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Home - Approfondimenti - Analisi - Il mercato del lavoro alla prova della libera circolazione

Il mercato del lavoro alla prova della libera circolazione

14 Febbraio 2006
in Analisi

di Raffaella Vitulano – giornalista

Frontiere allargate, libera circolazione. Ma cosa sta accadendo in Europa, oggi che le quattro libertà di movimento (persone, capitali, servizi, merci) stanno finalmente trovando la loro più o meno piena attuazione? Un panorama assolutamente diverso rispetto a soli cinque anni fa, quando la stessa moneta unica era solo un embrione. Una vera e propria rivoluzione. Assolutamente necessaria, a scrutare oggi il panorama della concorrenza mondiale, che esige nuove geometrie di rapporti. Rispetto al mercato del lavoro, in particolare, si stanno verificando ulteriori modifiche. Entro il 1° maggio 2006, il Consiglio dovrà rivedere il funzionamento delle misure transitorie, sulla base di un dossier della Commissione pubblicato qualche giorno fa. Nel suo ultimo comitato esecutivo, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha adottato una risoluzione che raccomanda agli Stati membri di giustificare la ragione per la quale intendono mantenere misure transitorie, e chiede di investire con urgenza in misure che consentano la gestione appropriata dei mercati del lavoro nazionale ed europei, basata sul principio di pari trattamento. Questo consentirebbe rispondere meglio alle preoccupazioni dei cittadini europei. ”Ci sono numerosi ed eccellenti argomenti per mettere fine il più rapidamente possibile alle misure transitorie che s’applicano alla libera circolazione dei lavoratori dei nuovi Stati membri europei”, ha dichiarato John Monks, segretario generale della Ces, aggiungendo che ”al loro posto l’Ue dovrebbe concentrarsi su misure specifiche, tanto a livello nazionale quanto europeo, per proteggere i loro lavoratori, i loro mercati del lavoro e i loro sistemi sociali”. In numerosi Paesi le misure transitorie hanno avuto un effetto controproducente, creando una situazione di cittadinanza di seconda o terza classe per i lavoratori dei nuovi Stati membri. Ciò stimola la concorrenza sleale sui salari e sulle condizioni di lavoro, l’aumento del lavoro non dichiarato e il falso lavoro indipendente, fattori che perturbano i mercati del lavoro locali e settoriali e favoriscono lo sfruttamento e il trattamento discriminatorio dei lavoratori di questi paesi. La Ces sostiene un mercato del lavoro aperto che poggi su quattro condizioni principali: l’uguaglianza dei salari e delle condizioni di lavoro; il rispetto della contrattazione collettiva; la parità di accesso alle prestazioni sociali; meccanismi appropriati di controllo col coinvolgimento delle parti.

Le dichiarazioni di Monks hanno fatto immediato seguito alla relazione della Commissione europea che evidenzia come  la mobilità dei lavoratori provenienti dagli Stati membri dell’Ue dell’Europa centrale e orientale verso la Ue a 15 ha avuto sostanzialmente effetti positivi. I lavoratori dei dieci nuovi Paesi hanno contribuito a colmare lacune del mercato del lavoro e a un miglior risultato economico in Europa. Paesi che dopo il maggio 2004 non hanno applicato restrizioni (Regno Unito, Irlanda e Svezia) rilevano una forte crescita economica, una caduta della disoccupazione e un aumento dell’occupazione. Riguardo ai 12 Paesi dell’Ue che ricorrono a disposizioni transitorie, i lavoratori si sono inseriti senza difficoltà nel mercato del lavoro se sono riusciti ad accedervi legalmente. Tali Paesi, tuttavia, subiscono una serie di effetti collaterali indesiderabili, come elevati livelli di lavoro nero e di lavoro indipendente fittizio.
 
Per l’Ue nel suo insieme, i flussi di lavoratori sono stati piuttosto limitati. Le statistiche della relazione, fornite dagli stessi Stati membri dell’Ue, indicano infatti che il flusso di lavoratori dall’Europa centrale e orientale è stato inferiore al previsto. Non è provato un aumento del numero di lavoratori o della spesa di assistenza sociale dopo l’ampliamento rispetto ai 2 anni precedenti. In tutti i Paesi, i cittadini dei nuovi Stati membri (Ue 10) rappresentano meno dell’1% della manodopera, escluse Austria (1,4% nel 2005) e Irlanda (3.8 % nel 2005). I flussi di lavoratori immigrati relativamente più consistenti si registrano verso l’Irlanda dei cui lusinghieri risultati economici sono stati un importante fattore. I lavoratori Ue10 sono muniti di qualifiche assai richieste, e, secondo la “Relazione sul funzionamento delle disposizioni transitorie” la percentuale di lavoratori non qualificati è molto inferiore al suo equivalente nazionale.


