Probabilmente, c’è da rallegrarsi. Nel suo ultimo rapporto, il Fondo monetario internazionale prevede, per l’Italia, dopo il brusco crollo del 2012 e del 2013, una ripresa nel 2014. Lo sviluppo sarà un asfittico 0,5 per cento, ma il dato consolante è che, almeno, è lo stesso tasso che il Fmi aveva previsto lo scorso gennaio. La situazione, insomma, non è peggiorata. Dopo l’esperienza degli ultimi due anni, è già qualcosa.
A rimettere un po’ in movimento l’anchilosato meccanismo dell’economia italiana saranno, soprattutto, fattori esterni. In buona sostanza, una migliore economia mondiale dovrebbe rianimare le esportazioni. Ma poi? Cosa occorre per rianimare la crescita? Secondo i suggerimenti presentati all’ultimo vertice dei ministri finanziari europei da un think tank autorevole come Bruegel, fondamentalmente bisogna riavviare il credito, incentivando soprattutto i prestiti alle piccole e medie imprese. Magari, visto che la Banca centrale europea non può farlo, chiamando in causa la Banca europea degli investimenti a fornire garanzie su quei crediti. Più in generale, bisogna rifiatare un po’ sul tema dell’austerità Confermare gli obiettivi di risanamento, ma spostandoli un pò più avanti, per ridare ai bilanci pubblici un margine di manovra nel sostenere l’economia.
Tutto qui? Dal punto di vista italiano, il problema, con queste ricette, è che, nell’ipotesi migliore – e cioè che rivelino davvero efficaci – il risultato sarebbe riportarci alla situazione pre-crisi, ovvero al 2007. Tutt’altro che un traguardo: una situazione molto meno drammatica di oggi, ma certamente sconfortante. Una sorta di lungo, interminabile tunnel, dentro al quale l’Italia procedeva a passo di lumaca. La crescita, infatti, in Italia, non è un problema nato con la crisi finanziaria del 2008. Al contrario, è quasi una maledizione ultraventennale. E’ dall’inizio degli anni ’90 che l’economia italiana è praticamente ferma. In questo senso, l’Italia è il vero, grande malato d’Europa. Il ritmo di crescita degli ultimi quindici anni è quello di paesi fantasma, come Haiti o lo Zimbabwe.
Al fondo di questa paralisi, c’èl’esaurimento del modello di sviluppo, basato su piccole imprese con grande flessibilità e bassi costi, che ha fatto la fortuna dell’Italia del miracolo economico. Altri paesi ci hanno sostituito in questa strategia e l’Italia non sembra aver trovato un’alternativa. Occorrerebbero riforme coraggiose, ci suggeriscono anche dall’estero, ma il momento giusto per realizzarle sembra essere già sfuggito. Liberalizzare i mercati, dei beni e del lavoro, come suggerisce un rapporto del Fondo monetario internazionale, sarebbe la frustata di cui il paese ha bisogno. Ma è lo stesso Fmi ad avvertire che, con la profonda recessione in atto, quelle riforme, oggi, avrebbero un impatto pesante e negativo, nell’immediato, a cominciare dall’occupazione.
Liberalizzare i mercati – in particolare abbassando le barriere all’ingresso di nuove aziende – è, secondo il Fmi, lo strumento che può dare risultati di crescita, anche più ampi della riforma del mercato del lavoro. Attivando la concorrenza in mercati, oggi, chiusi, si alzano i livelli di attività e, nel medio termine, la domanda di lavoro. Significa, nell’arco di 4-5 anni, più produttività e meno disoccupazione. Ma, subito, nei primi 1-2 anni, la maggiore competitività significa un taglio di occupazione. Per usare il gergo degli economisti, se agli aumenti di produttività non fa riscontro un aumento di domanda, l’occupazione diminuisce. E, oggi, le possibilità di incentivare la domanda sono scarse.
Anche una riforma del mercato del lavoro, che riduca il dualismo fra lavoratori protetti e non protetti, per quanto desiderabile, ha controindicazioni nell’immediato, avverte ancora il Fmi. Ridurre le protezioni dei lavoratori a tempo indeterminato, infatti, renderebbe più facile licenziarli, ma, nell’attuale recessione, quei licenziamenti non sarebbero compensati subito dall’assunzione di chi, oggi, è ai margini del mercato del lavoro.
Maurizio Ricci

























