“Scioperi e manifestazioni proseguiranno se il governo non avvierà rapidamente un confronto vero e completo con le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici a Palazzo Chigi. L’incontro convocato dal ministro Urso per venerdì 28 novembre non rappresenta una svolta nella vertenza, che resta di fatto bloccata. Il decreto legge approvato dal Cdm, che sblocca 108 milioni, consente soltanto di garantire l’attività, seppur al minimo, fino a febbraio, ma non affronta il problema strutturale della siderurgia: l’ex Ilva è allo stremo economico, industriale e finanziario, e il piano di cui si parla non è un piano di rilancio, ma di chiusura a partire dal primo marzo”. Lo affermano in una nota Antonio Apa, coordinatore della Uilm Liguria, e Riccardo Serri, segretario generale della Uil Liguria.
“È quindi necessario – aggiungono Apa e Serri – rimediare ai danni prodotti finora, perché la strategia del ministro Urso, basata sulla cessione dell’ex Ilva a operatori internazionali, è fallita. Con quale credibilità il ministro convoca le organizzazioni sindacali del Nord e del Sud il 28 novembre senza un piano B, dopo il fallimento del primo? Condividiamo inoltre la posizione dei tre segretari generali Fim, Fiom e Uilm: l’incontro rischia di dividere i territori, mentre la vicenda siderurgica deve essere affrontata unitariamente a Palazzo Chigi, non frammentata”.
“Riteniamo anche sbagliato – sottolineano coordinatore della Uilm Liguria e il segretario generale della Uil Liguria – sostenere che i siti del Nord possano avere una vocazione separata da Taranto: ciò indebolirebbe la posizione negoziale. Al contrario, un’eventuale vendita a pezzi potrebbe semplicemente attirare acquirenti interessati a Cornigliano e Novi soltanto in presenza di un progetto industriale e finanziario solido. Il governo, oggi in una fase di relativa stabilità e con conti pubblici in riordino, può e deve assumersi la piena responsabilità del futuro della siderurgia. Basta parlare di partner in arrivo: dopo decenni di tentativi falliti è chiaro che non verrà nessun salvatore esterno”.
“Serve invece una cordata italiana – concludono Apa e Serri – con partecipazione diretta dello Stato, recuperando il piano industriale già illustrato a suo tempo a Palazzo Chigi. Non si tratta di un ritorno allo statalismo, ma di un intervento straordinario in un settore strategico che il Paese non può perdere. Lo Stato deve intervenire direttamente: fissare tempi e direttive, finanziare la messa in sicurezza, sostenere la ripartenza produttiva, imporre una governance efficiente. Solo successivamente una cordata di privati, selezionata per solidità industriale, potrà proseguire l’attività. L’acciaio non è un settore come gli altri: è la base delle infrastrutture, della manifattura e della sicurezza economica nazionale. Rinunciarvi significa accettare di diventare un Paese industrialmente irrilevante”.




























