più articolato degli indicatori – ha detto – I tredici indicatori di base non sono sufficienti: per esempio, si può razionare il cibo e non risultare poveri, oppure si può essere poveri e non razionare il cibo”.

Anche il nesso tra affitto e povertà può essere fuorviante: “Istat, Caritas e Inapp sono concordi nell’evidenziare il nesso tra povertà e locazione, il che vuol dire che chi ha casa di proprietà non è povero. Ma anche questo non è vero: nel rapporto riportiamo dati su famiglie proprietarie di casa ma in condizione di quasi-povertà, perché magari l’immobile che possiedono è un vecchio casolare di poco valore”, ha detto ancora Zucca.

Un altro dato fuorviante riguarda la sostituzione dei cosiddetti beni durevoli: “La percentuale di persone che non riescono a sostituirli è diminuita, ma questo non significa che queste persone non siano povere. Quante di queste, per sostituire quel bene, si sono indebitate? Tante, visto che la percentuale di famiglie indebitate per credito al consumo è cresciuta, grazie anche al meccanismo del ‘buy now, pay later’, in cui spesso sono richieste pochissime garanzie”, ha detto ancora Zucca. Tutte analisi, queste, che il rapporto contiene, allo scopo di restituire una fotografia più esatta della povertà e quindi politiche più adeguate ed efficaci.

Le proposte e le raccomandazioni di Alleanza contro la povertà, alla luce di quanto rivelato dai dati e dalle analisi, sono state sintetizzate dalle ricercatrici Franca Maino e Chiara Agostini.
“Adi e Sfl non bastano: hanno durata limitata e importi insufficienti”, hanno evidenziato. “Serve un reddito minimo e il superamento delle logiche categoriali e della concezione work-oriented, che trasforma il lavoro in un adempimento obbligatorio. Servono formazione, orientamento e politiche sociali”.

Tra le raccomandazioni, dunque, “superare la frammentazione istituzionale”, istituire “una cabina di regia permanente”, “rafforzare i servizi sociali e per il lavoro”, investire in formazione e “costruire sistemi di monitoraggio e valutazione capaci di generare apprendimento. Se la povertà è, come appare evidente, un fenomeno multidimensionale, anche le politiche e le misure di contrasto devono esserlo, nell’ambito di una governance che deve essere plurale”.

Dalle analisi alle politiche. Enti locali e territori Alla presentazione del rapporto ha fatto seguito il tavolo con i rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali: tutti hanno assicurato che utilizzeranno il rapporto di Alleanza contro la povertà e Iref come strumento di analisi e di lavoro nell’implementazione e nell’arricchimento delle politiche.

Pasqualina Straface, coordinatrice della Commissione Politiche Sociali della Conferenza delle Regioni e Assessora all’Inclusione sociale, Sussidiarietà e Welfare della Regione Calabria, ha ricordato che “il quadro normativo è chiaro, ma ciò che la norma prevede spesso non viene attuato nei servizi, perché mancano interoperabilità, coordinamento e integrazione reale tra i settori”. “Accanto al beneficio economico, è indispensabile un percorso personalizzato e multilivello. Solo così la povertà potrà uscire da una logica emergenziale ed essere affrontata come fenomeno strutturale”.

Barbara Funari, Assessora alle Politiche Sociali di Roma Capitale, ha testimoniato che “i servizi sociali intercettano la povertà assoluta, ma non la fascia dei quasi poveri. Queste persone non si rivolgono ai servizi, anche perché sanno che i servizi non hanno molto da offrire loro. Per questo, si rivolgono spesso al terzo settore, prima ancora che ai servizi. E già su questo bisognerebbe riflettere e lavorare, mettendo a punto nuovi strumenti”, ha detto.

Uno sguardo più ampio e approfondito della povertà, sia dal punto di vista dell’analisi che delle politiche, è stato suggerito da Natale Forlani, Presidente Inapp e del Comitato scientifico per la valutazione delle misure di contrasto alla povertà, il quale ha innanzitutto riconosciuto il valore del lavoro di ricerca svolto da Alleanza contro la povertà e Iref, “per la ricchezza di spunti che ci consente di avere un patrimonio di valutazioni meno autoreferenziali”. Ha poi evidenziato che la povertà non si possa affrontare “solo con misure di contrasto alla povertà e interventi economici, ma richieda di agire a livello preventivo su temi come le migrazioni, le disparità di genere, le pensioni. Su questo si è fatto poco finora, ma è l’unico modo per dare una risposta efficace alle povertà”. Raccontare la povertà, difficile ma non impossibile L’ultima parte della mattinata è stata dedicata al tema della comunicazione, con la presentazione di Cecilia Spaccadenti, ricercatrice Iref, e il confronto tra tre giornalisti.

Stefano Arduini, direttore di Vita, ha riferito che “quando si parla di povertà, il racconto tende a polarizzarsi, a scapito della complessità. Questo perché il modello della comunicazione è guidato dagli algoritmi: se sei troppo complesso, non sei capito e vieni penalizzato”. Eppure, “la sfida è proprio questa: rendere ‘pop’ la complessità. Come si fa? Una risposta unica non esiste, ma bisogna provarci. Un modo può essere quello di leggerla dentro i fatti che accadono, come nel caso di Ponticelli, che chiaramente chiama in causa la povertà”.

Sul ruolo dell’informazione è intervenuto anche Luca Mazza, vice caporedattore di Avvenire: “Dare voce a chi non ha voce – ha detto – significa ribaltare le priorità: parlare di carcere, di scuola e di segregazione scolastica, di crisi demografica, di migrazioni e politiche europee, di guerre dimenticate, ma anche di lavoro e di distribuzione commerciale. La sfida non è scegliere tra numeri e storie – ha sottolineato – ma trovare un modo efficace e attrattivo per raccontare la povertà senza cancellarne la complessità”.

Infine Ivano Maiorella, direttore di Giornale Radio Sociale, ha richiamato la responsabilità e i limiti del lavoro giornalistico: “Comunicare la povertà significa comunicare un contesto che fatica a entrare nell’agenda. Ma il giornalista ha sempre due monete in tasca: la verità dell’editore e la propria verità. Le scelte sono individuali. La povertà è difficile da impaginare – ha aggiunto – ma microfoni e telecamere devono andare dentro i crepacci”.

Il confronto si è chiuso con una consapevolezza condivisa: “Siamo molto contenti di questo lavoro e continueremo su questa strada. Come Alleanza contro la povertà, continueremo a portare queste analisi sui tavoli delle istituzioni e degli enti locali, avanzando proposte e contribuendo a un dibattito pubblico più consapevole, capace di rendere visibile ciò che oggi resta troppo spesso invisibile”.

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