di Ida Regalia – Università degli studi di Milano
1. Che sia necessario, urgente, impegnarsi per la crescita, il rilancio dell’economia italiana è un punto che ormai da tempo accomuna tutti o quasi i commenti e le prese di posizione di analisti, politici, rappresentanti delle imprese e del lavoro. Diverse possono essere l’enfasi e le argomentazioni con cui si affronta il tema, specie dopo il miglioramento dell’andamento del Pil osservato l’anno appena trascorso. Ma almeno a parole tutti sembrano condividere l’idea che non si possa semplicemente lasciare che le cose si aggiustino da sé, e che la timida ripresa in atto e il miglioramento dei conti pubblici vadano invece utilizzati come occasione per un rilancio non congiunturale dello sviluppo.
E, come ci viene continuamente riproposto, il problema di fondo è quello del calo di produttività che da diversi anni interessa ormai la nostra economia e della perdita di competitività nei confronti non tanto dei paesi emergenti, quanto dei paesi a noi più vicini (1). Ma sul che fare, o su ciò che sia possibile fare, per rilanciare la crescita le posizioni tendono subito poi a diversificarsi. Ciò non stupisce più di tanto, del resto, dal momento che ciascuna parte sarà indotta a immaginare le soluzioni più immediatamente congruenti con il proprio punto di vista. Il che porta presto a contrapporsi un po’ stancamente intorno a coppie di concetti piuttosto prevedibili: flessibilità/ precarietà, mobilità imposta/ volontaria, eccetera.
Non è tuttavia su questo genere di distinzioni che mi sembra ora prioritario riflettere, quanto sulle opzioni più di fondo. Ormai diversi mesi fa, mi aveva colpito in proposito un commento di Francesco Daveri (2) che ragionava di possibili idee per lo sviluppo, lasciando intendere come la via della crescita non fosse affatto univoca, scontata.
“Obiettivo della prima parte della prossima legislatura”, si leggeva, “è far aumentare il reddito pro capite seguendo la strada ‘spagnola’, con l’aumento delle ore lavorate, e non quella ‘finlandese’, basata soprattutto sull’aumento della produttività”. “La ragione è semplice e plausibile.”, continuava Daveri, “Da qualche anno la produttività cresce poco o niente nell’economia italiana. Ma le misure necessarie per farla aumentare su un più lungo orizzonte di tempo richiedono qualche anno per diventare efficaci.” Quindi è bene “non promettere un ritorno alla crescita basato su un rapido boom di produttività, perché è un’eventualità improbabile. È invece più semplice pensare a far aumentare l’occupazione e le ore lavorate, l’altra fonte di crescita del Pil”. Quanto alle misure necessarie invece a far aumentare la produttività, esse sarebbero, come specificava in nota l’autore, “riforme scolastiche e dell’università in senso meritocratico, liberalizzazioni dei mercati dei beni e dei servizi che facilitino le riorganizzazioni aziendali e la diffusione delle nuove tecnologie”.
2. Si può naturalmente ritenere con l’economista che sia saggio cercare il rilancio dell’economia attraverso la via più facile e a breve dell’aumento delle ore lavorate, e di una flessibilizzazione ulteriore del mercato del lavoro, appunto alla ‘spagnola’. Ma e se si volesse invece volare alto e puntare davvero sull’altra via, quella di un aumento della produttività? È certo che il percorso si fa in questo caso più difficile, complesso, lungo, quasi una scommessa. Esso richiede da un lato precondizioni esigenti; e richiede dall’altro la messa in campo di una pluralità di misure: misure che non solo non hanno effetti visibili da subito, ma che non si attuano in modo automatico e richiedono il coinvolgimento di più parti e a più livelli.
Per un approfondimento del tema rimandiamo alle argomentazioni che si leggono in un documento recente, proposto da un autorevole gruppo di economisti e scienziati sociali (3), e raggiungibile nella sezione Documentazione del Diario del lavoro. A grandi linee, dunque, e largamente in sintonia con quanto annotato a margine nell’intervento citato di Daveri, precondizione è l’eliminazione delle posizioni di rendita, indispensabile per promuovere gli investimenti produttivi; quanto alle misure per agire direttamente sulla produttività, ciò che occorre sono investimenti in nuove tecnologie, in cambiamenti organizzativi ad alta performance, in sviluppo delle competenze.
