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Home - Approfondimenti - Interviste - Genovesi, il sindacato è ancora credibile, ma occorrono unità e innovazione

Genovesi, il sindacato è ancora credibile, ma occorrono unità e innovazione

17 Aprile 2013
in Interviste

La crisi dei corpi intermedi è composta di diversi stadi del virus: crisi di legittimazione, di incisività, di rappresentanza, di partecipazione. La politica, i partiti, li soffrono tutti. Il sindacato no, la sola crisi di cui veramente soffre è quella di rappresentanza, ma occorre fare attenzione, perché il passo per essere colpiti anche dagli altri “virus” è davvero molto breve. Questo, in sintesi, il ragionamento che espone Alessandro Genovesi, giovane dirigente cigiellino, segretario generale della Basilicata, in questa intervista al Diario del lavoro.

Oggi, soprattutto per quanto riguarda la politica la devastazione è evidente: mancanza di incisività, di partecipazione, di legittimazione. Secondo lei, come siamo arrivati a questo?

I cittadini partecipano sempre meno alla vita dei partiti perché vedono la scarsa incisività della politica sui problemi reali. Questo ci porta dritti alla crisi di rappresentanza e, da lì, alla delegittimazione: a che servono i partiti se tutto lo decidono altre sedi, le banche, la finanza internazionale, il Fondo Monetario, la Bce, ecc, e se i cittadini non si sentono più rappresentati?

Lei afferma che il sindacato non ha questo tipo di crisi. Sicuro?

Il sindacato ha un problema di rappresentanza, e le spiego per quale motivo con un paio di cifre. A livello nazionale, su un milione di nuovi rapporti di lavoro, 350 mila sono subordinati a tempo indeterminato, cioè un contratto di lavoro dipendente diciamo tradizionale, e di questi 80 mila nelle aziende sopra i 15 dipendenti. Tutto il resto, cioè 650 mila, sono partite Iva e simili. Da noi, in Basilicata, su 8 mila nuove assunzioni, contro 20 mila posti persi, cioè un saldo negativo di 12 mila posti di lavoro, solo 2 mila sono “agganciabili” dal sindacato. Gli altri, sono un magma in cui è impossibile penetrare. La mia “cassetta degli attrezzi” tradizionale mi consente di intercettare due lavoratori su 8. A lungo andare parliamo a sempre meno persone. La crisi di rappresentatività nasce da qui.

Come si risolve?

Trovando nuovi modi, nuovi luoghi, per aggregare le persone. Ma va ricordato che con quelle che già aggreghiamo non soffriamo alcuna crisi di partecipazione, anzi: i miei 60 mila iscritti partecipano eccome, vogliono contare e contano.

Parlava di cassetta degli attrezzi inadeguata. Cosa intende?

La nuova cassetta degli attrezzi è un nuovo modello contrattuale, che è necessario e urgente. Ma non solo: occorre anche un nuovo modello organizzativo. Non si può impiantare un sistema contrattuale innovativo su una struttura organizzativa datata, e tenere disgiunte le due cose sarebbe folle.

E come dovrebbe essere una struttura organizzativa adeguata ai tempi?

Dobbiamo tornare al passato, paradossalmente. Tornare al modello delle camere del lavoro storiche, dove c’era chi ti insegnava a leggere e scrivere, il mutuo soccorso, ecc. E che accoglievano il bracciante, l’operaio, il disoccupato. I quali, a loro volta, andavano in camera del lavoro per incontrare “il sindacato”: non la tale struttura, non la tale categoria, ma un punto di riferimento a 360 gradi.

Parlavamo di crisi di incivisità. Pensa che oggi il sindacato incida sulle scelte economiche e sociali del paese?

