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Home - Approfondimenti - La nota - Il manifesto di Prodi per il rilancio dell’Italia

Il manifesto di Prodi per il rilancio dell’Italia

di Fernando Liuzzi
27 Giugno 2014
in La nota
Il manifesto di Prodi per il rilancio dell’Italia

“Otto proposte per la rinascita dell’industria”: è questo il titolo di un intervento di Romano Prodi pubblicato dal Messaggero, il 22 giugno, nella posizione solitamente riservata agli editoriali. Ma, autorevolezza della collocazione a parte, l’ampiezza dell’articolo e il carattere anche relativamente dettagliato delle proposte superano i limiti esortativi propri degli editoriali, e fanno dell’intervento prodiano qualcosa di più simile a un manifesto. Un manifesto che, peraltro, giunge molto tempestivo, poiché ben si inserisce in un’attualissima, quanto variegata, corrente politico-culturale che si viene manifestando sulle due sponde dell’Atlantico come favorevole a una nuova stagione di politiche industriali volte a promuovere una nuova fase di sviluppo dell’industria manifatturiera. Corrente che va dalla campagna promossa dal Presidente Usa, Barack Obama, per il cosiddetto re-shoring, ovvero per il ritorno in Patria delle produzioni già migrate oltremare (analizzata da Alberto Orioli sul Sole 24 Ore del 19 giugno: “La lezione di Obama per il ritorno dell’industria”), al dibattito innescato dalle ricerche dall’economista italo-anglo-americana Mariana Mazzucato (intervistata dal Diario del lavoro il 18 giugno) sul fondamentale ruolo dello Stato nella promozione dell’innovazione.

“Il settore industriale rimane il nucleo portante della nostra economia, il fulcro di ogni possibile futuro sviluppo e la principale fonte, diretta o indiretta, di nuova occupazione”, dichiara Prodi, in apertura del suo intervento, con parole nette e inequivocabili. Parole non dissimili, peraltro, da quelle pronunciate il 29 maggio, in occasione dell’Assemblea annuale di Confindustria, dal nuovo ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. Per la quale “il manifatturiero è la spina dorsale del nostro Paese, il fondamento di quella cultura del lavoro e della qualità che ha fatto grande l’Italia”. E che ritiene quindi fuorviante l’idea, che dominava il dibattito solo pochi anni fa, secondo cui “la manifattura sarebbe scomparsa dai paesi avanzati, destinati esclusivamente a ospitare servizi ad alto valore aggiunto”.

Dopo aver effettuato questa presa di posizione, Prodi – che parla di questi argomenti con la competenza e la scioltezza di chi, prima di entrare in politica, è stato docente di Economia industriale, nonché Presidente dell’Iri -, afferma che si deve adesso riflettere sulle azioni da intraprendere per trasformare la “eventuale ripresa”, secondo alcuni ormai alle viste, in “un rafforzamento permanente delle nostre strutture produttive”. Raccogliendo così anche l’appello lanciato, lo stesso 29 maggio, dal Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, il quale, dopo aver osservato che “un po’ ovunque nel mondo” si viene delineando “una nuova stagione di industrializzazione”, si era lamentato del fatto che “l’industria è al centro delle politiche ovunque, ma non in Italia”.

Con il suo manifesto, Prodi dice dunque tre cose. Prima: per l’economia italiana l’industria è decisiva. Seconda: una nuova stagione di politica industriale è necessaria e possibile. Terza: ecco le mie otto, articolate proposte. Anche se, come vedremo, le proposte specifiche sono più numerose. Otto, in realtà, sono i nodi problematici affrontati dal professore.

Prima proposta. Prodi non è un tipo banale. Per parlare di industria comincia dal credito, senza peraltro unirsi al coro di chi ritiene le banche responsabili di ogni male. Prende atto del restringimento del credito – via, via peggiorato “con l’aggravarsi della crisi” -, elenca le cause del fenomeno e poi mette il dito sulla piaga, ovvero sul fatto, già rilevato dal Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali del 30 maggio scorso (pag. 15), che, in Italia, “le fonti di finanziamento delle imprese sono per l’85% di origine bancaria, mentre tale percentuale è nettamente inferiore nei maggiori Paesi concorrenti”. Ed ecco la proposta: “Per evitare la quasi esclusiva dipendenza dal credito bancario”, occorre cercare “fonti alternative di capitale”, provenienti “dagli stessi proprietari, da fondi specializzati o, buon ultimo, dalla Borsa”.

