di Carlo De Masi, segretario generale Flaei Cisl
Le vicende delle ultime settimane hanno costretto tutti, dall’uomo della strada fino al più potente della terra, a dover prendere atto del lato più drammatico della globalizzazione. Nel tempo si è dibattuto molto sui vari aspetti del “villaggio finanziario globale” mettendo a confronto i vantaggi (decantati da molti), con gli svantaggi (denunciati e temuti da pochi). Tutto il mondo (dai grattacieli di Manhattan ai più sperduti villaggi asiatici e africani) ha imparato, in maniera rapida e brutale, che la potenza dominante e incontrastata della finanza in realtà nascondeva la più ingannevole e fragile delle “tigri di carta” che, per molti anni, aveva ingannevolmente spinto l’economia e gli altri settori dentro una spirale di dipendenza dagli affari. Insomma, senza accorgercene, siamo diventati vittime e protagonisti di un meccanismo virtuale e sempre meno controllabile in cui gli affari a breve termine (dai mutui facili alle stock-options, dai derivati ai paradisi fiscali) hanno avuto dominanza.
L’economia reale è diventata sempre più dipendente e condizionata dal business a “ritorno” rapido o immediato, abbandonando la ricerca di condizioni dello sviluppo durevole e della crescita nel lungo periodo. Alcuni, con una immagine colorita hanno parlato di capitalismo-casinò, nel senso di uomini d’affari che si comportavano esattamente come giocatori incalliti, seduti al tavolo verde. Molti di costoro hanno continuato a gettare le fiches sul tappeto (quasi mai estraendole dalle loro tasche) e hanno continuato a riscuotere vincite immediate e sostanziose. Sì, perché la roulette era truccata e uscivano sempre i loro numeri. Fino a quando non è saltato il banco.
La realtà economica di oggi, aspra e dolorosa, contraddice le belle parole e le lezioni impartiteci dal mondo della finanza, per tanto tempo. Ci mostravano le “tre carte” che, facendo girare vorticosamente i capitali e aumentando la liquidità mondiale, avrebbero diminuito, se non addirittura eliminato, i tradizionali rischi degli investimenti e dell’impresa. Le decisioni e le operazioni messe in campo non avevano altro obiettivo che l’arricchimento personale di qualcuno senza scrupoli. Niente può dimostrare che le fortune colossali di tanti managers di alto livello (negli Usa come in Europa) siano scaturite da reali performances delle imprese. Si sono semplicemente appropriati di una bella fetta di torta, senza che alcuna autorità o regolamento fosse in grado di fermarli.
La teoria economica del cosiddetto “effetto ruscello” o “trickle down” (per cui i benefici di un sistema economico dovrebbe calarsi in tutti i meandri del sistema stesso) ha mostrato di inaridirsi rapidamente quando si scende lungo la scala reddituale e salariale. La parte dedicata al salario nel reddito nazionale di numerosi paesi è caduta in maniera vertiginosa negli ultimi trent’anni, inesorabilmente confiscata da coloro che erano già opulenti in partenza. Si può dare colpa anche al sindacato di non essere riuscito ad evitare questo trasferimento di ricchezza dai semplici lavoratori a coloro che li dominavano dentro e fuori l’impresa?
L’azione sindacale è riuscita, senza dubbio, a migliorare il livello medio di vita, ma sul piano dell’uguaglianza e della dignità economica e sociale le nostre armi si sono spesso rilevate inadeguate a contrastare un avversario sfuggente, deterritorializzato, privo di corpo e anima: il mercato globale.
E’ giunto il momento di mettere un freno ai falsi miti che da New York o dalla City (e anche da qualche grattacielo nostrano) ci guardavano con condiscendenza, avendo in mano le moderne “bibbie” di Goldman Sachs, di Morgan Stanley e di tanti altri, primi fra tutti i famigerati “Chicago Boys”. E’ giunto il momento di abbattere un altro muro, forse più coriaceo di quello di Berlino. A nessuno dovrà più essere consentito di giocare sporco, senza regole e senza dover pagare i conti quando le cose non vanno per il verso giusto. Nel nostro piccolo, come Flaei e come Cisl, queste cose le diciamo da almeno un decennio: basta ricordare le prime fasi della cosiddetta liberalizzazione del settore elettrico e delle successive privatizzazioni delle aziende. Liberalizzazione e privatizzazioni che, come è sotto gli occhi di tutti, hanno portato anche le imprese energetiche a privilegiare gli aspetti finanziari di breve periodo rispetto a quelli industriali e agli investimenti (in particolare in infrastrutture e ricerca) proiettati nel lungo termine. Complici gli atteggiamenti passivi dei vari Governi che non sono stati in grado di decidere politiche di indirizzo (a partire da un nuovo piano energetico nazionale) che consentissero di controllare il futuro industriale ed occupazionale del settore.
Vorremmo che oggi la politica, il governo, le autorità, chi ci governa dimostrassero finalmente di essere in grado di garantire, a chi lavora e produce, il frutto certo del proprio impegno. Sia che si tratti di lavoro manuale e intellettuale, sia che si tratti di organizzazione e gestione di impresa, sia che si tratti di impegnare capitali di rischio. Non basta stanziare oltre 2000 miliardi di dollari (a tanto, e forse molto più, ammonta il sostegno che i singoli Governi – a partire da quello americano – hanno destinato al sostegno di banche e finanziarie. Una quantità immane di risorse che – come afferma il protocollo mondiale – saranno sottratte allo sviluppo ed al sostegno sociale. E’ necessario, infatti, che i Governi cambino le regole e impongano alle Banche che – da domani – gli investimenti vengano destinati allo sviluppo, alla realizzazione di infrastrutture, al sostegno dei sistemi produttivi ed alla sostenibilità ambientale. Se ciò non sarà fatto, avremo sprecato un sacrificio che, alla fin fine, pagano sempre i soliti. E le stesse banche riprenderanno, ad acque calme e nei loro facili costumi, gli investimenti a rischio e ad alto rendimento promossi dai mercati finanziari.
Tutti, infatti, affermano che questo enorme risanamento è come il ben noto “piano marshall”. Allora, Piano marshall sia! Ma, come allora, i soldi, dovranno essere destinati a realizzare strade, fabbriche, centrali elettriche (magari nucleari e fonti rinnovabili), reti energetiche e telematiche, a fare ricerca (anche in ambito sanitario). In breve a fare sviluppo: precondizione per la difesa della qualità di vita dell’occidente e per la lotta alla disperazione dei tanti diseredati della terra. Semplicemente, ma non banalmente, pretendiamo che si ritorni all’economia reale, attraverso un capitalismo etico. Quella che abbiamo appreso dai testi scolastici, ma soprattutto dal duro lavoro quotidiano. Una economia non virtuale, ma virtuosa. Una economia basata sulle regole e non sui giochi astratti. Una economia in cui ciascuno faccia la sua parte, tragga i suoi benefici e paghi anche, quando dovesse essere necessario, i propri conti. Una economia partecipata che coinvolga le parti sociali e che sia strumento per elaborare e condividere gli indirizzi politici e strategici del Paese, a partire dall’emergenza energetica. Oggi, purtroppo, e non sappiamo per quanto tempo ancora, i conti da pagare sono arrivati tutti ad una parte sola.


