Potremmo dire che se si opta per l’ipotesi di volare alto, non è tanto il che cosa si debba fare a essere problematico, ma il come riuscire a farlo. Dal momento che il mutamento necessario all’innovazione richiede la messa in campo dell’iniziativa, in qualche misura coordinata, di molti attori e in condizioni di incertezza. Viene chiamato in causa l’attore pubblico, per quanto riguarda liberalizzazioni, infrastrutture, ricerca, istruzione, buon funzionamento della macchina amministrativa. Ma vengono anche chiamati in causa gli attori privati, le imprese, i lavoratori e le loro organizzazioni: per quanto riguarda la disponibilità a investire in nuove tecnologie, in sviluppo del capitale organizzativo e in sviluppo del capitale umano; e per quanto riguarda la disponibilità a moderare la crescita del salario reale e insieme a favorire lo sviluppo della buona disposizione a cooperare, del commitment indispensabile al funzionamento dei sistemi produttivi ad alta performance.
Si noti che non solo è richiesta l’iniziativa di molti attori, ma di molti attori a molti livelli: sia al centro sia a livello locale e nei luoghi di lavoro in modo diffuso. E che occorre inoltre che i diversi apporti siano tra loro sufficientemente coerenti e coordinati, concomitanti. E si noti ancora che tutto questo dovrebbe aver luogo senza garanzie di poter vedere evidenti risultati positivi a breve e quindi entro un contesto che richiede non piccole dosi di fiducia nella buona fede e lealtà dei partecipanti.
3. Può questo realizzarsi (senza storture e disuguaglianze eccessive) senza un accordo tra tutte le parti principali coinvolte? In effetti, quanto più il mutamento è problematico, lungo, complesso, e facilmente esposto al rischio di defezioni e opportunismi, tanto più è opportuno che avvenga con il coinvolgimento e l’adesione il più possibile convinta, e interessata, di tutti gli attori rilevanti. Non a caso, da tempo sul tema del rilancio della produttività e della competitività del paese ritorna da più parti l’idea che occorra un nuovo patto sociale. (4) Ma su che cosa ci si dovrebbe accordare? E perché le diverse parti, portatrici di interessi differenti di cui non possono non tener conto, dovrebbero essere interessate a cercare l’accordo?
Nella formulazione che mi pare più convincente ed equilibrata, quella proposta nel documento già citato, il patto di cui oggi ci sarebbe bisogno dovrebbe basarsi sullo “scambio tra moderazione nella crescita del salario reale contro la predisposizione delle ‘condizioni’ per la crescita della produttività”.
Di quali siano tali condizioni in generale si è già fatto cenno. Ma rispetto a altre prese di posizione il punto probabilmente più originale e che qualifica la proposta è l’enfasi che viene posta sulla centralità degli investimenti in riorganizzazione dei luoghi di lavoro, e, in relazione a questo, sulla “causazione positiva”, come vien detto, tra buone relazioni industriali con presenza significativa del sindacato e produttività.
Punto fondante di quest’approccio, incentrato sugli investimenti in capitale organizzativo, e che quindi chiama in causa in primo luogo le imprese, è il dato, confortato da una vasta letteratura internazionale, “della stretta complementarietà tra investimenti in beni tangibili (nuove tecnologie) e intangibili (nuove pratiche di lavoro), da cui scaturisce la maggior propulsione alla crescita della produttività e della performance”. Cui è strettamente collegato il fatto che ciò presuppone una certa “stabilità dei rapporti di lavoro, indispensabile per un maggior coinvolgimento dei lavoratori nei processi di decisione e di gestione del cambiamento”.
In questo quadro, ai rappresentanti dei lavoratori e ai sindacati spetta “un doppio ruolo nel favorire la costruzione di una organizzazione ‘internamente’ flessibile nelle imprese”.
Da un lato essi possono sollecitare la disponibilità dei lavoratori nei confronti dell’innovazione organizzativa, impegnandosi in cambio a proteggerne le prospettive occupazionali e di carriera; dall’altro essi possono rendere organizzativamente più agevole e meno costosa l’introduzione delle nuove pratiche lavorative per le aziende, concorrendo a semplificare e rendere più fluidi attraverso la consultazione e il negoziato i processi di innovazione e superamento delle resistenze al cambiamento.
