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Home - Approfondimenti - Analisi - Continuare a curare la flessibilità nei rapporti di lavoro

Continuare a curare la flessibilità nei rapporti di lavoro

14 Novembre 2005
in Analisi

di Carlo Dell’Aringa – ordinario di economia politica all’Università Cattolica di Milano

Il titolo di questa nota riporta una frase che è stata pronunciata, non dal presidente di qualche associazione  imprenditoriale, ma dal Presidente della Repubblica  in persona, in occasione di un incontro nelle Marche, giovedì 10 novembre. Il Presidente non può essere arruolato nel partito  a favore, o in quello contro, la flessibilità, ma i suoi continui richiami alle ragioni della crescita e dello sviluppo, meriterebbero di essere maggiormente ascoltati. Certamente non è (solo) curando la flessibilità nei rapporti di lavoro che si riprende il cammino della crescita. Il Presidente lo ha ricordato: occorre innanzitutto innovare nel campo dei prodotti e dei processi, e migliorare il funzionamento di tutti i mercati, a cominciare da quello dei servizi.

Per quel poco che può fare, la flessibilità del lavoro deve continuare comunque a svolgere il suo ruolo. E lo deve fare insieme con la lotta alla precarietà, attraverso una politica attiva e  la creazione di maggior sicurezza   nel mercato del lavoro.


Non si fa fatica a cogliere questo tipo di preoccupazioni e di sollecitazioni nel corposo e ben articolato scritto di Tiziano Treu, apparso sul Diario del Lavoro della settimana scorsa. Treu ha offerto un ventaglio di proposte a tutto campo. Un vero e proprio programma  di governo, meritevole di essere approfondito e discusso. Questa nota è un piccolo contributo in quella direzione, anche se si  limita  a sviluppare solo alcuni dei punti toccati.

La legge di riforma del mercato del lavoro che si è ispirata al pensiero di Marco Biagi non va certo cancellata, ma migliorata, dice Treu. Sono completamente d’accordo. Cancellare la legge sarebbe un errore clamoroso. Cambiarla in alcuni punti potrebbe essere molto utile. Si tratta di una legge densa di novità, forse troppe, al limite della complessità. La complessità, unità al conflitto ideologico che si è scatenato attorno alla legge, ha creato una miscela che ne ha compromesso gravemente il grado di incisività. Questo discorso riguarda la parte relativa ai rapporti di lavoro. Per quanto riguarda la parte relativa ai servizi all’impiego, essa rappresenta un passo in avanti importante nel  processo di riforma in atto.


Ciò che rimane da capire è se lo scarso successo che le nuove tipologie di rapporto di lavoro hanno sinora riscosso  presso le imprese e i lavoratori, sia  dovuto ai ritardi di applicazione . O se lo scarso successo sia da considerarsi definitivo. Il che dimostrerebbe che, almeno per questa parte, l’esperimento, ambizioso, non è riuscito.


 


Il disegno, ambizioso, era di sperimentare se un maggior numero di tipologie contrattuali   potesse arricchire il sistema regolatorio e renderlo più attrezzato e in grado di rispondere alle esigenze differenziate di quell’ insieme eterogeneo costituito dagli operatori del mercato del lavoro, lavoratori ed imprese. L’ispirazione non era tanto peregrina, se è vero che la Comunità Europea continuava a sollecitare gli Stati membri a rendere più appetitoso il menù di “contractual arrangements” a disposizione delle due parti del contratto di lavoro.


 


E invece è successa una cosa in buona misura imprevista, e cioè  che le due parti  non hanno apprezzato in misura adeguata questo esperimento (almeno sinora) e hanno dimostrato di rimanere affezionate ai contratti più tradizionali, quelli pre-esistenti come il contratto a tempo indeterminato, quello a tempo determinato, quello temporaneo (ex-interinale) e il part-time. Il resto, che è stato proposto con le nuove norme, sembra essere stato relegato a funzioni  di nicchia. Forse con l’unica eccezione dell’appalto di servizi e di alcuni aspetti della cessione di ramo di azienda, che, peraltro, a detta di molti, presentano più di un problema sul versante della sicurezza dei lavoratori . Questi problemi andrebbero rapidamente risolti. Questo punto  è stato sollevato in modo chiaro ed efficace da Treu, e al suo testo rinvio. Come rinvio alle sue osservazione sui nuovi Co.Co.Pro (lavoratori “a progetto”),  che hanno sostituito le vecchie collaborazioni. Le intenzioni della riforma erano buone  (contenere gli abusi), ma i risultati sono tuttora incerti. Occorre prendere atto di quanto molti sostengono da tempo, e cioè che il toro va preso per le corna. Il punto cruciale è  la bassa contribuzione cui sono sottoposte le collaborazioni : essa rappresenta  un incentivo (e una tentazione) troppo forte per le imprese. E va corretta, accelerando la tendenziale armonizzazione di trattamento con quella del  lavoro dipendente. Confortati anche dal  fatto che, con la riforma, i contributi serviranno per tenere le future pensioni a livelli decenti.


 


Precisato, quindi,  che non si può giudicare una legge col senno di poi, si deve anche riconoscere che del senno di poi  occorre fare buon uso, se si vuole fare tesoro di quanto i fatti stanno dimostrando.