Nuove regole in arrivo, dunque, dal primo maggio. E l’esortazione di Bruxelles sembra piuttosto chiara. Pur riconoscendo il pieno diritto degli Stati membri di servirsi anche in futuro di disposizioni transitorie, Vladimír Špidla, commissario Ue per l’Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, raccomanda tuttavia agli Stati membri di esaminare attentamente la necessità di mantenere le disposizioni transitorie alla luce dell’andamento dei loro mercati del lavoro e dei dati di questa relazione: “La libera circolazione dei lavoratori è una delle quattro libertà fondamentali della Ue. Questa relazione mostra chiaramente che la libera circolazione dei lavoratori non ha turbato il mercato del lavoro della Ue 15. Al contrario i singoli Paesi e l’Europa nel suo insieme ne hanno beneficiato”.


Secondo la relazione, le restrizioni nazionali non hanno ripercussioni dirette sui movimenti dei lavoratori e non esistono legami diretti tra ampiezza dei flussi migratori dagli Stati membri Ue 10 e disposizioni transitorie in vigore. In definitiva, i flussi migratori sono guidati da fattori dovuti alle condizioni della domanda e dell’offerta. Sono stati rilasciati molti permessi di lavoro per attività di breve durata o stagionali.
Nel complesso le prospettive occupazionali per il 2006 sono positive, e la situazione dovrebbe migliorare in seguito alla generale ripresa dell’attività economica. Queste prospettive positive dipendono però da un miglioramento della fiducia degli operatori economici e da un intensificarsi della crescita. Inoltre, le attese di sviluppi più positivi per l’occupazione non riducono la necessità di continuare le riforme strutturali dei mercati del lavoro.


Dal 1997, data di lancio della Strategia europea per l’occupazione, sono stati registrati a livello Ue miglioramenti strutturali grazie alle riforme introdotte in un certo numero di settori, come la politica della concorrenza e le politiche relative ai mercati del lavoro. Tali miglioramenti sono indicati dal complessivo calo segnato in media dai tassi strutturali di disoccupazione malgrado un notevole peggioramento in alcuni dei nuovi Stati membri; dal calo dei tassi di disoccupazione di lunga durata e dalla riduzione dei periodi medi di disoccupazione; dall’aumento dell’efficienza ottenuta nel far corrispondere la forza lavoro disponibile e i posti da occupare; dall’aumento della domanda di lavoro aggregata; dal processo di formazione dei salari, che rispecchia meglio le condizioni economiche del momento e i limiti imposti dalla concorrenza, aumentando così il contenuto occupazionale della crescita; dall’effetto positivo dei contratti di lavoro atipici, come l’impiego a tempo parziale o a durata determinata, anche se per quanto riguarda il secondo vi sono segni di segmentazione del mercato; si notano infine segnali positivi per l’aumento della spesa in politiche occupazionali e nella formazione meglio calibrata sulle esigenze del mercato del lavoro, con risultati positivi sulla creazione di nuovi posti. Nonostante i progressi strutturali, la Commissione europea ammette che la disoccupazione rimane alta e restano problemi in diversi settori, come i cunei fiscali sul costo del lavoro, la disoccupazione e i bassi salari. Sono scarsi i risultati delle attività volte ad abbassare le aliquote d’imposta marginali effettive sui salari bassi e ad agevolare il passaggio dalla disoccupazione o dall’inattività all’occupazione, in particolare per quanto riguarda le persone meno qualificate.


Anche i successi in termini di qualità e produttività del lavoro sono incompleti. Vi sono stati dei progressi per quanto riguarda l’aumento della partecipazione all’apprendimento permanente e continuano ad aumentare i livelli d’istruzione dei giovani, ma occorrono ulteriori progressi per quanto riguarda la transizione dal lavoro temporaneo a quello a tempo indeterminato e dall’impiego a basso salario. Inoltre, dalla metà degli anni Novanta si registra un certo declino nella crescita della produttività oraria del lavoro nell’Ue rispetto agli Stati Uniti. Questo relativo calo può essere spiegato almeno in parte da un tasso più alto di creazione di posti di lavoro con un’elevata percentuale di posti a bassa produttività e, in particolare, un rallentamento nella crescita della produttività totale dei fattori. Quest’ultimo è stato associato ai seguenti fattori: bassi investimenti in ricerca e sviluppo; difficoltà per l’Ue di riorientare le spese verso i settori con prospettive elevate di crescita della produttività; difficoltà di produrre e assorbire tecnologie nuove, più saldamente basate sulla conoscenza. Per trarre – suggerisce Bruxelles – un pieno beneficio dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le aziende con sede nell’Ue, soprattutto quelle attive nel settore dei servizi, devono essere più adattabili a un contesto caratterizzato da una concorrenza in continua trasformazione, introducendo nuove pratiche di lavoro e investendo nelle Tlc.