Quanto agli attori pubblici, a essi è affidato l’impegno non solo a abbattere con decisione le posizioni di rendita e a investire nell’offerta di servizi di ricerca, istruzione superiore e formazione finalizzata, ma anche a “stimolare gli investimenti nelle nuove tecnologie e in capitale umano, nonché a incanalare risorse per favorire l’introduzione e la diffusione dei processi di riorganizzazione (che sono costosi), a facilitare l’acquisizione di posizioni lavorative stabili e fornire incentivi economici ai lavoratori per compensarli degli sforzi cognitivi e di apprendimento”, controllando infine l’accesso alle risorse rese disponibili sulla base della coerenza dei progetti delle imprese.
In questa prospettiva, tutti le parti avrebbero dunque un ruolo essenziale, e potrebbero ragionevolmente attendersi vantaggi rilevanti, anche se non immediati, in termini di miglioramento della performance delle imprese, di sviluppo delle competenze e delle carriere, di aumento e stabilità occupazionale, di rilancio della crescita e della competitività su basi non congiunturali.
4. Ritenere che questa sia una buona strada per incentivare una buona crescita, perché durevole, di alto profilo e vantaggiosa per tutti, non significa però ritenere che questa sarà poi la strada che verrà effettivamente imboccata.
Chi scrive ritiene da sempre che la logica della concertazione, e del raggiungimento di patti in grado di orientare i comportamenti di attori con interessi diversi verso linee d’azione coerenti con obiettivi precedentemente concordati, sia la metodologia più adeguata per il raggiungimento di fini vantaggiosi per tutti, ma di cui nessuno è disposto a assumersi singolarmente i costi. Ma ritiene anche che sia la strada più difficile, perché presuppone la capacità di cooperare e la disponibilità a rinunciare ai comportamenti opportunistici e di defezione da parte di tutti gli attori rilevanti implicati.
Come ho già avuto modo di suggerire qualche tempo fa in questo stesso spazio, che la concertazione si realizzi non è solo una questione di ciò che è conveniente, per non dire auspicabile, fare, né è una questione, come spesso si è portati a immaginare, di semplice buona volontà delle parti. È piuttosto un complicato equilibrio di circostanze esterne, di opportunità a breve, di calcolo delle convenienze da parte di ciascun attore, in presenza di un qualche attore istituzionale in grado di mostrare di avere una visione per il futuro e di fungere da garante che le intese possano andare a buon fine.
Pertanto non sempre essa è possibile. E per questo è bene non farsi troppe illusioni.
E tuttavia i casi di concertazione realizzata non mancano nella storia recente delle relazioni industriali italiane. Non solo negli anni novanta si è avuta l’esperienza positiva dei patti sociali a livello nazionale. Ma anche prima, specie nella seconda metà degli anni ottanta, si era assistito a un certo fiorire di intese per la competitività e lo sviluppo nei luoghi di lavoro.
Quello fu un caso di concertazione decentrata entro un contesto delle relazioni industriali rissoso e ostile a livello nazionale; un caso di concertazione diffusa, basata su arrangiamenti locali, appartati, semiclandestini, senza coordinamento, potremmo anche dire senza reale consapevolezza da parte dei protagonisti (5). Nel nuovo scenario che si è aperto dopo lo stallo dei primi anni del nuovo secolo, non potrebbe esserci spazio per una nuova stagione di concertazione nei luoghi di lavoro, ma questa volta entro un disegno e alcune linee guida concordate al centro?
NOTE
(1) Vedi ad esempio il confronto con la Germania di Marco Leonardi (Lavoce.info, 18.07.05).
(2) Vedi Lavoce.info (29.03.06).
(3) Il riferimento è al manifesto Per un nuovo Patto Sociale sulla produttività e la crescita, presentato nel settembre del 2006 da un gruppo di economisti del lavoro e studiosi di relazioni industriali, e che ha presto raccolto oltre un centinaio di adesioni, tra cui quella di chi scrive. Sul Diario del lavoro ne ha già parlato nello scorso dicembre Leonello Tronti, presidente dell’Associazione italiana degli economisti del lavoro.
(4) Chi scrive era già intervenuta sul tema in questo spazio nel 2005, in seguito a una proposta di patto avanzata dal vicepresidente di Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali, Alberto Bombassei.
(5) Marino Regini l’ha definita ‘microconcertazione’. Un riferimento ancora valido è la ricerca Strategie di riaggiustamento industriale, curata appunto da Marino Regini e Charles Sabel e pubblicata dal Mulino nel 1989.


























