di Nicoletta Rocchi – segretario confederale Cgil
Nel suo recente intervento su Il Diario del Lavoro, Pier Paolo Baretta dà una lettura del congresso della Cgil troppo ansiosa e acrimoniosa per essere oggettiva. Il suo principale argomento è l’eccesso di politica o meglio la supposta partigianeria, che egli ravvisa nelle scelte della Cgil rispetto al quadro politico. Suggeritrice o gregaria a seconda di come la si voglia considerare, la Cgil si condannerebbe ad una funzione di rappresentanza intermittente, candidandosi di volta in volta al governo dei processi se a vincere le elezioni è lo schieramento amico o all’opposizione pregiudiziale se invece è lo schieramento avversario, sbagliando in entrambi a casi. Una Cgil fatalista e pessimista, ineluttabilmente rassegnata al declino del Paese e che si propone, attraverso un patto fiscale, la mera redistribuzione delle risorse, pur necessaria alla luce dei gravi scompensi degli ultimi anni, ma senza porsi il problema del pericolo di una loro progressiva riduzione.
Chi ha avuto tempo e voglia di leggere le nostre tesi congressuali sa che così non è, e che invece, accanto ad una analisi seria e preoccupata della situazione in cui versa oggi l’Italia, la stessa di Romano Prodi, del neo-governatore della Banca d’Italia, del presidente della Confindustria ed oggi anche del Corriere della Sera, la Cgil propone la sua idea di politica economica e industriale per affrontare i nodi strutturali e avviare un percorso di sviluppo stabile e duraturo. Liberalizzazioni nell’interesse dei consumatori e dei risparmiatori, lotta alle rendite e alle speculazioni, crescita dimensionale delle imprese, ricerca e innovazione per migliorare la specializzazione produttiva, infrastrutture rinnovate, welfare adeguato alla mutata domanda sociale, regole di governance delle strutture economiche e del mercato all’altezza di una democrazia economica più matura e di un Paese che vive il presente e si candida al futuro in chiave paritaria e competitiva nel contesto europeo e internazionale.
Un progetto che, nel rifiutare la politica dei due tempi, promuova lo sviluppo sostenibile e socialmente equo ed insieme migliori la qualità democratica, non solo economica, moltiplichi i suoi luoghi e i suoi tempi. E’ su questi contenuti e solo su questi che è lecito chiedere il rispetto, sollecitare il confronto ed anche la critica.
Non è dunque una Cgil arroccata, antiquata ed ideologica quella che emerge dal 15° congresso, ma, pur con limiti inevitabili, un’organizzazione moderna, responsabile, consapevole della sua parzialità e del bisogno di unione tra i soggetti della rappresentanza sociale.
Qui torna il nodo: il rapporto tra la dimensione sociale e quella politica, tra sindacati e partiti. La legislatura che abbiamo alle spalle, al netto delle laceranti divisioni che si sono prodotte tra Cgil, Cisl e Uil, mi sembra abbia dimostrato che una sintesi tra le diverse impostazioni sindacali sia possibile e quindi doverosa. E mi spiego. Il sistema bipolare ha prodotto cambiamenti che hanno implicazioni anche sul terreno delle relazioni industriali. L’alternanza al governo di schieramenti contrapposti, ancorché non del tutto compiuta, determina maggiore stabilità del quadro politico, durata fisiologica delle legislature ma, nel contempo, ha evidenziato le diversità tra i contendenti nelle sfide elettorali. Diversità limpidamente espresse dai programmi nei confronti degli elettori e degli altri attori sociali che esercitano rappresentanze collettive.
Ci possono essere governi che esprimono priorità politiche in linea, ad esempio, con gli interessi che il sindacato interpreta, o – come negli ultimi anni – governi che, del tutto legittimamente, fanno prevalente riferimento ad altri interessi e ceti sociali. Si possono realizzare politiche fiscali progressive e politiche sociali inclusive, oppure, al contrario, che puntano sulla riduzione della pressione fiscale a vantaggio soprattutto dei più abbienti e, conseguentemente, su un welfare da Stato minimo.
Si possono perseguire misure protezionistiche per le imprese oppure misure aperte a un mercato competitivo. E così via. L’esito dell’iniziativa di governo non dipende dunque solo dalla qualità di chi ne ha la responsabilità ma anche e soprattutto dalla qualità degli obiettivi che si propone e delle politiche per conseguirli. Che poi vadano più o meno bene per il Paese nel suo complesso è un altro discorso, che qui non intendo affrontare.
