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Home - Approfondimenti - Analisi - Capitale umano, istruzione, occupazione

Capitale umano, istruzione, occupazione

28 Novembre 2005
in Analisi

di Aris Accornero – professore emerito di socilologia industriale all’Università di Roma La Sapienza

Nell’ambito di un seminario sul tema ‘Le imprese italiane e il mercato del lavoro’, l’Aspen Institute si è chie-sto di recente come valorizzare il capitale umano per la competitività del Paese. Un quesito davvero cruciale, sul quale vale la pena di richiamare alcuni nodi che riguardano imprese e sindacati, ma anche famiglie e isti-tuzioni.
1. Il primo nodo è che le nostre forze di lavoro hanno un livello di istruzione inferiore alla media europea. Questo si nota innanzitutto fra gli occupati: negli stabilimenti Fiat Auto in corso di ristrutturazione, ben due terzi del personale non vanno oltre la licenza elementare e media. Persone poco istruite ci sono anche fra i disoccupati, specie quelli di lunga durata, che in genere sono anche più anziani ma dove non mancano i lau-reati ‘sbagliati’, cioè quelli in possesso di un titolo inflazionato.
La causa principale del nostro deficit di istruzione sta nel ritardato innalzamento dell’obbligo scolastico, che ci ha lasciati indietro perfino rispetto a paesi appena entrati nell’Unione Europea. Questo deficit influenza tutto il rapporto fra il sistema delle imprese e il mercato del lavoro. Infatti la domanda di laureati resta insuf-ficiente, anche se sale: basti dire che pure nel 2005 è rimasta al di sotto della quota di occupati dipendenti con istruzione universitaria (8,9% contro 10,6%, secondo gli ultimi dati del sistema Excelsior).
A questa carenza di domanda fa riscontro una offerta di laureati che appare lontana, e talvolta lontanissima, dai bisogni delle imprese. Bisogni fra i quali sembra esserci peraltro poco spazio per le lauree scientifiche, tipo matematica e fisica, che pure hanno un profondo anche se non immediato impatto sulla ricerca e sulla competitività. Qui, purtroppo, sono esigue sia la domanda che l’offerta… 
D’altronde, l’offerta del sistema universitario è ancora modellata dalla medesima domanda che alimenta gli impieghi pubblici, destinati innanzitutto all’amministrazione e all’istruzione. A loro volta, le scelte universita-rie delle famiglie e dei giovani sono influenzate da aspettative poco orientate al mercato. Infatti il titolo di studio rimane spesso la credenziale della mobilità sociale: per capirlo basta partecipare a una seduta di laurea nelle facoltà di massa, tipo quelle di Comunicazione. E purtroppo, l’ansia di promozione sociale non è stata affatto placata, ma semmai alimentata, dalle lauree triennali.
La conseguenza non è che mancano i laureati: mancano quelli giusti. Senza sognare una piena corrisponden-za fra le lauree domandate e le lauree offerte, bisogna proporre un chiaro do ut des: mantenere il valore lega-le del titolo di studio, ma modulare gli accessi secondo le prospettive d’impiego.
2. Il secondo nodo è che in Italia il tragitto dell’istruzione viene percorso da meno studenti e in più tempo. Infatti si lasciano per strada troppi giovani che abbandonano gli studi ‘in corso’ (alle superiori si ferma un alunno su tre) e si arriva alla laurea troppo tardi, mentre le università perdono quasi metà di coloro che vi so-no entrati.
AlmaLaurea ha testé annunciato che l’età dei laureati è scesa da 28 a 27,4 anni. Ciò vuol dire che neppure i corsi triennali, scelti da un terzo dei laureati, hanno apprezzabilmente abbreviato il tragitto. Questo è un grosso spreco ed è un’altra causa delle carenze dell’istruzione italiana: a parità di età, i nostri 25enni stanno ancora studiando. Come mostrano i loro bassi tassi di occupazione, il mercato del lavoro li aspetta invano. Non si può neppure può dire che quando vi entreranno saranno più istruiti dei loro colleghi francesi o dane-si… 
Il confronto è pesante soprattutto con i paesi dove la tutela dei genitori cessa a 18 o a 20 anni, dal momento che la nostra Corte Costituzionale l’ha fissata a 32 anni… Questo dato richiama una fenomenica ben nota: la maggiore durata della permanenza in famiglia, che continua a prolungarsi anche se con una dinamica rallen-tata. (Oggi, più per necessità che per scelta, come mostra l’ultimo Rapporto dell’Istat sulla situazione del Pae-se.)
Una conseguenza dell’attardarsi agli studi è che le imprese stentano a trovare giovani i quali, a parità di età, abbiano già fatto esperienze come negli altri paesi, e siano comunque pronti a impegnarsi in uno stage o in un tirocinio aziendale. Anche questo è uno spreco che non possiamo più permetterci.
 3. Un ultimo nodo è questo. Il post-fordismo – diciamo così, per brevità – ha sminuzzato la domanda di lavo-ro in base a parametri più selettivi e più individualizzati del passato, specie nei livelli di istruzione e di com-petenze (si veda il Rapporto Education di Confindustria). Due delle conseguenze vengono molto trascurate.
La prima è la tendenziale atomizzazione dell’incontro fra domanda e offerta. Ciò spinge le imprese a privile-giare i canali informali: la conoscenza diretta, il ‘passaparola’ dei dipendenti, le segnalazioni dei fornitori. Vi ricorre oltre metà delle imprese, non soltanto in Italia, dove la novità è semmai la rapida crescita di quel ca-nale in proprio che sono le banche-dati aziendali: lo evidenzia il sistema Excelsior per il 2005. Questi canali informali di incontro fra domanda e offerta possono porsi in competizione con quelli formali e talvolta pos-sono dare maggiore fiducia, dato il tipo di relazioni e di reticoli che attivano. E’ bene saperlo.
La seconda conseguenza è la maggiore personalizzazione dei processi di formazione professionale. (La chiamo così perché la diffusa retorica della ‘formazione permanente’ è spesso troppo vaga: pensate a come può suonare per gli operai della Fiat di Melfi, quasi tutti diplomati…). Non è detto che una tale personalizza-zione sia di per sé negativa, specie in un sistema come il nostro, dove i piccoli imprenditori lamentano spesso di fare training a vantaggio delle aziende maggiori.
In ogni caso, la personalizzazione dei processi formativi riporta necessariamente alla singola impresa e al si-stema locale. Questo dovrebbe spingere le parti sociali a occuparsene più direttamente, così come del ‘capi-tale umano’; e ciò è bene. Del resto, una domanda di lavoro più sminuzzata non richiede lavoratori più spe-cializzati, anzi. Questa tendenza richiede semmai delle basi culturali più ampie, più elevate, che aiutino o-gnuno a essere maggiormente aperto, reattivo e adattivo.

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