Morale della favola: se in Italiala Borsaè asfittica, e se il peso relativo delle banche è eccessivo, il che si nota di più in una fase di restringimento creditizio globale, bisogna darsi da fare per cercare altre vie di finanziamento delle imprese.

Secondo punto. Già Visco, nelle sopracitate Considerazioni finali, aveva denunciato la sottocapitalizzazione delle nostre imprese, sostenendo che occorre incoraggiare gli imprenditori a “impegnare risorse proprie, mostrando per primi fiducia nelle prospettive delle loro aziende” (pag. 17). In termini anche più espliciti, Prodi sostiene adesso che è necessaria “una legislazione volta ad aumentare la convenienza ad apportare capitale proprio nelle imprese”. E ciò anche perché “se i proprietari non hanno fiducia nella propria creatura, è difficile che la possano avere le banche”. In sostanza, “avere imprese povere e padroni ricchi non giova né al proprietario, né all’impresa”.

Inoltre, in un paese “in cui sono scomparse tutte le imprese manifatturiere di grandi dimensioni, dobbiamo aumentare la dimensione e la forza delle aziende minori”. Ne segue che una legge e una serie di politiche pubbliche e di politiche bancarie “volte a incentivare fusioni e concentrazioni”, sembrano essere “lo strumento necessario per rendere le nostre strutture produttive in grado di competere nei nuovi mercati globali”.

Terzo punto. “Una buona politica industriale”, osserva Prodi, deve però tener conto del fatto che “le nostre imprese sono, in generale, imprese familiari.” Orbene, “l’ingegnosità e i sacrifici delle famiglie hanno reso grande il nostro sistema industriale, ma tali virtù entrano regolarmente in crisi ad ogni passaggio di generazione o nei frequenti episodi di tensioni familiari”.

Che fare allora? Anche qui Prodi sforna due proposte. Da un lato, ci vorrebbe “una legislazione volta a facilitare (sull’esempio della Germania) la nascita di fondazioni che, mantenendo il ruolo proprietario della famiglia, garantiscano la continuità dello sviluppo dell’azienda anche nei momenti di crisi familiari o di passaggi generazionali”. Dall’altro, qualcuno dovrebbe spiegare ai nostri imprenditori che manager esterni alla famiglia possono essere non solo utili, ma anche importanti e che, in ogni caso, è necessario preparare le successioni “bene e per tempo”.

Quarto punto. Sempre allo scopo di mantenere la continuità delle aziende esistenti, Prodi afferma che “occorre revisionare alcune leggi”, come quelle in materia di fallimento. In particolare, si tratta di “modificare alcune norme che scoraggiano le possibili nuove iniziative di un imprenditore che è fallito in buona fede e nel rispetto delle leggi”. Il che “è particolarmente importante perché le nuove iniziative (le cosiddette Start Up) sono, per definizione, più rischiose”. Non per caso, quindi, “sbagliare e avere la possibilità di riprovare fa parte delle regole del gioco” nei paesi “più evoluti”.

Quinto punto. Qui l’obiettivo cambia radicalmente, spostandosi dalla difesa e dall’implementazione dell’azienda italiana ai rapporti con le grandi imprese straniere. Imprese la cui presenza “risulta determinante per assorbire le tecnologie e i metodi gestionali indispensabili per l’aumento della produttività”. Secondo Prodi, è quindi necessario che l’Italia si doti di “una politica di attrazione delle multinazionali”. E ciò tenendo presente che, mentre alcune “fuggono atterrite da una burocrazia invincibile e da regole sulle modalità di prestazione del lavoro spesso incomprensibili”, altre, che “da più anni hanno confidenza col nostro paese (General Electric, Bosch o Philip Morris)”, hanno deciso recentemente “di ampliare la loro presenza in Italia”; e ciò “dopo aver diligentemente confrontato costi e convenienze rispetto agli altri paesi”.

Affinché questa tendenza “possa generalizzarsi”, la priorità “non è diminuire il costo del lavoro orario”, né accrescere “la pur necessaria flessibilità in entrata e in uscita dal lavoro”. Quel che conta è, semmai, rendere “più flessibili, più cooperative e più logiche le modalità di prestazione” del lavoro stesso. Soprattutto, però, bisogna sapere che la “diffidenza delle imprese estere a investire in Italia” dipende dai problemi di ordine generale che affliggono il nostro paese, tra cui burocrazia, fisco, criminalità. Per non parlare della “scarsità di infrastrutture e di scuole internazionali per i figli dei collaboratori stranieri”.