Mi interessa piuttosto – seguendo Baretta – evidenziare il rapporto tra questo quadro, basato sull’alternanza, e la rappresentanza sindacale. In proposito non vi è dubbio che le confederazioni siano diverse. Per la Cgil la qualità dell’interlocutore politico è, già di per sé, un aspetto che prefigura la qualità dell’interlocuzione, tanto più quando è già stata sperimentata negativamente. Per altri, la Cisl in primo luogo, così non è. Ma queste diverse attitudini non segnalano un grado di maggiore o minore modernità, come testimoniano le numerose esperienze sindacali che si misurano in Europa e nel resto del mondo. E, in fin dei conti, in questi anni, tutti noi, i più diffidenti e quelli che lo sono stati meno, abbiamo fatto i conti, caso per caso, vicenda dopo vicenda, con le proposte che sono state messe in campo. Abbiamo sviluppato la nostra iniziativa negoziale, che ci ha portato a sottoscrivere importanti protocolli su competitività e Mezzogiorno con tutte le associazioni datoriali, rimasti lettera morta una volta approdati sulle rive del governo, accordi di rinnovo contrattuale di quasi tutte le categorie, accordi aziendali e territoriali. Abbiamo gestito, riportando qualche significativo successo e anche degli insuccessi, gravi crisi aziendali e di interi settori. Abbiamo contestato le cose che a nostro avviso non andavano. Abbiamo tutelato la nostra base sociale e lo abbiamo fatto insieme, pur se ci aveva diviso una profonda differenza e un giudizio opposto sul patto per l’Italia – a sua volta, un patto di legislatura, o no? – e la legge 30, che ha dimostrato tutti i pericoli e anche le inefficienze quando si attenui la tutela collettiva.
Perché non raccogliere l’esperienza di questi anni e non assumerne l’insegnamento? Il sindacato confederale nel nostro Paese è una peculiarità importante, che fa la differenza, che svolge un ruolo insostituibile e che, per vincere, deve essere unito. Accettando il pluralismo come una ricchezza e non come motivo di divisione. Si può essere diversi e uniti, e solo così si può essere certi di fare il proprio dovere, nel pieno rispetto dell’autonomia che sta a cuore alla Cgil quanto alla Cisl e alla Uil.
Sostenere che al Paese occorre un lungo periodo di buona politica, un patto profondamente diverso da quello scaturito a Parma all’inizio delle precedente legislatura, non significa che la Cgil prenoti per sé una funzione di sindacato di governo. Anche se nel programma di uno schieramento politico si ravvisano importanti sintonie, tanto da augurarsi che, nel confronto con l’elettorato, esso possa ottenere il consenso per governare, la Cgil non ne diventerà un supporto esterno. Continuerà, come sempre, a ricercare prioritariamente le intese necessarie con le altre confederazioni. Insieme diremo i nostri sì e i nostri no. Insieme faremo le nostre battaglie, senza ricerca di primati o di canali preferenziali con la politica. Quanto alla qualità del sistema contrattuale, la discussione tra noi produrrà la proposta su cui ci confronteremo con i datori di lavoro.
I grandi accordi interconfederali su questa materia non si fanno tutti i giorni, perché debbono accompagnare periodi lunghi delle relazioni industriali. Se oggi la nuova priorità è la ricostruzione delle condizioni per una maggiore competitività del sistema economico in un contesto di profonde trasformazioni, anche a tale priorità occorre finalizzare la politica del sindacato, compresa quella contrattuale, nella consapevolezza, però, che occorre un disegno organico fatto di molti tasselli, e quello contrattuale ne rappresenta soltanto uno, seppure importante. Un disegno che sappia garantire unità alle relazioni industriali di un Paese in grave rischio di frantumazione e di egoismi locali, unità d’altronde essenziale per qualsiasi vera politica di tutti i redditi; un disegno che, rafforzando il potere complessivo del sindacato, dia spazi e responsabilità decentrati a tanti quadri sindacali – come sottolineava anche Savino Pezzotta nel suo appassionato intervento a Rimini -, un disegno che faciliti il concorso attivo dei lavoratori, organizzati nelle loro rappresentanze democratiche, allo sviluppo nazionale, aziendale e territoriale.
Federico Caffè, in occasione di un convegno cui parteciparono economisti e sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil, tenuto subito dopo il San Valentino del 1984 e la grave divisione che si determinò sulla scala mobile, diceva: “Non si può rimanere prigionieri delle divisioni, né porre preclusioni pregiudizievoli in problemi che implicano una convergenza unitaria da realizzare con pazienza e con la chiara consapevolezza che i suoi esiti investono l’intera società”.
A questa lezione di impegno civile mi permetto di richiamare me stessa e tutti coloro che, oggi, hanno in mano il destino del sindacato confederale italiano. Ci vuole coraggio e generosità per confrontarsi proficuamente, fermezza nelle proprie ragioni ma disponibilità a misurarsi con quelle degli altri.

