A livello territoriale e aziendale sicuramente sì. La crisi, paradossalmente, ci restituisce ruolo e potere, aumentano le tessere. Siamo un punto di riferimento, non solo per i lavoratori, ma anche per gli stessi “padroni”: noi sappiamo gestire una ristrutturazione, sappiamo come si apre una procedura di cig, ecc. Inoltre, nelle piccole comunità, il sindacato è come il prete, il sindaco, il maresciallo dei carabinieri. Un punto di riferimento per tutti.

E a livello nazionale?

Lì il discorso cambia. Sui temi macro siamo molto meno incivisi. Questo perché a livello nazionale il sindacato non ha più un interlocutore da anni. Sul territorio noi facciamo concertazione con tutti gli enti locali, mentre a livello nazionale prima Berlusconi e poi Monti l’hanno negata, cancellata. L’ultima grande trattativa nazionale che ha riconosciuto la legittimità del sindacato come soggetto generale è stata l’accordo sul welfare con il governo Prodi nel 2007. Da allora, nulla più.

E quindi arriviamo alla legittimazione: qualcuno prima o poi vi chiederà che ci state a fare, se non siete in grado di cambiare le cose, di incidere sulle scelte.

Il sindacato è ancora riconosciuto come un soggetto autorevole, ma certo abbiamo un tasso di conservazione molto forte che ci rende estranei a larghe fette di popolazione. Il precario, come abbiamo già detto, non ci riconosce, non ci considera. Anche per colpa nostra: ci siamo illusi per anni che fossero una eccezione del normale contratto di lavoro, per scoprire che ormai l’eccezione è proprio il contratto stabile. Quindi, o prendiamo di petto le prime due possibili crisi, e cioè rappresentanza e incisività, o rischiamo di mettere in discussione anche la nostra legittimità.

Qualche segnale già c’è. I grillini che dicono a Bersani “le parti sociali siamo noi”, per esempio.

Queste parole indicano il rischio che il sistema politico e istituzionale non ci riconosca più. Ma attenzione, perché quando salta il patto sociale salta anche il patto democratico, e se prendono piede la disgregazione istituzionale e sociale, il populismo, rischiamo tutti: non solo il sindacato, ma il paese.

Quanto conta in questo contesto l’unità sindacale?

In Basilicata da mesi stiamo lavorando con fortissimo spirito unitario. E presto raccoglieremo i frutti del nostro impegno. Con Cisl e Uil abbiamo differenze profonde, ma la fase eccezionale che stiamo vivendo richiede la ricerca di tutto ciò che ci unisce. Togliatti a Salerno non disdegnava il patto con i monarchici. O più semplicemente, come dice il proverbio: qualunque porto in una tempesta, e oggi siamo in una tempesta tutti. Però stare insieme per governare la crisi non basta: occorre individuare una nuova direzione in cui muoverci unitariamente, un percorso comune e innovativo, non conservativo.

Ma come si definisce la nuova direzione? Qual è la bussola?

La bussola è tutto ciò che rimette in moto la redistribuzione verso il basso, di lavoro e di risorse: i soldi per la sopravvivenza, il lavoro per la democrazia. Sul piano organizzativo, va ricercato un compromesso tra il ruolo dei lavoratori e quello dei dirigenti. L’uno senza l’altro rischia di risultare irresponsabile o autistico, a seconda dei casi.

Cioè?

Se pensiamo che la discussione si possa esaurire tutta nei gruppi dirigenti, non andiamo da nessuna parte. Ma non funziona nemmeno la formula che da’ l’ultima parola ai lavoratori, deresponsabilizzando il gruppo dirigente rispetto alle scelte e alle decisioni. Era Pilato che non si assumeva alcuna responsabilità, che chiedeva ai giudei di esprimersi su Gesù o Barabba. E si sa come è andata a finire. In concreto: io credo che il miglior equilibrio, su questi temi, era quello individuato col documento unitario del 1998. Oggi va riscritto e adeguato ai tempi, ma rappresentava il punto più avanzato di proposta, indicava una direzione, ed è ancora da lì che oggi si può ripartire.

Nunzia Penelope

redazione

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