Settimo punto (il sesto, più complesso, lo vediamo dopo). Per Prodi, occorre che l’Italia definisca gli orientamenti di una sua “politica energetica”, considerata “sia come fonte di investimenti e di occupazione, sia come strumento di equilibrio” rispetto a una bilancia commerciale che vede “la sua voce passiva più pesante nell’acquisto di materie prime e di fonti energetiche”.

Ottavo punto. Qui dall’energia passiamo al capitale umano. “Il merito del nostro passato successo industriale – argomenta il Professore – se lo possono attribuire i periti, gli ingegneri e gli operai specializzati.” Tuttavia, “la scuola tecnica è stata progressivamente emarginata, ha perso centralità sociale e viene sempre  più ritenuta una seconda scelta”, mentre “gli studenti delle facoltà tecniche, a cominciare dagli ingegneri, sono nettamente insufficienti rispetto alle necessità.” E’ quindi urgente impostare “una strategia a livello nazionale in materia di preparazione delle nuove risorse umane”, che si proponga, in primo luogo, di far capire a tutti gli italiani, anche con un’esplicita campagna pubblicitaria, il ruolo chiave dell’istruzione applicata”, e poi di dettare alle Regioni “le linee-guida per mettere in atto un grande progetto di rilancio dell’istruzione tecnica, unitario negli obiettivi, ma diversificato in funzione delle specialità e delle vocazioni locali”.

Inoltre – incalza Prodi – dobbiamo “creare nuove strutture di insegnamento applicato” per il periodo successivo al “diploma di scuola media superiore”. Infine, occorre tenere presente che se “la Germaniaha potuto sopravanzare tutti nell’aumento di produttività”, ciò è accaduto anche perché questo paese mette a disposizione delle imprese una rete di strutture di ricerca dedicata esclusivamente a risolvere i problemi di innovazione che le singole aziende”, o per la loro ridotta dimensione, o perché si sono avventurate in campi a loro sconosciuti, “non sono in grado di affrontare”. Si tratta di una rete di istituti specializzati, facenti capo alla meritoria Fraunhofer Gesellschaft – una specie di Cnr della ricerca applicata di proprietà pubblica, ma ampiamente finanziato dai privati – che si occupano di campi che vanno “dall’elettronica al trattamento dei materiali, dalla chimica ai processi di automazione, dalla biotecnologia ai risparmi energetici nell’edilizia”.

Sesto punto. Ed eccoci al nodo problematico forse più complesso e controverso. “Bisogna porsi l’obiettivo – scrive Prodi – di scegliere con precisione e difendere con decisione i settori e le traiettorie tecnologiche per noi più interessanti nell’ambito della nuova politica industriale europea.” Infatti, afferma il professore, “non è la stessa cosa se i denari europei si dirigono verso la meccanica strumentale o verso l’elettronica di consumo”.

Qui il passaggio è molto rapido, e il pensiero risulta contratto. Ma par di capire che, per Prodi, lo Stato nazionale Italia debba esercitare un’azione di orientamento, a livello settoriale, circa le produzioni che, tenendo conto delle linee politiche assunte dall’Unione europea (vedi, ad esempio, il piano per la siderurgia lanciato nel 2013 dal commissario all’Industria Tajani), è bene mantengano o trovino un futuro nel nostro paese. E questo sia in generale, sia – più specificamente – per quanto riguarda i modi in cui impiegare i fondi strutturali europei.

In altre parole, Prodi sembra pensare che gli interventi “orizzontali” – relativi a capitalizzazione, energia, formazione, ricerca, etc. – vadano integrati con scelte “verticali” di tipo settoriale. Così come, tanto per capirci, ha fatto Obama con l’auto.

Il dibattito è aperto. Su sollecitazione del Messaggero, il primo a rispondere è stato il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Il quale ha dichiarato a Barbara Jerkov, capo del servizio politico del quotidiano romano, che gli otto punti di Prodi “sono una cassetta degli attrezzi preziosa per il Governo” che considera “la questione industriale come una delle priorità” della sua azione. E intenderebbe intanto rendere la vita delle imprese meno difficile puntando verso quattro obiettivi: energia meno cara, credito più facile, sgravi fiscali per gli investimenti in beni strumentali, incentivi alla capitalizzazione. Il che è già qualcosa, se è vero ciò che scrive Prodi, ovvero che “un’impresa è certamente un bene di proprietà privata ma, nello steso tempo, è un bene di interesse pubblico, perché destinato a fornire sviluppo e occupazione a tutta la collettività”.

@Fernando_Liuzzi

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Tags: Economia
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