di Giorgio Caprioli – Segretario generale Fim-Cisl
La recente chiusura del contratto dei mMetalmeccanici tedeschi rappresenta un buon esempio in vista dell’imminente apertura del negoziato per il rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici italiani. Una trasposizione dell’esito tedesco sulle vicende italiane non è possibile, a causa delle profonde differenze tra i due modelli: quello tedesco basato su un solo livello salariale, contrariamente ai due livelli italiani; quello tedesco basato sulla libera adesione delle imprese, contrariamente alla natura erga-omnes di quello italiano; l’alta crescita di produttività realizzata in Germania, contrariamente a una ripresa, ancora da consolidare, della stessa in Italia.
Ma, guardando più in profondità le cose, alcuni insegnamenti possono arrivarci comunque.
Il principale è la grande capacità di mediazione tra le parti, realizzata in 20 ore di trattativa non-stop. In questo breve lasso di tempo gli imprenditori si sono mossi da un’offerta iniziale basata solo su un’offerta una-tantum ai consistenti aumenti finali e il sindacato è passato da una richiesta di aumenti del 6,5% annuo ad un accordo che prevede, a regime, aumenti del 3,7% più le due una-tantum, riducendo del 43% la propria richiesta iniziale. E’ prevalso un robusto realismo di entrambi le parti e una sotterranea intesa volta a non disturbare con agitazioni e scioperi la poderosa ripresa in atto in Germania.
Questo realismo ha radici antiche, che affondano in una fondamentale condivisione di un modello partecipativo che corresponsabilizza fortemente le parti in causa. In Italia non è così, perché la scelta partecipativa è stata giocata in termini strumentali dalle imprese, che non hanno mai investito fino in fondo su di essa.
I due contratti non sono paragonabili anche perché la piattaforma italiana presenta una robusta parte normativa, assente in quella tedesca. E proprio dal confronto su questa parte possono venire indicazioni significative su quale direzione prendono le relazioni sindacali in Italia. Cito, in proposito, due esempi. Il primo è la riforma dell’inquadramento unico, che è già stato varato dal contratto del 2003 e la cui realizzazione pratica si è arenata per l’indisponibilità della Federmeccanica a portare avanti il confronto in sede di commissione, come previsto, appunto, nell’accordo del 2003. Che l’inquadramento sia vecchio e da rifare è ormai argomento riconosciuto da ambo le parti, come è riconosciuto il nuovo impianto che lo dovrebbe caratterizzare, basato su cinque fasce professionali anziché sugli attuali otto livelli. Perché dunque non si procede? Perché Federmeccanica teme i costi di una riforma ormai non più rinviabile, senza valutarne anche i benefici in termini di trasparenza, chiarezza e riconoscibilità dei nuovi criteri da adottare per misurare la professionalità espressa dai lavoratori, preferendo restare attaccata a un sistema ormai inservibile e corretto unilateralmente dalle imprese attraverso la concessione di aumenti unilaterali “ad personam”.
Il secondo esempio è rappresentato dalle richieste per porre limiti agli abusi nell’utilizzo di contratti a tempo determinato. Anche in questo caso la fondatezza del problema è riconosciuta, ma le diverse strade proposte per risolverlo si trovano sbarrate da obiezioni fondate, in ultima analisi, sulla convinzione che è meglio avere le mani libere.
Questa propensione delle controparti a riconoscere i problemi senza mai avere il coraggio di affrontarli rivela una ristrettezza di vedute che, in definitiva, è basata sull’antico pregiudizio che il lavoro è sostanzialmente un costo da tenere a bada e non merita un riconoscimento più ampio e una valorizzazione fondata non solo su istanze ispirate alla giustizia sociale, ma anche su aspetti di convenienza per le imprese.
Da come saranno affrontate queste ed altre questioni normative dipende anche l’esito della trattativa sulla parte economica. La richiesta sindacale va indubbiamente molto al di là dell’inflazione. Ma ha dei buoni motivi.
Il primo è la diffusa necessità di miglioramenti salariali dovuta al fatto che l’inflazione percepita è molto superiore a quella misurata dall’Istat. Recentemente lo stesso istituto ha reso noto che, modificando il paniere secondo la composizione della spesa di redditi bassi, l’inflazione cresce dal 2 al 2,8%. E in uno studio pubblicato dal Sole-24 Ore si afferma che misurando l’inflazione italiana con l’uso di panieri stranieri, questa sarebbe pari al 3%.
Il secondo motivo è che dopo anni di andamenti vicini allo zero della crescita del Pil e della produttività, nel 2006 questi indicatori sono saliti rispettivamente all’1,9% e all’1,5%. Non si tratta di risultati clamorosi, ma indubbiamente di una significativa inversione di tendenza.
Il terzo motivo è che le aziende potranno beneficiare dell’intervento della Finanziaria sul cuneo fiscale, pari al 3%.
Tornando al confronto con i tedeschi, occorre ancora ricordare che le paghe dei metalmeccanici in quel paese sono quasi il doppio delle nostre, e questo non impedisce alla Germania di essere ai primi posti per competitività e per capacità espansive nelle esportazioni. Il nostro secondo livello contrattuale è debole e incerto perché presente in circa la metà dei lavoratori metalmeccanici. Espanderlo e rafforzarlo è un obiettivo giusto e condivisibile ma, anche qui, le nostre proposte di generalizzazione ed esigibilità sono state fino ad ora prese molto poco sul serio dalla controparte .
E’ presente in piattaforma una rivendicazione salariale pari a 30,00 euro per i tanti lavoratori privi del secondo livello di contrattazione. Anche su questo misureremo la volontà effettiva di Federmeccanica di muoversi verso un modello di relazioni che sappia valorizzare il lavoro riconoscendogli dignità e diritti.


