I problemi, fra l’altro, sono tuttora  e in una buona misura, tutti presenti . E non sono solo quelli legati al protrarsi di contratti di lavoro temporanei. La precarietà ha anche connotati diversi, forse più gravi, che la discussione sulle nuove norme contrattuali fa spesso dimenticare. La disoccupazione di lunga durata, la povertà legata ai bassi salari, gran parte del lavoro sommerso. Se per affrontare questi problemi occorre, oltre che fare politica di sviluppo, “continuare a curare la flessibilità dei rapporti di lavoro”, occorre continuare a dedicare attenzione ai contratti tradizionali, quelli maggiormente utilizzati. Tiziano Treu lo fa. E lo fa con  un accenno al contratto a tempo determinato. In particolare si concentra sulle cosiddette  “causali” di questo contratto: questo è un possibile terreno da coltivare per migliorare la flessibilità, senza pregiudicare le garanzie per i lavoratori.


Il contratto a termine è probabilmente il principale strumento di flessibilità a disposizione delle aziende. Per quanto riguarda le “causali” si deve riconoscere che sia le specificazioni molto precise dei  diversi casi in cui è ammesso l’utilizzo, sia la individuazioni di cause molto generali, hanno rappresentato soluzioni che hanno creato, entrambe, seri problemi.


 


La confusione, i dubbi interpretativi, i pericoli di scontri sindacali, i rischi di contenzioso giudiziario, hanno continuamente condizionato le imprese ed hanno rappresentato un costo e un ostacolo probabilmente inutili . Il carattere di “eccezione” del contratto a termine (come la stessa Comunità Europea ci invita a riconoscere) va forse garantito in altro modo, non con cavillose o incomprensibili, perché troppo generiche,  specificazioni dei casi consentiti (spesso disattese, perché difficili da far rispettare e portatrici solo di rischi  di conflitto e contenzioso), ma con altre misure. I tetti numerici, che sono stati concordati in molti contratti collettivi, rappresentano un esempio molto interessante. Altro esempio può essere quello di una modesta contribuzione aggiuntiva, come suggerisce Treu. Questa esiste già per il lavoro temporaneo, ed esiste in altri Paesi (Francia), dove viene pagata al fine di sostenere i lavoratori in difficoltà. Un passo un po’ più deciso verso una liberalizzazione del contratto a termine, controbilanciata da controlli quantitativi e piccoli disincentivi (utili per finanziare un po’ di welfare a favore di questi lavoratori), andrebbe anche nella direzione di quella semplificazione del diritto che lo stesso mondo del lavoro richiede.


 


Quella del sostegno dei lavoratori nel mercato del lavoro è una politica che stenta tuttora a decollare. La ormai famosa “flex-security” va rilanciata a livelli più elevati.


Più “decenti” sussidi di disoccupazione e migliori servizi all’impiego devono risultare ai primi posti dell’agenda politica, e mi sembra che Treu lo sottolinei con la dovuta energia. I due tipi di interventi sviluppano fra loro forti sinergie, tali da farne un unico “pacchetto”. Al punto che l’uno richiede l’altro, per poter essere efficace. Sussidi ai disoccupati, concessi senza adeguati servizi all’impiego, scadono immediatamente in una politica “passiva” di carattere assistenziale.


Ora, i nostri servizi all’impiego dovrebbero , in un futuro che tutti sperano prossimo, dare il loro contributo fondamentale per una corretta amministrazione di adeguati sussidi ai disoccupati. Il contributo deve consistere nell’offrire effettive opportunità di impiego o di riqualificazione. Al contempo controllare che le offerte, se considerate ragionevoli, non vengano rifiutate dai disoccupati.


 


Ma rimane il dubbio di fondo : saranno in grado di svolgere questo servizio  e per di più per conto di un ente erogatore dei sussidi (l’Inps) che dipende da una amministrazione diversa da quella da cui dipendono gli stessi servizi all’impiego? Il dubbio è espresso da tutti coloro che hanno un po’ di dimestichezza con il grado di funzionalità dei servizi. E i dubbi rimangono seri, anche se si tiene conto che il servizio pubblico in questo delicato settore è migliorato in questi anni  e che un buon numero di Centri per l’impiego funzionano bene e sarebbero già in grado di svolgere quel servizio in modo efficace. Ma la maggioranza dei Centri per l’impiego, soprattutto nelle regioni meridionali (dove si concentrerebbe gran parte dei disoccupati sussidiati), sono ancora ben lontani da queste minimali condizioni di funzionamento.


Giustamente Treu richiama Regioni ed Enti locali alle loro responsabilità e accenna anche, correttamente, all’eventualità che lo Stato si appresti a dare sostegni sostanziali e a garantire comunque la funzionalità dei servizi.. E’ facile immaginare la risposta delle Autonomie : non ci sono abbastanza risorse finanziarie. Il che è vero, anche se le disfunzioni non dipendono solo dalla mancanza di risorse.


Quello che è certo, comunque, è che se riforma dei servizi e riforma degli ammortizzatori non procederanno di pari passo, si rischierà, se si aumenterà solo la “generosità” dei sussidi, di fare un clamoroso buco nell’acqua. Con ulteriore perdita di credibilità per la nostra ancora giovane ed incerta politica del lavoro. 

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