di Paolo Pirani, segretario confederale Uil
Non è tuttora completato il disegno del futuro quadro politico italiano, ancora condizionato da quella confusa imbastitura del bipolarismo, costruita negli anni appena trascorsi, che ha costretto l’intero sistema a sostare in una lunga ed indefinita situazione di transizione. Una lenta trasformazione che mal si concilia con la velocità e l’immediatezza dei grandi mutamenti della storia, che si traducono nella parola globalizzazione, di cui siamo stati testimoni e che hanno interessato in maniera trasversale ed uniforme le varie realtà sociali, economiche e politiche del mondo.
La dissoluzione dei nostri vecchi equilibri ha perfettamente combaciato con queste trasformazioni degli scenari internazionali, dando forza al bisogno di ideare nuove prospettive e comporre nuovi assetti politici in grado di confrontarsi con l’Italia delle nuove sfide. Ed è proprio all’interno di un contesto così decisamente segnato sia dagli strascichi del nostro passato prossimo sia dalle spinte di una modernizzazione che ben si inserisce il processo in corso per la nascita del Partito democratico, da accogliere come inizio di un percorso di positiva stabilizzazione del nostro sistema politico. Una tappa, questa, nell’evoluzione del tessuto sociale ed economico del nostro Paese, che non può non suscitare l’interesse del mondo del lavoro.
I cambiamenti degli ultimi anni, la prepotenza con la quale la Grande Rete ha soverchiato le nostre certezze, la velocità con cui la globalizzazione ha scardinato i nostri riferimenti, dettano la necessità di ridefinire nuovi rapporti tra economia e politica, al di là di quel compromesso socialdemocratico che per lunghi anni ha rappresentato, in Europa, il porto sicuro di approdo per il soddisfacimento delle istanze sociali. La nostra realtà si è modificata e, con essa, anche i suoi soggetti di rappresentanza. Un’organizzazione sindacale laica e riformista, pur mantenendo ferma l’autonomia delle sue scelte e della sua identità, non può essere tagliata fuori da un processo politico che coinvolge tutti indistintamente, agendo sull’economia, sul sociale e dunque sulla quotidianità dei lavoratori e dei loro rappresentanti. Autonomia non è sinonimo di disinteresse verso la sfera politica, accoglie piuttosto un principio più ampio di partecipazione ed attenzione per ciò che accade in quella sfera comune che è la società.
Le forze partitiche nuove e diverse che si stanno componendo sotto i nostri occhi, nel concretizzare le proprie proposte e nel disegnare le nuove prospettive del futuro sistema politico italiano, non possono eludere l’esigenza di articolare e definire il rapporto tra una nuova democrazia, come massima espressione della sovranità del “cittadino”, e la cultura sociale rappresentata dal mondo del lavoro e dal sindacato, come massima espressione delle necessità e dei bisogni dei lavoratori nella loro concreta quotidianità. Un sindacato moderno e riformista agisce avendo sempre come riferimento la realtà dei suoi rappresentati, ed ha il dovere di apportare le soluzioni più giuste ai problemi dei lavoratori. Ed i suoi interlocutori sono le istituzioni e quei soggetti politici che hanno il mandato di interpretare e gestire quella stessa realtà di cui il mondo del lavoro fa parte e di cui il sindacato è portavoce.
Il Partito democratico può rappresentare una grande opportunità di fronte questa necessità storica di fare i conti con un nuovo modello sociale, di intraprendere un nuovo cammino sotto riflettori differenti da quelli del passato, e di avere un soggetto politico in grado di interpretare al meglio i nuovi legami tra economia, politica e realtà. La politica è, infatti, l’interpretazione e la conoscenza della realtà e non può, dunque, esserle estranea. La costruzione del Partito democratico si colloca in questa rinnovata consapevolezza, da parte della politica, dei processi e dei meccanismi di questo nostro presente e delle sfide per il futuro, e si candida ad assurgere a nuovo modello di rappresentanza politica per una nuova realtà sociale.
Per un sindacato riformista, guardare con favore alla formazione di un nuovo schieramento politico o apprezzare la bozza programmatica di una compagine politica non vuol dire essere politicizzato, perdere la propria autonomia e assumere le fattezze di un sindacato di schieramento. Al contrario, vuol dire preservare il proprio ruolo di parte sociale, che agisce e opera all’interno degli schemi della politica non da semplice spettatore, rappresentando e perseguendo gli interessi dei lavoratori in maniera trasversale alla politica stessa. È questa la forza del sindacato, che ha però anche il dovere di comprendere appieno la realtà e di interrogarsi anch’esso sul suo ruolo, sulla propria identità di soggetto contrattuale, sulle forme di relazione con la politica e la società, per potersi misurare con i grandi problemi del mondo in cui opera, anche confrontandosi con l’emergere, da un lato, di fenomeni corporativi, e, dall’altro, di una deriva movimentista e antagonista a cui è necessario dare risposte convinte e strutturate. È necessario che questi temi vengano discussi ed affrontati dalle tre confederazioni, facendo emergere tutte le potenzialità di un sindacato riformista. Nascerebbero così buoni presupposti perché si inauguri un nuovo corso di unità sindacale, fondata sul valore del pluralismo e sulla condivisione dei cambiamenti della società e sul modo migliore di rappresentare gli interessi dei lavoratori.


