Nel complesso non vi sono segnali di una crescita delle disparità retributive in Europa dagli anni Settanta, ma si riscontrano notevoli differenze tra Paesi. Alcuni, come il Regno Unito, la Polonia e la Danimarca, hanno registrato crescenti disparità negli anni Novanta, mentre altri, quali la Francia e la Svezia, sono andati in direzione opposta. Inoltre non vi è un rapporto univoco tra il livello e le dinamiche delle differenze retributive da una parte e il mercato del lavoro e i risultati economici dall’altra. I Paesi scandinavi, però, oltre ad avere il livello più basso di differenze retributive, possono anche vantare buoni risultati economici e occupazionali. Quanto alle  disparità retributive nei vecchi Stati membri, sono da due a quattro volte maggiori rispetto ai nuovi Paesi.


Nell’Unione europea, alcuni servizi pagano più dell’industria, ma le retribuzioni orarie dell’industria sono ancora relativamente alte in Danimarca, Germania e Regno Unito, relativamente basse in Lettonia e Lituania. Fra i servizi, invece, le attività più qualificate, in particolar modo l’intermediazione finanziaria, pagano molto più di quelle meno qualificate (come il settore alberghiero e della ristorazione). All’interno dei settori di servizi e industria, il differenziale può variare sensibilmente: è positivo per l’intermediazione finanziaria e il comparto minerario ed estrattivo mentre è negativo ad esempio per alberghi, ristoranti e costruzioni.
Le dimensioni dell’azienda hanno un effetto positivo sui redditi individuali, e in particolare i sistemi specifici delle singole imprese, come i bonus, corrispondono in media all’8,4% delle retribuzioni annuali nell’Ue. Le aziende che introducono nuovi metodi di organizzazione del lavoro al fine di arrivare a pratiche più flessibili   hanno in genere una dispersione salariale maggiore delle altre, perché le nuove forme di lavoro favoriscono i lavoratori altamente qualificati e adattabili rispetto a quelli meno qualificati. Inoltre, i mutamenti tecnici e il capitale umano sono complementari. Più le aziende fanno ricerca e sviluppo, più hanno bisogno di lavoratori altamente qualificati e competenti e più pronunciate si fanno le conseguenti disparità retributive.


Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, l’Ue ha comunque ancora molta strada da fare per arrivare alla piena occupazione, migliorare la qualità e produttività del lavoro e rafforzare la coesione sociale e territoriale. Il rilancio della Strategia di Lisbona intende rafforzare l’impulso dell’azione a livello nazionale ed europeo, mettendo un più forte accento sulla crescita e l’occupazione, nonché fissando tre priorità d’azione per le politiche occupazionali: attrarre e mantenere più persone nel mondo del lavoro, migliorare l’adattabilità dei lavoratori e delle imprese e investire di più nel capitale umano.
La Strategia europea per l’occupazione, sostenuta dal Fondo sociale europeo, è un pilastro fondamentale dell’Agenda di Lisbona rinnovata nell’ottica di rafforzare i risultati occupazionali e migliorare la concezione e applicazione delle politiche, anche tramite una migliore governance e l’apprendimento reciproco. Pur sottolineando la responsabilità primaria degli Stati membri per quanto riguarda le politiche economiche e occupazionali, gli orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione relativi al 2005-2008 fissano obiettivi chiari per l’Ue nel suo complesso. Sulla base dei programmi nazionali di riforma formulati dagli Stati membri nell’autunno 2005 e del programma comunitario di Lisbona, la Commissione ha già presentato la prima relazione annuale sullo stato d’avanzamento nel gennaio 2006.


E il cerchio si chiude così. Secondo il Trattato di adesione, firmato il 16 aprile 2003, gli Stati membri devono ora decidere entro il 30 aprile 2006 se togliere alla libera circolazione dei lavoratori nell’Ue le restrizioni nazionali introdotte nel maggio 2004 dai vecchi Stati membri (Ue – ma Irlanda, Svezia e Regno Unito esclusi, ribadiamo) per i lavoratori degli 8 nuovi Paesi dell’Europa centrale e orientale dell’Ue. Restrizioni sui flussi di lavoratori in direzione opposta sono state volute da Ungheria, Polonia e Slovenia. Come richiesto dallo stesso Trattato, la relazione della Commissione riporta le principali statistiche ed esperienze sui flussi migratori di lavoratori dai nuovi Stati membri verso i vecchi dopo l’ampliamento del maggio 2004. Grazie ad essa, gli Stati membri possono decidere, basandosi su dati di fatto, se continuare ad applicare alla circolazione dei lavoratori le restrizioni nazionali dei mercati del lavoro. La prossima fase sarà la presentazione della relazione della Commissione al Consiglio.

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