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Borges e tre racconti russi

Marco Cianca
Maggio25/ 2022

 Jorge Luis Borges scelse tre racconti. “Il coccodrillo: un caso straordinario”. “Lazzaro”. “La morte di Ivan Il’ìc”. Fëdor Dostoevskij, Leonid Andreev, Lev Tolstoj. L’editore Franco Maria Ricci gli aveva affidato “La Biblioteca di Babele, collana di letture fantastiche” e da Buenos Aires il genio argentino indicava di volta in volta gli autori da pubblicare.

 Il trentesimo volumetto, di inconfondibile eleganza come gli altri, era dedicato alla letteratura russa. Vi erano narrati la surreale vicenda di un tipo inghiottito vivo da un grosso arcosauro, i tormenti del personaggio evangelico uscito dalla tomba, l’agonia di un magistrato che si interroga sull’inganno e le menzogne della vita.  Il libro fu stampato nel settembre 1981, quando a Mosca imperava ancora Breznev, che sarebbe morto l’anno successivo. Aveva mandato i carri armati a Praga e a Kabul, arduo sostenere che fosse migliore di Putin, magari se la giocano. Solzenicyn e Sacharov erano lì a testimoniare la nequizia dell’Unione Sovietica, ma nessuno si sognava di mettere all’indice, come avviene oggi, l’intera cultura di quell’immenso Paese.

Di certo, non lo faceva Borges. Il quale, nel selezionare i tre testi, rimarcava quanto sentisse vicini i loro creatori. Dostoevskij, che “quando parla della steppa ci sembra parli della pampa”. Tolstoj, che “coniuga la conoscenza dell’uomo e la perfezione letteraria”. E Andreev, capace di “modificare la nostra concezione del mondo”.

Nell’introduzione, ne ricorda “il doloroso destino”: “Conobbe assai da vicino la povertà e fu incalzato dalla volontà di suicidio. Il successo letterario ottenuto da I sette impiccati e dall’Abisso fu offuscato dalle persecuzioni politiche che soffrì. Partigiano della Rivoluzione e incompreso dai suoi compagni, fuggi in Finlandia, spinto dalla minaccia di essere assassinato. Vi morì in povertà, spogliato come Lazzaro, il suo protagonista, il suo doppio, di ogni speranza”.

Lazzaro, il redivivo, prima accolto con tripudio e tenerezza da parenti amici e poi piano piano abbandonato da tutti perché il suo sguardo sembrava trasmettere la fredda angoscia del sepolcro dove era stato rinchiuso. La “misteriosa stretta della morte”, narra Andreev, non lo aveva del tutto abbandonato e chi lo avvicinava finiva a sua volta in un paralizzante gorgo, fissando “l’imperscrutabile aldilà”.

“Venivano con grandi strepiti d’armi prodi guerrieri che non conoscevano la paura, giungevano tra canti e risate allegri giovanotti; preoccupati uomini di affari accorrevano per un attimo facendo tintinnare le monete; arcigni sacerdoti del tempio deponevano i bastoni presso la porta di Lazzaro: ma nessuno tornava com’era venuto: un’ombra terrificante gli calava inevitabilmente sull’animo, e il vecchio mondo assumeva un aspetto nuovo, sconosciuto”.

Un immenso buio e un grande vuoto, nei quali “non esisteva più il tempo e il principio di ogni cosa era ormai vicino alla fine”. Nessuno si prendeva più cura di lui, lo evitavano come un lebbroso, lo osservavano da lontano. “Nera sagoma di un uomo alto e obeso”, mentre camminava nel deserto, verso il sole calante all’orizzonte, come se volesse inseguirlo.

Augusto, incuriosito, volle conoscerlo. Fu condotto a Roma, impietrito nella propria indifferenza. Ma dopo averlo guardato negli occhi, e aver intravisto l’indicibile, l’imperatore decise di farglieli cavare con un ferro rovente. Lo riportarono in patria. Una sera se ne andò e non tornò più.

Borges, divenuto progressivamente cieco per una malattia ereditaria, non poteva che essere affascinato da una storia del genere. Come dalle altre due che aveva selezionato. Ironia, desolazione, speranza. Diceva: “Non vedo ma so che sono molte le strade”.

Il coccodrillo, Lazzaro, Ivan Il’ìc. Racconti. Per sopravvivere alla ottusa superficialità e alla tracotante sicumera che ammorbano l’aria.

Post-Scriptum: Una nuova battaglia del grano. È l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende, proclamava Mussolini. Clangore di cimbali, rullare di tamburi, squillo di trombe. Alla guerra, alla guerra!

Marco Cianca